Silvia D’Amico affianca Alba Rohrwacher ed Elio Germano in Tre ciotole, il film tratto dal romanzo di Michela Murgia che arriva in prima visione su Sky Cinema dopo un lusinghiero passaggio in sala. L’attrice interpreta la sorella della protagonista in questo racconto intimo diretto da Isabelle Coixet. “Ho letto il libro appena saputo del provino, tutto d’un fiato. E poi c’è stata una selezione lunga” racconta l’attrice. “Avevo già apprezzato un libro di Michela Murgia e ritrovarla mi ha stupito: la qualità della scrittura è altissima”.
Alba Rohrwacher e Elio Germano in "Tre ciotole": "Un film per restituire il mondo di Michela Murgia"
Che scena portava al provino?
”Quella al ristorante, quando sono seduta con mia sorella a mangiare la pizza. Una scena di otto pagine, e quando ti arriva una cosa così lunga pensi: Oddio, sarà dura. Invece, grazie alla riscrittura di Enrico Audenino, era tutto già costruito benissimo: tempi, pause, respiro. È stato un incontro fortunato: come quando prendi un vestito e ti calza a pennello. Sono arrivata, ho fatto la scena, abbiamo riso molto – perché ai provini si sperimentano anche cose diverse – ed è andata così”.
Il rapporto con Isabelle Coixet?
“Ottimo. È una persona ‘di pancia’: quello spirito ispanico, catalano in particolare, lei lo incarna perfettamente. Ha un immaginario fortissimo che porta dentro al film anche quando racconta cose concrete. Ho avuto modo di frequentarla anche dopo e devo dire che è una persona che ti arricchisce. Mi ha raccontato e mostrato i suoi collage; ha anche una pagina Instagram dove li pubblica: è una cosa che racconta molto della sua visione registica a 360 gradi. E io mi ritrovo anche nel suo modo di pensare, sulla politica, sulle idee, su tante cose”.
Il momento più intenso delle riprese?
“Una scena – credo l’ultima – tra me e mia sorella. È forse la più drammatica, perché si va verso quella fine inevitabile. Noi eravamo vicine, ci abbracciavamo, e non viene rappresentata come ‘disperazione’, ma in fondo lo è. A un certo punto Isabelle ha fatto passare un cagnolino che era lì e ci ha detto: ‘Notatelo, questo cagnolino’. È stata una cosa piccola, inaspettata. Ma anche nella vita vera, dentro i momenti terribili, succede: arriva un dettaglio, una luce, una ‘luccicanza’ che ti riporta al quotidiano, che restituisce familiarità. Lei cercava sempre questa cosa, quasi in modo cechoviano: trovare il quotidiano in ogni scena, in ogni gesto”.
Tre ciotole è un film che affronta in modo molto diretto e realistico malattia, corpo, morte. Che riflessioni le ha suscitato? L’ha toccata più profondamente?
“Sì. È una storia che riguarda tutti e che entra in ognuno con una chiave diversa. Io da bambina sono sempre stata terrorizzata dalla morte. Questa cosa poi mi ha sviluppato un’ansia più generale: paura di qualsiasi cosa, ipocondria. La paura della morte, in tutte le sue forme, è sempre stata molto presente. E questo film, viverlo ‘da dentro’, è stato una terapia. Perché ci passi attraverso e capisci che quella è una parte della vita. E anche in quella fase non bisogna lasciarsi andare: bisogna affrontarla un pezzetto alla volta. Non con un’accettazione passiva, ma facendone parte della vita. È stata un’esperienza che ha toccato corde molto personali e mi ha cambiata profondamente”.
È vero che sua madre da bambina la chiamava Eleonora Duse perché faceva delle scene?
“Sì. Io non ho mai avuto dubbi su quello che volevo fare da piccola. E posso dirle una cosa: per tanti anni ho detestato il fatto che alcune persone mi chiamassero ‘Silvio d’Amico’, nel senso di: ‘Ah, quindi è parente?’. Perché quella confusione (in realtà non c’è nessun legame, ndr), all’inizio, mi pesava. Poi, col passare degli anni, le persone stanno capendo che io mi sono formata con le mie forze e con le mie gambe. Si sta formando la mia identità: non è più legata a quella cosa del ‘è parente di’. Piano piano mi sto emancipando anche da quella paura”.
Quando ha iniziato a fare l’attrice?
“L’altra sera ho incontrato a teatro Giuseppe Piccioni, il regista con cui ho esordito. Era il 2012, Il rosso e il blu. Ed è una carriera in continua costruzione, in espansione. Ogni esperienza lascia un’impronta. È anche la cosa bella dell’essere attore: si cambia sempre e in fondo non c’è una cosa sola che ti definisce per sempre. Però, come imprinting iniziale – proprio come personalità di attrice – direi Carlo Cecchi. È stato il mio maestro in Accademia. È scomparso recentemente, e questa cosa mi ha fatto pensare tantissimo a quanto mi abbia dato, soprattutto sull’idea di recitazione e di libertà attoriale. Poi Giuseppe Piccioni e Roan Johnson. E la serialità degli ultimi anni: dà una sferzata al percorso, perché è un impegno costante per mesi e ti permette di approfondire un personaggio in modo diverso rispetto al cinema. Le serie su Sky, come Christian: lì il mio personaggio era notevolissimo”.
Lei è anche della banda Caligari di Non essere cattivo.
“Per me è stato un privilegio sapere che quella era la mia famiglia d’appartenenza: ti dà un senso di responsabilità rispetto alle scelte che fai. È anche un posto dove confrontarsi: sulle scelte, sui lavori. Il rapporto che abbiamo con Valerio (Mastandrea, ndr) è uno scambio vero”.
In che modo Claudio Caligari la accompagna?
“Mi capita di pensare al suo sguardo su di me. Non era una persona di molte parole, ma aveva uno sguardo attentissimo, preciso. Mi torna in mente quando penso a quanto sapesse esattamente che cosa dovevi essere dentro il suo film, come trasformarti in quella cosa lì. Da cinefilo incallito aveva già tutto immaginato, aveva dentro le scene del film, e questa cosa mi è rimasta. Mi ha insegnato a non avere paura e a non giudicarmi mentre lavoro. Spesso un attore all’inizio cerca lo sguardo di rassicurazione del regista o cerca di compiacerlo. Invece basta essere quello di cui il regista ha bisogno in quel momento, senza giudicare troppo, senza aspettare gratificazioni. Il rapporto con lui era essenziale. Oggi spesso il rapporto tra attore e regista è ‘mistificato’ da tante cose. Lui invece era puro, semplice, diretto. È una lezione che mi porto dietro”.
Cosa le ha regalato la serie Piedone con Salvatore Esposito?
“Essere su un set seriale ha i suoi pro: permette, dopo due anni, di tornare a vestire i panni di un personaggio che nel frattempo si è evoluto, ma mentre si evolve lui cambi anche tu come attrice. Questo accompagnarsi nella crescita è persino commovente. All’inizio il mio commissario era un personaggio molto distante. Quest’anno me la sono goduta di più: mi sentivo più giusta in quei panni, più rilassata. E siamo andati più a fondo nei personaggi, nelle loro storie personali e anche nella linea dei casi di puntata. Ed è bello accogliere i nuovi attori che entrano nei casi: quest’anno erano tutti bravissimi, ci siamo trovati benissimo ed è stato stimolante”.
Un momento divertente?
“Una cosa su cui ridiamo tutti, e per cui mi prendono in giro, è che durante le riprese di Piedone, sui casi di puntata, a volte ero troppo partecipe: mi commuovevo io prima dei protagonisti. Allora il regista e gli altri mi dicevano: “Guarda che la tragedia è la loro, non è la tua”. E io mi ricomponevo. Però è anche bello attraversare: in quella serie ci sono tanti casi di persone normali, e io mi immedesimavo continuamente. Alla fine avevo bisogno di essere consolata io”.
I personaggi o i titoli per cui la fermano di più?
“Con mia grande sorpresa – e piacere – mi fermano per Christian. Mi dicono: ‘L’ho riconosciuta dalla voce’, perché fisicamente sono diversissima, non ho più i capelli biondi, è proprio un altro look. Poi mi fermano per la serie di Gabriele Muccino e, ovviamente, per Piedone. Ma nell’ultimo anno mi hanno fermata anche per Tre ciotole. Non era scontato che un film così profondo incontrasse tanto favore del pubblico”.
La sua cifra è cambiare continuamente – essere drammatica ma anche divertente. Mi racconta un episodio tragicomico, buffo?
“Il momento tragicomico mi è capitato il giorno del provino di Tre ciotole. Sono arrivata con la mia city car. Esco dal provino e la trovo in mezzo alla strada: la municipale la stava portando via, perché l’auto era stata spostata e lasciata in mezzo alla carreggiata. E non riuscivo a convincerli che non ero così folle da mettere l’auto in mezzo alla strada. Ero appena uscita dal provino, avevo addosso tutta l’adrenalina, ma comunque nessuno mi credeva. Ho pagato multa, carro attrezzi, tutto. Però quel posto che doveva diventare ‘sciagurato’ è diventato fortunato, perché poi da quella tragedia è uscita una cosa bellissima”.