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Addio a Béla Tarr, il regista ungherese che ha fatto della lentezza una forma di verità

Addio a Béla Tarr, il regista ungherese che ha fatto della lentezza una forma di verità
(afp)

Il cineasta è scomparso a 70 anni, dopo una lunga malattia

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Con la morte di Béla Tarr, scomparso a 70 anni a Budapest dopo una lunga malattia, non se ne va soltanto uno dei più radicali cineasti europei del secondo Novecento, ma una delle ultime figure capaci di tenere insieme cinema, etica e responsabilità politica.

La notizia, confermata dall’Associazione dei cineasti ungheresi, chiude simbolicamente un percorso che il regista e sceneggiatore stesso aveva dichiarato concluso già quindici anni fa, quando dopo Il cavallo di Torino aveva annunciato che non avrebbe più girato film. Ha mantenuto la parola. Ha girato nove film in poco più di trent’anni – da Nido familiare, 1979 a Il cavallo di Torino, 2011 – sono bastati a ridefinire l’idea stessa di esperienza cinematografica.

Il suo cinema ha rinunciato alla narrazione tradizionale per concentrarsi su tempo, spazio, atmosfera, durata. Lunghissimi piani sequenza, spesso senza stacchi per minuti interminabili, hanno costruito quello che molti critici hanno definito un “realismo temporale”: non la rappresentazione del reale, ma la sua attraversata fisica, ipnotica, spesso estenuante. Un cinema in bianco e nero che osserva l’esistenza umana nella sua marginalità, nella sua disperazione, in paesaggi ungheresi post-comunisti ridotti a rovine morali prima ancora che sociali.

Mai davvero popolare, mai commercialmente vincente, Tarr è stato però decisivo per il cinema d’autore contemporaneo. Satantango (1994), adattamento monumentale – oltre sette ore – del romanzo di László Krasznahorkai, è diventato uno dei film-fondamento del cosiddetto slow cinema, influenzando intere generazioni di registi.

Se in Nido familiare alcuni critici vedono l’influenza di Cassavetes – ma Tarr dichiara di non aver visto nessuno dei film del regista – un cineasta come Gus Van Sant ha dichiarato apertamente il debito della sua “trilogia della morte” (Gerry, Elephant, Last Days), al cinema di Tarr, così come ne sembra influenzato il cinema contemplativo e laterale di Jim Jarmusch, che più volte se ne dichiara ammiratore.

(afp)

Nato a Pécs, Ungheria del Sud nel 1955, Tarr aveva iniziato a girare a sedici anni con una cinepresa regalata dal padre, realizza corti amatoriali, inizia a lavorare come custode della Casa per la cultura e il divertimento, poi viene preso al Balázs Béla Studio, laboratorio centrale del cinema sperimentale ungherese. Nido familiare, girato con attori non professionisti e uno sguardo quasi documentaristico lo impose immediatamente come voce scomoda. Dopo gli studi all’Accademia di Teatro e Cinema di Budapest, fondò un proprio studio indipendente, chiuso nel 1985 per motivi politici.

Perdizione, del 1988, realizzato fuori dai circuiti ufficiali, arrivò comunque a Berlino. Ha spesso lavorato con la moglie e co-regista Agnes Hranitzky. In L’uomo di Londra, ispirato al romanzo di Georges Simenon, ha arruolato Tilda Swinton. Il riconoscimento internazionale culminò con Il cavallo di Torino, presentato alla Berlinale e premiato con il Gran Premio della Giuria nel 2011. Un film di estrema sottrazione, quasi metafisico, che racconta la fine del mondo come lento spegnimento della materia e della luce. Subito dopo, Tarr annunciò il ritiro: “Non voglio diventare un regista stupido che si ripete e annoia la gente”.

Eppure Tarr non smise di “fare cinema”. Negli ultimi anni si è dedicato completamente alla formazione, fondando nel 2012 a Sarajevo la film factory, una scuola internazionale senza gerarchie, senza programmi rigidi, chiamando a insegnare figure come Apichatpong Weerasethakul, Carlos Reygadas, Tilda Swinton e Juliette Binoche. Ha tenuto workshop in tutto il mondo, è stato visiting professor in numerose accademie, ha insegnato non “come si fa un film”, ma perché farlo. Ai giovani ha spiegato: “Abbiate una voce vostra, siate voi stessi e mandate a quel paese l’industria cinematografica. Se non avete soldi non importa: girate con l’iPhone, montate al computer, diffondete su internet. L’unica cosa che conta è essere liberi. Che tutti siano liberi”.

Ha prodotto senza compenso film di giovani registi, è stato accanto a loro in sala di montaggio, ha donato la copia di Satantango per sostenerne le attività. Alla Wiener Festwochen ha presentato Missing People- Persone scomparse, una performance che nasceva da un gesto concreto: offrire una cena a 250 senzatetto viennesi, filmarne i resti, trasformare ciò che resta in immagine. Politicamente si è sempre definito un “anarchico di sinistra”, critico feroce del nazionalismo e del populismo.

Non ha mai smesso di attaccare il sistema di potere ungherese guidato da Viktor Orbán, né di prendere posizione su scala internazionale. Nel 2023 ha firmato l’appello per il cessate il fuoco a Gaza, la protezione dei civili e il rilascio degli ostaggi.

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