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Il cammino verso gli Oscar di Francesco Costabile: “L’arte esorcizza la violenza”

Una foto di scena del film "Familia" di Francesco Costabile, candidato italiano agli Oscar (ansa)

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Il regista negli Stati Uniti per accompagnare le proiezioni del suo film “Familia”, candidato italiano per la corsa alle nomination: “Qui femminicidi e violenza di genere sembrano un tabù”
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NEW YORK -

L’America spesso ferita dalla violenza, per qualche ragione dimentica o trascura quella contro le donne. Ho avuto l’impressione - nota Francesco Costabile - che ci sia un tabù a parlarne". Il regista di "Familia" sta girando i quattro angoli degli Stati Uniti, da Seattle a Los Angeles, per le proiezioni che il suo film nella corsa agli Oscar come miglior opera internazionale. Qui e’ stato presentato dal Festival “Italy On Screen Today New York”, diretto da Loredana Commonara. Ha già un distributore, Breaking Glass Pictures, e le risposte al suo dramma basato sulla storia vera di Luigi Celeste sono positive.

Cosa l’ha colpita di più, nelle reazioni del pubblico americano?

"Il fatto che mentre in Italia siamo abituati a parlare di questo tema, anzi c'è una giusta sovraesposizione e sensibilizzazione, soprattutto tra i più giovani, qui non si parla molto di femminicidio e violenza di genere. Io sono un inse…

NEW YORK -

L’America spesso ferita dalla violenza, per qualche ragione dimentica o trascura quella contro le donne. Ho avuto l’impressione - nota Francesco Costabile - che ci sia un tabù a parlarne". Il regista di "Familia" sta girando i quattro angoli degli Stati Uniti, da Seattle a Los Angeles, per le proiezioni che il suo film nella corsa agli Oscar come miglior opera internazionale. Qui e’ stato presentato dal Festival “Italy On Screen Today New York”, diretto da Loredana Commonara. Ha già un distributore, Breaking Glass Pictures, e le risposte al suo dramma basato sulla storia vera di Luigi Celeste sono positive.

Cosa l’ha colpita di più, nelle reazioni del pubblico americano?

"Il fatto che mentre in Italia siamo abituati a parlare di questo tema, anzi c'è una giusta sovraesposizione e sensibilizzazione, soprattutto tra i più giovani, qui non si parla molto di femminicidio e violenza di genere. Io sono un insegnante e quindi ne discutiamo tanto anche in classe. Invece ho notato che in America, ma anche in Canada, se ne parla molto meno, come se ci fosse un tabù. Non è sano. Questo film l'ho fatto proprio perché penso che di alcuni temi si debba discutere. Bisogna entrare nella complessità e comprendere le forme di violenza, anche per potersi poi difendere".

Eppure gli Usa sono un Paese spesso colpito dalla violenza, pieno di armi.

"Un Paese con tante contraddizioni".

E invece questi temi non vengono affrontati?

"Parlo soprattutto della questione femminile, non di altre forme di violenza, la questione di genere. Ho notato che ad esempio in Italia sappiamo benissimo qual è la media dei femminicidi, perché se ne parla tanto: uno ogni tre giorni. Quando lo chiedo qui le persone non lo sanno, come se ci fosse un po’ un tabù sull'argomento. Ho domandato alle donne americane e mi hanno risposto che in effetti non se ne discute tanto".

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Le hanno spiegato il motivo?

"Credo sia legato un po’ alla storia dei nostri Paesi. L’Italia, come la Francia, sono luoghi dove c’è sempre stata una società civile pronta a reagire, da cui le manifestazioni in piazza e altro. Probabilmente nella struttura culturale europea c'è una sensibilità maggiore a far emergere le contraddizioni. Forse negli Stati Uniti queste contraddizioni sono talmente palesi, che si tende poi a non approfondirle, a non capire l'origine di quelle che sono le complessità dei problemi".

Familia potrebbe aiutare ad attirare l’attenzione degli americani e aprire la conversazione su questa emergenza?

"Ogni film ha un suo valore e un suo obiettivo, anche sociale. Questo vale soprattutto per Familia, perché è tratto da una storia vera. Arriva un po’ come un pugno allo stomaco, quindi può aiutare a smuovere delle riflessioni".

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Luigi diventa un attivista di destra. Ci vede un collegamento con la deriva estremistica che vivono anche gli Stati Uniti?

"La violenza e l'estrema destra vanno un po’ di pari passo. Sono una conseguenza della cultura del possesso, patriarcale, il dominio dell'altro. In qualche modo gli estremismi politici danno sfogo a questa tendenza. Per me all'origine il grande problema è la cultura patriarcale. Poi Luigi si è avvicinato al mondo degli skinhead neofascisti non tanto per un motivo politico, quanto perché vedeva in quel movimento un'autorità, la sostituzione del padre violento che lo aveva segnato tutta la vita".

Non parlare di questi fenomeni, e quindi la mancanza di comprensione, possono spingere le persone verso gli estremismi?

"La rabbia porta il disagio. La mancanza d'amore e di ascolto possono spingere i giovanissimi ad abbracciare forme di violenza anche sul piano politico".

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L’America è stata scossa di recente dall’omicidio politico dell’attivista trumpiano Charlie Kirk.

"Un rappresentante di quel mondo li".

C’è il rischio che chi usa questa retorica, incluso il presidente, finisca per soffiare sul fuoco e incitare ancora di più alla violenza?

"È un fenomeno complesso, è difficile rispondere. Io credo che il dialogo sia importante e la violenza non debba mai essere una risposta. Purtroppo non possiamo prevedere quello che poi i fanno i singoli individui, mossi dalla rabbia e dal disagio. Credo che questo ragazzo che ha ucciso Kirk fosse molto risentito, arrabbiato. Quindi laddove si continua ad agire in forma violenta, perché poi alla fine le parole di Kirk erano estremamente violente sul piano psicologico, si vanno ad alimentare la rabbia e il disagio sociale. Questo non va bene".

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Parlarne con un film può aiutare ad affrontare il problema?

"L'arte storicamente ha proprio il compito di mostrare la violenza per liberarsene, come attraverso la catarsi nel teatro greco. Quindi tutta l'arte ha un po’ questo compito di esorcizzare la violenza attraverso la rappresentazione".

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