ROMA – È, molto semplicemente, l’Italia che ride. Le letture sociologiche risultano sempre troppo strette o troppo larghe: il pubblico di Checco Zalone (27 milioni di incassi in quattro giorni di programmazione) è trasversale, e basta il colpo d’occhio in sala per accertarlo. Per questo le recensioni fatte alle anteprime per la stampa non possono funzionare, o non fino in fondo: perché serve il pubblico. Eterogeneo come quasi mai: famiglia con tre adolescenti al seguito, il papà barbuto sghignazza anche quando la prole resta seria; la comitiva di ragazzini; la coppia matura che ha il biglietto sì, ma per un altro cinema; la coppia attempata che entra all’ultimo (lui inciampa rovinosamente, e – giuro – la proiezione viene interrotta per una decina di minuti); la ghenga di maschi chiamiamoli diversamente giovani che poi, uscendo, fanno la battuta sul funzionamento della prostata (ampiamente tematizzato nel film).
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ROMA – È, molto semplicemente, l’Italia che ride. Le letture sociologiche risultano sempre troppo strette o troppo larghe: il pubblico di Checco Zalone (27 milioni di incassi in quattro giorni di programmazione) è trasversale, e basta il colpo d’occhio in sala per accertarlo. Per questo le recensioni fatte alle anteprime per la stampa non possono funzionare, o non fino in fondo: perché serve il pubblico. Eterogeneo come quasi mai: famiglia con tre adolescenti al seguito, il papà barbuto sghignazza anche quando la prole resta seria; la comitiva di ragazzini; la coppia matura che ha il biglietto sì, ma per un altro cinema; la coppia attempata che entra all’ultimo (lui inciampa rovinosamente, e – giuro – la proiezione viene interrotta per una decina di minuti); la ghenga di maschi chiamiamoli diversamente giovani che poi, uscendo, fanno la battuta sul funzionamento della prostata (ampiamente tematizzato nel film).
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È un’Italia che ride e vuole ridere, ma non è solo quella dei vecchi cinepanettoni e non è solo quella di Pio e Amedeo. Non è detto sia anche quella di Paolo Sorrentino, ma non è nemmeno da escludere. I social per gente anziana – leggi Facebook – pullulano di dibattiti stizzosi. Michele T. dice a Valeria C. che per apprezzare certi film «ci vogliono gli strumenti» (si riferisce a La Grazia con Servillo), e Valeria C. risponde: «Quindi, giusto per capire, tu pensi che chi non apprezza Sorrentino non ha una specifica sensibilità o una cultura. La tua cultura cinematografica si ferma a questo dualismo?». Ha fatto bene Guia Soncini a tirare fuori dall’archivio tracce delle stesse identiche dinamiche per i film precedenti, con il ricorrente affacciarsi di quelli che “io non lo vedo”. Una minoranza ostinata ma che spesso sbaglia bersaglio: il primo a irridere il personaggio Zalone è Zalone. Lo ridicolizza, forse infine lo perdona, perdonando con lui l’eterno cialtrone italiano. Stavolta arricchito senza merito, cafonissimo, stracafonal, peggio dei Gianluca Vacchi veri. O forse no.
La parabola vagamente fiabesca che tiene insieme la ricerca di una figlia, il Cammino di Santiago e la prostata infiammata soffre senza dubbio di qualche schematismo frettoloso, ma è davvero il punto? C’è, in tutti i film di Zalone, il lampo intermittente del riscatto. Non ti fidare mai delle apparenze, dice papà Checco alla figlia – e sta parlando di una tipa affascinante di cui però non aveva colto per tempo i fianchi troppo larghi. Scorretto, scorrettissimo: alle battute su Gaza e Schindler’s List il pubblico, devo dirlo, ride eccome. Non ride a quelle più sottili e colte (una sul signor Hemingway a Pamplona, che Checco pensa soggiorni nel suo stesso hotel). Ma fa parte del gioco: del gioco di una risata che libera. Non dal politicamente corretto, come si vorrebbe quando si comincia a teorizzare troppo. Libera – più semplicemente – come fa la risata quando è aperta, e non è il sorriso; libera quando non è ironia ma sarcasmo e smargiassata, istinto senza maschere sociali: la faccia attonita di Zalone quando scopre che la figlia è lesbica o quantomeno bisessuale – nell’Italia del 2025 – suscita un’ilarità irrefrenabile. Vuol dire che il paese è retrogrado? Non credo. Vuol dire che viene liberata la prima reazione che molti ancora avrebbero, un attimo prima di attenuarla, sublimarla, superarla con l’intelligenza, la civiltà, ecc.
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Le apparenze, appunto. Dietro le apparenze c’è sempre qualcosa che sorprende: in bene o in male. Anche dietro le apparenze del papà assente e lavativo, anche dietro le apparenze della camminatrice adulta che lo affianca verso Santiago e di cui un po’ si innamora. L’Italia va in sala per ridere, soprattutto per quello: non aspetta le piattaforme non perché abbia il culto della visione in sala, figuriamoci, ma perché sa qual è il patto e quale l’occasione. Né si può dire che non si pensi: si pensa, con leggerezza. Si pensa senza pensosità. Va bene pure questo, purché non lo si sovrainterpreti, come talvolta fa lo stesso regista, Gennaro Nunziante, che si avventura in amene considerazioni sul bisogno di spiritualità soppiantato dall’egemonia marxista. Ma va’.
E fanno un po’ ridere i giornali di destra che salgono sul carro del vincitore al box office, esaltandolo contro il presunto snobismo a sinistra. Come mai, ai tempi di Tolo Tolo, intelligentissimo film intorno alle nostra ipocrisie sulla migrazione, non si alzarono le stesse voci? È stupido e superfluo mettere a Checco una casacca politica. E non perché sia o faccia il qualunquista. Semmai, fa l’uomo qualunque. Quello che nessuno crede di essere. E invece.