Berlino – “Canto e recito per essere compresa”. Tecla Insolia, 22 anni, porta negli incontri la stessa profonda freschezza che consegna ai personaggi sullo schermo. A Berlino è una delle Shooting star, una delle stelle emergenti del cinema europeo: “Non riesco a prepararmi prima, né per le interviste né per le cose che devo fare. È come se dovessi essere pronta subito nel momento in cui le cose succedono. È una bellissima esperienza e sto cercando di viverla nel modo più tranquillo possibile. È una grande opportunità”.
Nell’incontro all’NH Collection, che è il quartier generale delle nuove stelle, l’attrice racconta il suo rapporto con i riconoscimenti: “Non sono il fine. Sono un momento in cui viene celebrato il motivo per cui sei lì. Fai un punto della situazione e dici: gli ultimi due anni sono stati intensi, belli, riconosciuti non solo da me ma anche dall’esterno. È ovvio che senti una responsabilità grande. Però non sono il fine di niente. Vorrei essere sempre aperta a quello che avviene dopo”.
Spiega di sentirsi in una posizione fortunata, quasi privilegiata, perché negli ultimi anni la critica è stata generosa con lei. Ma proprio questo può trasformarsi in pressione: “Chi fa un mestiere artistico continua grazie al consenso. Se non hai un riscontro dall’esterno, positivo o negativo, può rimanere tutto fine a se stesso. Certo che sento una responsabilità. Ma non ho il desiderio di stare per forza nelle cose. Non mi interessa che la mia faccia sia ovunque. Fa piacere arrivare al mercato europeo del film e vedere la tua foto accanto agli altri, pensi: wow. Però siamo qui per lavorare, per incontrare persone, per presentarci a un mercato che non è il nostro. Ho ventidue anni, vediamo cosa succede”.
Le si ricorda una sua frase sul desiderio di non essere costantemente protagonista e di voler conservare lo stupore: “Io ancora non ho capito bene il gioco. Non penso a tutte le conseguenze. Lavoro da quando ho undici anni, ma mi piace ritenermi ancora piccola. Le conseguenze di quello che dici o fai sono tentacolari. Le regole non mi sono ancora chiarissime”.
Quanto all’idea di restare un po’ laterale, precisa che non si tratta di rifiutare il lato glamour del mestiere: “È ovvio che mettere bei vestiti, fare le foto, truccarti, farti fare i capelli è bello. Ma mi piacerebbe parlare del mio lavoro. E non è neanche una cosa che so fare bene, perché le cose le vivi, poi non è che le sai raccontare”.
Ripercorrendo l’inizio, individua non tanto l’avvio di una carriera quanto la scoperta di una vocazione durante le riprese del film su Nada, La bambina che non voleva cantare, diretto da Costanza Quatriglio, quando aveva sedici anni: “Lì ho capito che, se ne avrò la possibilità, questo è un mestiere meraviglioso. Poter dire: di mestiere faccio altre persone. Quale altro lavoro ti dà questa possibilità?”.
La musica, però, resta una radice profonda. Racconta di aver cantato prima ancora di parlare: “Mia mamma dice che ho iniziato a cantare prima di parlare. C’è un video in cui canto Felicità di Albano a due anni”. Con il tempo, però, il canto era diventato un lavoro senza che se ne accorgesse: “È difficile avere un buon rapporto con il proprio corpo e con la propria voce. È uno strumento. Devo ritrovare una passione. Canto ancora, ma era diventato un mestiere. Sono stata in ambienti protetti, con persone che hanno creduto in me e mi hanno dato la possibilità di lasciare andare quel tipo di carriera. Sono stata fortunata: mi hanno sempre detto, alla fine decidi tu”.
Oggi dice di lavorare molto sull’identità. Dice di aver capito che anche le parole pronunciate in un’intervista hanno un peso: “Ho peccato nel non dare importanza a quello che dicevo. Pensavo: chi se le va a leggere le mie interviste? Invece ho compreso che le cose che dici hanno un valore, anche se tutto dura meno di quindici secondi. Devi avere rispetto di quello che viene fuori di te. Fate un mestiere in cui dovete empatizzare con le persone. Se dici cose che non pensi, o che vengono interpretate male, devi farci attenzione. Oggi voglio approfondire e intervenire su temi anche sociali che considero importanti”.
Alla domanda su cosa le dia la recitazione in più rispetto alla musica, risponde: “Avere la possibilità di dare il tuo corpo, le tue idee e soprattutto le tue emozioni per raccontare qualcun altro è una cosa bellissima. E se poi riesci a pagarti l’affitto, è stupendo”. E sul paradosso dell’attrice pagata per raccontare “bugie”, ribalta la prospettiva: “Non stai raccontando qualcosa che hai vissuto, ma se credi in quelle cose le rendi vere. E diventano vere anche per chi guarda”.
Parlando degli incontri che l’hanno segnata, cita l’esperienza con Valeria Golino, e con attrici come Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi durante la lavorazione de L’arte della gioia: “Sono capisaldi della recitazione. Cerco di trattenerle nel mio quotidiano. È successo qualcosa di unico sul set. Le loro esperienze mi danno forza. Mi fanno sentire protetta”.
Tra i progetti futuri accenna a un film girato sull’Etna, Idda, storia di un’amicizia femminile e di un viaggio rimandato per anni girato con Romana Maggiora Vergano, e a un doppiaggio Disney/Pixar di Jumpers – Un salto tra gli animali, in sala il 5 marzo, che la rende felice soprattutto per il fratellino più piccolo: “Almeno capisce perché sto fuori casa e non lo aiuto con i compiti in quel di Toscana”.
La vita in movimento comporta rinunce: “Certo che ci sono cose che mi sto perdendo. È un lavoro che ti porta a essere costantemente in movimento. Però ti mette nella misura di trovare il giusto spazio per le persone. È difficile, perché può essere giusto per te e non per gli altri. Ma ho la possibilità di vivere tante cose diverse. Devo imparare a muovermi dentro tutto questo”. Da spettatrice si definisce critica, quasi troppo: “Guardo tanti film, ma li studio mentre li guardo. Penso a dove era la macchina da presa, se era vicino agli attori o se l’obiettivo era lungo. È un sovraccarico di strutture mentali”. Eppure l’emozione resta, soprattutto davanti a storie che la commuovono.
Dell’adolescenza racconta una solitudine non drammatica ma inevitabile e una professoressa che le cambiava il cognome in “Insolita” e a volte “Insolente”: “Come fai a costruire un rapporto con una compagna di classe se non ci sei? Se prendi e vai via per sei mesi? Le persone che sono rimaste nella mia vita ci sono. Ma oggi ho pochi amici, buoni. Sono contenta della persona che sono. Sono sempre stata la più piccola, a studiare canto, a studiare recitazione, sul lavoro. Per me è importantissimo ascoltare le esperienze degli altri”.
Ora sente il bisogno di vivere di più, di accumulare materia viva: “Devi viaggiare, conoscere, fare esperienza. Altrimenti di cosa ti arricchisci? È una materia viva. Non potete fare interviste sempre alle stesse persone. È lo stesso per me”. Infine, allargando lo sguardo, dice di voler crescere anche come cittadina: “Vorrei impegnarmi ad avere opinioni sempre più significative a livello sociale e politico. Ognuno dentro sa cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma voglio essere più consapevole di quello che succede intorno a me”. Dice di non essere spaventata, piuttosto attenta: “Voglio fare tutto al meglio”.