Park City, Utah - Alle undici meno un quarto del 12 agosto 2022, in una soleggiata mattinata di venerdì nello Stato di New York, lo scrittore Salman Rushdie viene aggredito e quasi ucciso da un giovane con un coltello, poco dopo essere salito sul palco dell’anfiteatro di Chautauqua per parlare dell’importanza di “proteggere gli scrittori dal pericolo”. Ad accompagnarlo Henry Reese, co-creatore, insieme a sua moglie Diane Samuels, del progetto City of Asylum Pittsburgh, che offre rifugio a numerosi scrittori la cui sicurezza è a rischio nei rispettivi Paesi di provenienza. L’obiettivo di Rushdie era la creazione in America di spazi sicuri per gli scrittori. Titolo del convegno: More Than Shelter: Redefining the American Home.
Quella conversazione non avrà mai lu…
Park City, Utah - Alle undici meno un quarto del 12 agosto 2022, in una soleggiata mattinata di venerdì nello Stato di New York, lo scrittore Salman Rushdie viene aggredito e quasi ucciso da un giovane con un coltello, poco dopo essere salito sul palco dell’anfiteatro di Chautauqua per parlare dell’importanza di “proteggere gli scrittori dal pericolo”. Ad accompagnarlo Henry Reese, co-creatore, insieme a sua moglie Diane Samuels, del progetto City of Asylum Pittsburgh, che offre rifugio a numerosi scrittori la cui sicurezza è a rischio nei rispettivi Paesi di provenienza. L’obiettivo di Rushdie era la creazione in America di spazi sicuri per gli scrittori. Titolo del convegno: More Than Shelter: Redefining the American Home.
Quella conversazione non avrà mai luogo. “Come stavo per scoprire, quel giorno l’anfiteatro non era uno spazio sicuro per me” racconta. “Posso ancora vedere il momento al rallentatore. I miei occhi seguono l’uomo che corre mentre balza dal pubblico e si avvicina a me, vedo ogni passo della sua corsa a capofitto. Mi guardo mentre mi alzo in piedi e mi giro verso di lui. Continuo a fronteggiarlo. Non gli volto mai le spalle. Non ci sono ferite sulla mia schiena. Alzo la mano sinistra per difendermi. Lui vi affonda il coltello”.
Da queste istantanee al ralenti parte Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie, il documentario di Alex Gibney, veterano del Sundance Film Festival, ispirato al memoir Coltello (Mondadori), arricchito da filmati inediti catturati dalla moglie di Rushdie, Rachel Eliza Griffiths, a documentare la sua riabilitazione fisica, ma anche il ripristino del suo spirito e della forza di rialzarsi. Risale al febbraio del 1989 il momento in cui l’ayatollah Khomeini emette una fatwa contro Rushdie per aver scritto I Versi Satanici, romanzo nel quale, a detta del leader iraniano, sono offesi la religione islamica e il suo profeta.
Rushdie (Bombay, 1947), guida il documentario con le stesse parole del memoir - ripercorrendo carriera, pratica di scrittura e il peso culturale della propria opera letteraria - fino a toccare le corde della compassione e del perdono, della violenza e della repressione del pensiero. Quando lo incontriamo al Ray Theatre, a pochi minuti dall’anteprima mondiale di Knife, abbiamo sotto gli occhi le news che arrivano da Minneapolis (Alex Pretti è stato ucciso dagli agenti della Border Patrol, la polizia di confine; la città del Minnesota è in piazza).
“Che cosa penso dell’America odierna? Sono tutti fuori di testa in questo momento. Non ho altra spiegazione” ci dice candidamente. “È molto difficile commentare lucidamente i fatti ed è altrettanto complicato sostenere una conversazione seria e puntuale sul clima politico”. Prosegue: “Per la mente autoritaria, la cultura è il nemico. La cultura nel suo senso più ampio: università, giornalismo, artisti, poeti, musicisti. La cultura stessa è il nemico perché la cultura incoraggia la libertà. Incoraggia a discutere le cose, a dissentire, a dibattere e a fare cose nuove, abbandonando quelle vecchie”. In un certo senso, aggiunge, “il film arriva in un momento cruciale, proprio quando la violenza e il pericolo sono diventati improvvisamente parte del vissuto di ognuno di noi. Forse, allora, quest’opera può offrire un barlume di comprensione e di empatia a chi sta attraversando una fase profondamente dolorosa della storia di questo Paese”. Come puntualizza David Rooney di Hollywood Reporter, una delle scelte più intelligenti del documentario di Alex Gibney è quella di trattenere, quasi fino alla fine, le immagini dell’attacco del 2022. A quel punto di questo film intimo e contemplativo, abbiamo già visto l’assalto rappresentato attraverso disegni animati, ricostruzioni e dettagli anatomici di Rushdie, gravemente ferito, mentre giace in convalescenza in un ospedale della Pennsylvania. “Ricordo di aver alzato una mano per rispondere all’applauso del pubblico nell’anfiteatro di Chautauqua. Poi, con l’angolo del mio occhio destro - l’ultima cosa che il mio occhio destro avrebbe visto - ho visto l’uomo in nero correre verso di me lungo il lato destro dell’area dei posti a sedere. Vestiti neri, maschera nera. Un missile tozzo. Mi sono alzato in piedi e l’ho guardato arrivare. Non ho cercato di correre. Ero come paralizzato. Erano passati trentatré anni e mezzo dal famigerato ordine di morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini contro di me e tutti coloro coinvolti nella pubblicazione de I Versi Satanici, e durante quegli anni, confesso, avevo a volte immaginato il mio assassino alzarsi in qualche forum pubblico e venire verso di me proprio in questo modo. Quindi il mio primo pensiero quando ho visto questa forma omicida precipitarsi verso di me è stato: ‘Quindi sei tu. Eccoti qui’. Si dice che le ultime parole di Henry James furono: ‘So here it is at last, the distinguished thing’. Anche la morte stava arrivando verso di me, ma non mi sembrava distinta. Mi sembrava anacronistica”. Il secondo pensiero di Rushdie, come appunta nel memoir, è: “Perché ora? Davvero? È passato così tanto tempo. Perché ora, dopo tutti questi anni?”. La sensazione che il mondo fosse andato avanti e che quell’argomento fosse chiuso viene annientata da un coltello “rubato dalla cucina di sua madre”. Poiché “nella morte siamo tutti persone di ieri, intrappolati per sempre nel tempo passato”, il coltello con su scritto Salman Rushdie aveva un unico scopo: mettere lo scrittore nella gabbia. La gabbia, dice Rushdie, del passato revenant, “che cerca di trascinarmi indietro nel tempo”. Con la sua enorme maestria, Gibney riannoda i primi giorni dopo l’attacco, mentre Rushdie giace nel suo letto d’ospedale con varie parti del corpo tenute insieme da graffette metalliche e potenti antidolorifici. “All’inizio pensavo di essere stato solo colpito da qualcuno che picchiava forte. Ho saputo dopo che aveva preso lezioni di boxe. Ora so che c’era un coltello in quel pugno. Il sangue ha iniziato a sgorgare dal mio collo. C’era la profonda ferita da coltello nella mia mano sinistra, che ha reciso tutti i tendini e la maggior parte dei nervi. C’erano almeno altre due profonde ferite da accoltellamento nel mio collo e un’altra più in alto sul mio viso. E c’è una ferita sul lato sinistro della mia bocca, e ce n’era una anche lungo l’attaccatura dei capelli. E c’era il coltello nell’occhio. Quello è stato il colpo più crudele, ed era una ferita profonda. La lama è entrata fino al nervo ottico, il che significava che non ci sarebbe stata possibilità di salvare la vista. Era andata. Stava solo pugnalando selvaggiamente, pugnalando e squarciando, il coltello che si agitava verso di me come se avesse vita propria, e io stavo cadendo all’indietro, lontano da lui, mentre attaccava”.
La presentazione del doc al Sundance è anche un momento per chiedere a Salman Rushdie a che punto sia la libertà di espressione, oggi. “Dopo il fattaccio, mi sono detto di continuare a essere lo scrittore che ero sempre stato” risponde malinconico e ottimista. “Di non scrivere libri dettati dalla paura, né libri dettati dalla vendetta. Semplicemente, continuare a scrivere i libri che avevo iniziato a scrivere. Proseguire per la strada che stavo percorrendo, e quello è un vero atto di volontà. Ho pensato seriamente: ‘Non mi lascerò sviare in nessuna direzione, né verso la codardia né verso la rabbia’. Non a caso il film è ricco di frasi che meriterebbero una riflessione profonda. Ne abbiamo annotate diverse: “Mi sto rialzando proprio nel punto in cui sono caduto”, “Non saremmo chi siamo oggi senza le calamità dei nostri ieri”, l’antico proverbio “Quel che non si può guarire, va sopportato”, fino a “Ho 76 anni e vado ancora avanti” e “Volevo passare da un atto di odio a un luogo d’amore”. A chi gli chiede se il documentario sia un modo di rivivere il trauma, risponde: “Penso che la parte difficile sia l’essere trascinati di nuovo in una narrazione che sto superando. Ma d’altra parte, credo che entrambi i progetti - il memoir e il documentario - siano stati per me necessari per poter fare altro. Dovevo affrontare questo evento della mia vita prima ancora di poter pensare di fare qualsiasi altra cosa”.
Da qualche anno Rachel Eliza Griffiths, scrittrice e fotografa, era alla ricerca di un regista dallo sguardo solido e imparziale, capace di scavare nel cuore del suo girato per raccontare una storia di guarigione e resilienza. “Ho visionato i filmati di Eliza e ho pensato che sia lei che Rushdie fossero ritratti in modo sorprendentemente vulnerabile” fa sapere Gibney. “Avevo in mente un montaggio in cui il film sembrava più una cronaca della guarigione che dell’attentato. Da Rushdie mi aspettavo un ultimo gesto di coraggio: che mi insegnasse a usare l’arte come strumento per guarire”. Il regista ha cercato di entrare in contatto anche con Hadi Matar, l’aggressore, senza riuscirci. “Poco importa. Viviamo in un’epoca in cui siamo spinti ogni giorno alla vendetta sui social media. Infatti, i social monetizzano sulla rabbia, sul livore. Certo, ci sono momenti in cui è giusto arrabbiarsi. Ma restare fedeli ai propri ideali, come Salman Rushdie, senza scendere agli inferi, nell’odio, quello è un punto di forza inalienabile”.
Il prezzo che Rushdie ha pagato è sconfinato. E, stando alle ultime notizie, la minaccia di violenza da parte di una corrente intollerante dell’Islam è cresciuta ancora di più all’interno dell’Occidente. Perché spegnere uno scrittore? “Ho sempre pensato che sia strano che dittatori e tiranni siano così spaventati da scrittori e poeti” riflette Rushdie in Knife. “Perché il dittatore spagnolo Francisco Franco aveva paura di Federico García Lorca? Perché Cesare Augusto aveva paura di Ovidio? Non abbiamo pistole. Non abbiamo eserciti. Ciò che facciamo è contestare la loro capacità di controllare la narrazione. È quello che i dittatori vogliono fare. Vogliono controllare la narrazione. Scrittori, artisti e giornalisti la contestano, e questo li rende pericolosi”.