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Alexander Skarsgård e lo scandaloso Pillion: “Anche nel mondo del bondage può esistere la tenerezza”

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L’attore è al cinema con il film di Harry Lighton su una relazione dominante/sottomesso: una storia intima che ha convinto la critica, un film indipendente tra i più discussi della stagione
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Pillion è un film britannico diretto da Harry Lighton, dal festival di Cannes ha iniziato un viaggio per le rassegne ed è entrato nel radar delle campagne premi grazie alla sua natura indipendente e al passaparola critico. Protagonista è Alexander Skarsgård, che firma anche come produttore esecutivo, affiancato da un cast essenziale e da una messa in scena rigorosa. Racconta l’incontro tra Ray, uomo enigmatico e dominante, e Colin, giovane inesperto che si avvicina per la prima volta a una relazione di tipo dom/sub. Il film segue il percorso emotivo di Colin, tra desiderio, scoperta di sé e ridefinizione dei confini del consenso affidandosi ai gesti, ai silenzi, alle micro-variazioni del rapporto. Lontano da qualsiasi approccio sensazionalistico, tratta il mondo BDSM (bondage/dominance/sadismo/masochismo) come spazio relazionale, non come provocazione: una storia intima, attraversata da tenerezza, goffaggine e vulnerabilità, che riflette sul bisogno di appartenenza e sulla difficoltà …

Pillion è un film britannico diretto da Harry Lighton, dal festival di Cannes ha iniziato un viaggio per le rassegne ed è entrato nel radar delle campagne premi grazie alla sua natura indipendente e al passaparola critico. Protagonista è Alexander Skarsgård, che firma anche come produttore esecutivo, affiancato da un cast essenziale e da una messa in scena rigorosa. Racconta l’incontro tra Ray, uomo enigmatico e dominante, e Colin, giovane inesperto che si avvicina per la prima volta a una relazione di tipo dom/sub. Il film segue il percorso emotivo di Colin, tra desiderio, scoperta di sé e ridefinizione dei confini del consenso affidandosi ai gesti, ai silenzi, alle micro-variazioni del rapporto. Lontano da qualsiasi approccio sensazionalistico, tratta il mondo BDSM (bondage/dominance/sadismo/masochismo) come spazio relazionale, non come provocazione: una storia intima, attraversata da tenerezza, goffaggine e vulnerabilità, che riflette sul bisogno di appartenenza e sulla difficoltà di nominare ciò che si desidera davvero. Tutto questo ha reso il film uno dei titoli indipendenti più discussi della stagione, attirando l’attenzione di giurie, critici e addetti ai lavori.

Skarsgård, perché questa storia era così importante per lei, al punto da entrare anche come produttore esecutivo?

«Sono arrivato sul progetto circa un anno prima delle riprese, non posso quindi prendermi meriti sullo sviluppo. Ma quando ho letto la sceneggiatura non era ancora finanziata: era un film piccolo, di un regista al suo primo lungometraggio. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto contribuire a farlo esistere, anche in minima parte. La sceneggiatura era straordinaria, diversa per tono da qualsiasi cosa avessi letto prima. Quando senti parlare di BDSM e cultura biker immagini qualcosa di diverso; invece c’erano dolcezza, tenerezza, goffaggine. Ho creduto molto in Harry Lighton e nel suo sguardo, è così che sono diventato produttore esecutivo».

Il suo personaggio è molto enigmatico. È stato difficile lavorare sulla sua interiorità, oltre all’aspetto fisico?

«È stata una sfida interessante. Ray non rivela nulla del suo passato, non si espone emotivamente, il rischio è che ne esce un personaggio piatto. Ho lavorato molto, nella fase di preparazione, per trovare vita nei piccoli momenti, soprattutto nella relazione con Colin. Non ci sono grandi svolte drammatiche, ma micro-variazioni. Per l’autenticità del mondo raccontato è stato fondamentale avere membri reali del GBMCC (Gay biker motorcycle club) e della comunità kink londinese: erano nel film e allo stesso tempo ci aiutavano a costruire quel mondo con verità».

C’è una scena in cui Ray sembra “spezzarsi”, concedendosi una leggerezza inaspettata.

«È una scena che cambia completamente tono, quasi una rom-com anni 90. Ray organizza quella giornata e il bello è che può essere letta in modi diversi: come gesto sadico, come apertura emotiva che poi lo spaventa, oppure come atto di generosità, per mostrare a Colin ciò che desidera davvero e fargli capire che lui non può essere quell’uomo. Ho sempre evitato di fissare una sola interpretazione: è più interessante che il pubblico discuta e trovi la propria. Per me è stato affascinante scoprire un lato più giocoso di Ray, anche se costruito e temporaneo».

Ha letto il romanzo da cui il film è tratto?

«Non in fase di preparazione. Ho parlato molto con Harry, che lo aveva adattato, e sapevo che il personaggio nel libro era più oscuro. Ho preferito non leggere quella versione per non confondermi e restare concentrato sulla sua interpretazione cinematografica».

Quando ha capito di potersi fidare completamente di un regista così giovane e al primo film?

«Dalla prima conversazione. Aveva scritto una sceneggiatura magnifica e parlava del film con una chiarezza sorprendente. Sul set è stato ancora più evidente: era sicuro di sé ma capace di dire “non lo so, troviamolo insieme”. È una qualità rara, anche tra registi esperti».

Come avete lavorato sul tema del consenso e del desiderio, aggirando il rischio che uno dei personaggi venisse ritratto come vittima di abusi?

«Nel mondo BDSM spesso esistono contratti chiari fin dall’inizio, ma abbiamo scelto di evitarli per ragioni narrative: il film segue il percorso di Colin, che scopre gradualmente le regole. Allo stesso tempo era fondamentale che il consenso fosse sempre percepibile. In alcune scene abbiamo calibrato molto il tono: doveva essere intenso ma anche giocoso. Tutto stava nel trovare il giusto equilibrio».

Le scene di sesso sono molto esplicite ma mai gratuite. Come le ha affrontate?

«Sono tutte tappe fondamentali nel percorso emotivo di Colin: la prima esperienza, il primo orgasmo. Harry non voleva shock fini a se stessi, né uno sguardo prudente che allontanasse la macchina da presa da ciò che sta accadendo. Alcune cose più estreme sono state girate ma poi tolte, perché rischiavano di distrarre dalla storia. L’obiettivo era sempre l’arco emotivo, non l’effetto-wow».

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