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“Due procuratori”, lo stalinismo e gli anni neri della giustizia. La recensione

“Due procuratori”, lo stalinismo e gli anni neri della giustizia. La recensione

In sala il film diretto da Sergej Loznica con Aleksandr Kuznecov, Aleksandr Filippenko e Anatolij Belyj

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Profonda provincia sovietica, 1937: l’anno terribile delle grandi purghe staliniane. Il giovane procuratore Korneev, appena laureatosi in legge, riceve una lettera sfuggita alle maglie della censura. È un biglietto scritto con il sangue: un uomo, rinchiuso in prigione perché accusato di essere “un membro della cricca Bucharin-Trockij”, chiede di vedere un avvocato. Il giovane prende a cuore il caso. Incontra l’uomo, Stepnjak, un vecchio bolscevico della prima ora. “Bisogna informare il compagno Stalin – dice il prigioniero – lui fermerà questo abominio”.

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Eh sì, in tanti negli anni ’30 lo credevano: ad ammazzare la gente erano i corrotti della polizia segreta, la NKVD, figurarsi se il Piccolo Padre permetterebbe simili ingiustizie! Così il giovane procuratore va a Mosca dove riesce a parlare non con Stalin ma con il suo braccio armato, il famigerato procuratore capo Andrej Vyšinskij. Finirà malissimo.

Sergej Loznica, grandissimo documentarista, si ispira a un racconto autobiografico di Georgij Demidov (scritto negli anni ’60 ma pubblicato solo nel XXI secolo) e ricostruisce i plumbei anni ’30 dell’URSS con una cura dei dettagli che trasforma Due procuratori in un viaggio nel tempo. È un film duro, angosciante, bellissimo. Un’ottima cura omeopatica contro qualsiasi forma di nostalgia. I tre attori – Aleksandr Kuznecov, Aleksandr Filippenko e Anatolij Belyj – sono formidabili.

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