Hanna Schygulla: “Fassbinder tormentato, Ferreri ribelle. Niente rimpianti, morirò come le Kessler”
di Arianna FinosHanna Schygulla, 81 anni
È una delle grandi interpreti del cinema europeo, volto simbolo del Nuovo Cinema Tedesco. Si è formata nel teatro di Monaco, è stata la musa di Rainer Werner Fassbinder, ha lavorato con Jean-Luc Godard e Wim Wenders, Marco Ferreri e Ettore Scola, Sergio Castellitto e Fatih Akin.
Hannah Schygulla, 81 anni, ha la capacità di attraversare epoche e linguaggi. Ha costruito una carriera internazionale sempre fedele a una sensibilità libera, curiosa e profondamente autoriale. Tra le sue interpretazioni più recenti, quella in Povere creature! di Yorgos Lanthimos. Il Torino Film Festival l’ha premiata con la Stella della Mole. Lo sguardo dolce, i capelli raccolti in uno chignon.
Il festival le ha reso omaggio con un montaggio di tutti i ruoli della sua carriera. Che cosa ha provato nel rivederli?
«Due cose allo stesso tempo. La prima è stata: Oh, q…
È una delle grandi interpreti del cinema europeo, volto simbolo del Nuovo Cinema Tedesco. Si è formata nel teatro di Monaco, è stata la musa di Rainer Werner Fassbinder, ha lavorato con Jean-Luc Godard e Wim Wenders, Marco Ferreri e Ettore Scola, Sergio Castellitto e Fatih Akin.
Hannah Schygulla, 81 anni, ha la capacità di attraversare epoche e linguaggi. Ha costruito una carriera internazionale sempre fedele a una sensibilità libera, curiosa e profondamente autoriale. Tra le sue interpretazioni più recenti, quella in Povere creature! di Yorgos Lanthimos. Il Torino Film Festival l’ha premiata con la Stella della Mole. Lo sguardo dolce, i capelli raccolti in uno chignon.
Il festival le ha reso omaggio con un montaggio di tutti i ruoli della sua carriera. Che cosa ha provato nel rivederli?
«Due cose allo stesso tempo. La prima è stata: Oh, quella ero io. Poi: sono ancora riconoscibile. Non sono la stessa, certo, ma non è che uno si chieda: è lei o non è lei? Non so per quanto durerà, ma non sono particolarmente colpita dalle trasformazioni che, inevitabilmente, ci sono state nel tempo. Qualcosa se n’è andato, ma bisogna desiderare il cambiamento. In ognuno di noi c’è un potenziale di trasformazione, e se si ha ancora tempo – e il mio tempo ora sta cominciando a stringere – si può anche diventare, forse, una versione migliore di sé, la migliore possibile».
Il desiderio più grande della sua vita?
«Adesso sarebbe quello di finire come una marionetta, ma che sia l’amore a tirare i fili. Questo sarebbe il mio obiettivo ultimo. Non io a tirare i fili, l’amore. Qualunque cosa voglia dire, in tutte le declinazioni esistenti, ma che sia quello a motivare. Nel momento in cui ami quello che fai, scarti ogni giudizio: è una ragione sufficiente, forse la migliore, per non chiedere sempre di più. Ci sono giorni, come oggi, in cui all’improvviso mi sento stanca e mi dico: stai ancora facendo tutto questo? Forse è il momento di smettere, no? Però, quando supero questi momenti di stanchezza e vedo i volti delle persone che hanno piacere di ascoltare, allora penso che ne valga la pena».
Nel 1978, sul set del film ''Views of a clown'' di Vojtech Jasny
Che cosa ha rappresentato per lei il cinema italiano?
«Alcuni dei momenti più belli che io abbia mai vissuto girando un film. Soprattutto con Marco Ferreri per Il futuro è donna. Con Scola è stato diverso, perché Il mondo nuovo era un grande affresco di un’epoca, molto storico: così tanti attori, così tanti costumi…ti senti meno coinvolta in maniera personale e passionale, era più un lavoro storico».
Un ricordo di Marco Ferreri?
«Era un vero anarchico. Non una persona diligente nel senso convenzionale, uno che fa quello che dovrebbe fare: era nella sua natura essere fuori da tutte le convenzioni, dalle mode. Purtroppo non c’è più, mi manca molto, in giro ci sono pochissime figure così selvagge e indomabili».
Ettore Scola?
«Era uno “scholar”, la parola stessa lo dice: scuola, studioso. Mantenne sempre una certa distanza intellettuale. Quando mi chiese se mi piaceva la sceneggiatura che aveva scritto, io gli dissi: forse prima devo studiare un libro di storia. E lui non si offese affatto, capì perfettamente. Era una persona molto colta, molto educata, nel senso più alto del termine».
Continua a vivere a Berlino? O ormai si sente più parigina?
«Vivo a Berlino e a Parigi. Se sapessi quale preferisco, avrei già scelto. Ma non l’ho ancora fatto».
È nata nel 1943, durante la guerra: come guarda oggi alla situazione politica in Europa e nel mondo?
«Penso che oggi non ci sia una grande personalità politica. Sarebbe utile, non perché io creda che una sola persona possa mettere a posto tutto, ma c’è troppa mediocrità. Se penso a una figura come Willy Brandt in Germania: non era solo un uomo straordinario, aveva le sue debolezze, tutti le conoscevano, ma non era mediocre. Oggi non mi viene in mente nessuno così. Forse quello che ci si avvicina di più è il presidente del governo spagnolo, Sánchez».
Lei ha testato da vicino il grande talento di Fassbinder.
«Come regista è stato benedetto da un talento enorme. Come uomo, direi che è stato l’opposto di benedetto. È cresciuto con una profonda mancanza di fiducia nell’amore, e questo ti segna per sempre. Non riusciva a credere che qualcuno potesse amarlo semplicemente per quello che era. Sua madre è stata spesso malata e in ospedale, lui è stato spostato da una scuola all’altra, da una famiglia all’altra, spesso con persone anziane. Per questo, credo, aveva una predisposizione a relazionarsi con donne in età più avanzata. Eravamo legati profondamente nel lavoro, ma non c’era un rapporto privato, di amicizia, non ci vedevamo fuori dal set».
Che cosa l’ha aiutata di più nella sua carriera, ieri e oggi?
«Oggi non ho più bisogno di aiuto, in realtà. A questo punto, che altro potrebbe ancora succedere? Quello che mi aiuta, adesso, è il fatto che i giovani sentano il desiderio di lavorare con me, di fare qualcosa insieme. In passato, ciò che mi ha aiutato è che io amo trasformarmi».
Ripensando al suo lungo percorso, qual è stato il momento più bello e il più doloroso?
«Il momento più bello, o meglio, il più inaspettato, di felicità, è legato a Le lacrime amare di Petra von Kant. In quel periodo dissi a Fassbinder: per favore, non darmi più quei ruoli in cui si mostra solo ciò che manca. Non voglio parlare d’amore mostrando solo la mancanza d’amore, parlare di giustizia mostrando solo la mancanza di giustizia. La nostra generazione, quella del dopoguerra, ha praticato molto questa modalità di narrazione: non ci interessava il contesto culturale in cui eravamo nati, volevamo rovesciare tutto e vedere cosa c’era sotto. Lui mi disse: lo faremo, affitteremo una casa, staremo lì qualche settimana, costruiremo insieme un film, e tu verrai a leggere un libro che ho trovato. Era un libro poco conosciuto su una donna tedesca schizofrenica che, nel suo delirio, crede di dover andare a Berlino a unificare la città divisa. Era chiaramente un simbolo di uno stato dell’essere. Lei ci prova, e finisce naturalmente in un manicomio. Quell’idea non si è mai realizzata, ma per me è stata un’esplosione di speranza: se è stato possibile una volta, può esserlo un’altra, e se non succede, pazienza. Quanto al momento peggiore, non saprei indicarne uno. Ci sono stati momenti difficili, certo: il primo film di Fassbinder, L’amore è più freddo della morte, per esempio. Gli chiesi: perché vuoi dire che l’amore è più freddo della morte? Era già l’espressione della sua profonda disperazione. Ci sono stati due momenti in cui ci siamo separati, io e lui, ma adesso che ne parlo mi accorgo che tutto questo è stato consumato, è come cancellato. Non ha più significato».
Si è mai sentita discriminata come donna in un mondo dominato dagli uomini?
«No. Mai. Ho sempre sentito che essere donna fosse un vantaggio. Gli uomini mi piacevano molto, e a quanto pare io piacevo molto agli uomini. La bellezza è stata un dono, ma ovviamente non basta da sola».
La musica ha ancora un ruolo importante nella sua vita?
«Ho avuto un periodo in cui mi sono chiesta: che cosa potrei ancora desiderare che non ho fatto? E ho pensato: la musica. Proprio in quel momento mi chiamarono chiedendomi se potevo interpretare, eccezionalmente, canzoni tedesche del periodo prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Sapevano che non ero una cantante. Ho detto subito di sì. Facendo quello spettacolo mi sono accorta che mi piaceva moltissimo. Ho sviluppato poi almeno cinque programmi diversi, ho trovato un manager e ho cominciato a girare molto. I miei recital erano sempre costruiti con una struttura precisa, mescolando canzoni e parole. Il primo programma si intitolava più o meno Qualunque sia il sogno: era tratto da una poesia di Jean-Claude Carrière, l’uomo con cui vivevo allora. L’idea era che qualunque sogno tu stia vivendo, devi sapere che anche la menzogna, per funzionare, deve contenere una qualche verità».
Ha avuto molti amori nella vita: si sente appagata da questo punto di vista o ha dei rimpianti?
«Ho avuto diversi amori molto belli, ma a tutti, purtroppo, sono sopravvissuta, persone che oggi non ci sono più. Ma non coltivo il sentimento del rimpianto, a che cosa servirebbe?».
Che tipo di ruolo le piacerebbe oggi al cinema?
«Un ruolo che motivi le persone a vivere la vita nel momento presente, senza aspettare sempre qualcosa che deve arrivare dopo, e a mettere quanto più amore possibile nel vivere ogni momento».
C’è un film, tra i suoi, a cui è particolarmente legata dal punto di vista emotivo?
«No, non avrebbe senso. Il film esiste su una matrice, può ancora muovere qualcosa negli altri – un film deve “muovere” – ma io non sono legata in modo speciale a uno in particolare».
Quando ha capito di amare il cinema e di voler fare l’attrice, e che rapporto aveva con i suoi genitori?
«I miei genitori non hanno mai visto un mio film. Mai. Perché non ho mai detto loro: venite a vedere. Avevo paura che venissero colpiti negativamente. Da bambina però mia madre mi raccontava che sognava il circo, e io mi allenavo a camminare su una corda. Ho avuto la sensazione che lei desiderasse un’altra vita rispetto al ruolo di madre e casalinga. Quanto a me, nel cinema ci sono scivolata. Prima ho studiato quattro anni all’università: volevo diventare insegnante. Alcuni insegnanti erano riusciti a risvegliare in me una fiducia che nessun altro aveva saputo darmi, li veneravo. Uno di loro, ricordo, mi disse: Hanna, ricordati che nella tua vita ci sarà qualcosa di speciale. Avevo undici anni. Quella frase mi è rimasta dentro».
Ha seguito la storia delle gemelle Kessler, amatissime in Italia, che hanno scelto il suicidio assistito insieme? Cosa ne pensa?
«È perfettamente in linea con il resto della loro vita, no? Hanno scelto di fare tutto insieme, anche morire. Erano libere di farlo. In Germania è possibile in certe condizioni, ma è più semplice in Svizzera. Naturalmente è anche bello vivere la vita fino alla fine, ma dipende dalle condizioni. Se ti ritrovi con un organo qui, uno là, e respiri a fatica… Io ho già il modulo, il formulario, per firmare; non l’ho ancora fatto, e questo significa che una parte di me forse vuole ancora aspettare. Ma lo farò: è importante non diventare vittime della scienza o delle tecnologie mediche a ogni costo. Per me è un atto estremo di libertà».
Quanto è stata importante la libertà nella sua vita?
«È sempre stata fondamentale. Sono figlia della generazione dei Beatles e dei Rolling Stones. Cantavano tanto la parola libertà. Io ero più Rolling Stones che Beatles: li preferivo perché erano selvaggi. Non per Mick Jagger in particolare, ma per la loro energia indomabile».