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Terry Gilliam: “Fatemi fare un film. Ma non in Italia: con quel tax credit vi meritate Mel Gibson”

Terry Gilliam, 85 anni 

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Anniversari, nuovi lavori (naufragati), ricordi dai set dei film più celebri. La sua esperienza con Fellini. Il regista 85enne racconta che non va sul set da otto anni. “I miei progetti non sono hamburger”
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Camicia fantasia, energia inesauribile e l’inconfondibile risata larga: Terry Gilliam arriva e porta un lampo di calore. In Italia come ospite del Torino Film Festival, regista unico eppure messo da parte, confesserà che sono otto anni che non gira un film. Cela la malinconia sotto l’ironia e quando gli chiedono come veda l’industria cinematografica di oggi e cosa cambierebbe se potesse, risponde che «il problema è che oggi non si fanno più molti Terry Gilliam, e io vorrei cambiare proprio questo. Sono disposto a lavorare per chiunque, davvero. Sorprendete il mondo, sorprendete me. Datemi un lavoro”.

I suoi sono film che attraversano leggende, realismo magico, visioni sovversive: c’è ancora posto per la fantasia in un ecosistema audiovisivo governato dagli algoritmi? «Gli algoritmi sono più tranquilli con il fantasy – risponde – io invece non amo la fantasia, amo l’immaginazione. Sono due cose profondamente diverse. Il …

Camicia fantasia, energia inesauribile e l’inconfondibile risata larga: Terry Gilliam arriva e porta un lampo di calore. In Italia come ospite del Torino Film Festival, regista unico eppure messo da parte, confesserà che sono otto anni che non gira un film. Cela la malinconia sotto l’ironia e quando gli chiedono come veda l’industria cinematografica di oggi e cosa cambierebbe se potesse, risponde che «il problema è che oggi non si fanno più molti Terry Gilliam, e io vorrei cambiare proprio questo. Sono disposto a lavorare per chiunque, davvero. Sorprendete il mondo, sorprendete me. Datemi un lavoro”.

I suoi sono film che attraversano leggende, realismo magico, visioni sovversive: c’è ancora posto per la fantasia in un ecosistema audiovisivo governato dagli algoritmi? «Gli algoritmi sono più tranquilli con il fantasy – risponde – io invece non amo la fantasia, amo l’immaginazione. Sono due cose profondamente diverse. Il fantasy ha regole e strutture; l’immaginazione può andare ovunque. Il problema degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale è che ripetono sempre gli stessi schemi. È triste. Io vorrei persone più folli, pronte ad andare in posti dove non siamo mai stati, ma se ne vedono poche».

Definisce “assurda” l’idea di dover cambiare una scena perché i manager della piattaforma reputano che non funzionerà con il pubblico adolescente, e ricorda l’esperienza di Banditi del tempo: «Mi avevano chiamato come produttore esecutivo non scrivente, credevo di avere un po’ di controllo, ma quando ho letto gli script non mi piacevano. Taika Waititi, il regista di cui avevo amato Jo Jo Rabbit e a cui pensavo di consegnare il progetto, non era davvero coinvolto, i suoi film successivi sono stati deludenti, in più mi hanno tenuto nascosto per mesi che nella serie non c’erano nani. Una cosa che considero strutturale per quella storia. Quando l’ho scoperto, era troppo tardi, ed è per questo che la serie è fallita».

"Banditi del tempo", 1981 

Invoca libertà, ma «la libertà è un rischio, e ha bisogno di rischiare. Puoi tenere il pubblico comodo ripetendo sempre la stessa formula, così la gente torna a casa, accende Netflix e trova la stessa esperienza rassicurante. Ma non è questo il compito del cinema. Il cinema deve sorprendere, scuotere, costringere a pensare. I film Marvel sono tecnicamente impeccabili, ma sono come un hamburger di McDonald’s: sai esattamente cosa avrai e ti riempie quel che basta, senza accendere l’immaginazione. Vorrei avere lo stesso successo? Certo. Ma non voglio produrre quel tipo di prodotto».

Un'immagine di "Brazil", 1985 

Quest’anno si è celebrato un anniversario importante, i 40 anni del suo capolavoro Brazil, cosa che ha oscurato altri anniversari tondi, come i trent’anni di L’esercito delle dodici scimmie. Gli chiediamo come fu dirigere Bruce Willis: «L’ho incontrato ai tempi di Fisher King, mi aveva colpito perché non era affatto l’eroe da action movie. Era sensibile, divertente, gentile. Gli dissi: non voglio la superstar, voglio l’attore serio. Nessun entourage. Presentati nudo, metaforicamente. E niente “moue?”: quando era nervoso faceva quel movimento della bocca che fa in tutti i film. Gli dissi di non farlo. Quella è stata la mia unica vera indicazione».

"L'esercito delle 12 scimmie", 1995 

Dieci anni dopo, il 2005, è l’anno di I fratelli Grimm e l’incantevole strega. Con Heath Ledger, oggi incastonato nell’immagine di quel Joker che gli tolse la salute mentale e gli consegnò un Oscar postumo: “Con Heath è stata un'esperienza straordinaria, era sorprendente, diventava il fratello piccolo, fragile, completamente diverso da come era nella vita reale. Ma il film fu tormentato: Harvey Weinstein era un incubo, è finito in carcere e ci resterà per la vita. Licenziò il mio amato direttore della fotografia, Nicola Pecorini, creò un clima impossibile. L’unica parte bella erano gli attori: Heath, Matt e la carissima Monica Bellucci. Weinstein è un mostro».

"I fratelli Grimm e l'incantevole strega", 2005 

Al di qua dell’oceano c’è il cinema italiano, che ha forgiato anche il suo pensiero. «Fellini è un dio, ho amato profondamente i suoi film. Sembrava un fantasista, in realtà era un documentarista, mostrava il mondo com’era davvero, solo che noi non vedevamo quello che vedeva lui. A Roma mi sono accorto che nella vita reale c’erano tutti i personaggi narrati da Fellini. Lui li portava sullo schermo. Lavorare a Cinecittà con la sua squadra era magnifico. Ricordo una volta: esco dal mio ufficio, e la porta è bloccata. Fuori c’è Fellini con la troupe, e su un albero Marcello Mastroianni vestito da mago. Era come se Fellini mi dicesse: “Stai lavorando con la mia gente, questo è il mio studio, io sono il capo”. Mi sono messo a ridere per quanto era perfetto. Dopo otto mesi a Roma, cenai con lui e Giulietta Masina. Gli dissi: credo che voi italiani abbiate fatto il vostro film, non sono certo di aver fatto il mio. Lui rise, e poi mi portò a camminare alla Fontana di Trevi. Una serata magica».

La grande domanda è: esiste ancora spazio per un umorismo alla Monty Python, così politicamente scorretto? «Le nostre cose continuano a vendere. Il pubblico le guarda. La verità è che oggi molti sono spaventati. Noi eravamo un gruppo forte, unito, e questo ci proteggeva. Ricordo quando a Monaco, durante la promozione di L’uomo che uccise Don Chisciotte, dissi: sono stanco che si dia la colpa ai maschi bianchi per tutto, quindi chiamatemi Loretta, sono una lesbica nera in transizione. In Germania scoppiarono a ridere; a Londra, il giorno dopo, mi fecero a pezzi. Ma lo ripeto: quando non distingui più tra umorismo e odio, sei fregato. L’umorismo capovolge il mondo e ci ricorda che siamo una specie assurda. Non smettete mai di ridere».

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Ora Gilliam sta lavorando al nuovo film (progetto al momento naufragato), Carnival: at the end of the days, in cui era previsto che Johnny Depp interpretasse Satana: «Aveva detto che lo avrebbe fatto per me, se avessi trovato i soldi per girare il film. Sui soldi ci stiamo ancora lavorando e ci vorrà tempo, ma io di pazienza ne ho tanta. Una cosa è però certa: non lo gireremo in Italia, non sarà insomma un film della Meloni, a causa del tax credit che è diminuito dal 40 al 30 per cento. Ero entusiasta all'idea di girare a Cinecittà, ma con queste nuove regole non succederà mai. Ma non vi preoccupate – ironizza - avrete Mel Gibson che girerà a Matera e anche a Roma con un Cristo come non l'avete mai visto, un Cristo che prende a calci».

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Il nuovo progetto, al quale il regista non vorrebbe rinunciare, è cruciale: «L’ho scritto e mi piace, parla di Dio che vuole distruggere l’umanità per come ha rovinato la Terra, e l’unico a voler salvarci è Satana: senza di noi resta senza lavoro per l’eternità. Un po’ come me, che sono senza lavoro da otto anni. Un ruolo perfetto per Depp: dopo il processo è un uomo totalmente cambiato. E io avrei interpretato Dio». Lo dice senza l’ironia che invece riserva a Donald Trump: «Averlo come presidente degli Stati Uniti ha reso le cose ancora più difficili perché ha capovolto il mondo. E’ difficile, oggi, fare satira nel mondo che Trump ha creato. Sono sicuro però che alla fine porterà la pace e tutti avranno il tempo di andare al cinema, le sale magicamente si riempiranno, sia a Gaza che a Kiev».

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