Spettacoli

Mamoru Hosoda: “Scarlet, la mia principessa che cerca vendetta e trova il perdono”

Mamoru Hosoda: “Scarlet, la mia principessa che cerca vendetta e trova il perdono”

Il kolossal animato Sony Pictures del grande cineasta giapponese è in sala, storia di una guerriera e delle sue avventure in un luogo sospeso

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Con Scarlet (Sony Pictures) Mamoru Hosoda torna a costruire uno dei suoi mondi “altri”, sospesi tra fantasia e realtà. Tra i grandi autori dell’animazione giapponese contemporanea, è forse quello che più spesso inventa universi nuovi per parlare del nostro. La storia segue una principessa guerriera che, dopo aver cercato vendetta per la morte del padre, si ritrova in questo luogo sospeso.


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Lì incontra Hijiri, un giovane proveniente dal nostro tempo, che mette in crisi la sua rabbia con uno sguardo più aperto e compassionevole. Al centro c’è il conflitto tra vendetta e perdono, ispirato anche all’Amleto, ma con una differenza decisiva: qui l’ultima parola dl padre non è "vendicami”, bensì “perdona”. Abbiamo intervistato l’autore.

Com’è nata l’idea di Scarlet e qual è stata la scintilla iniziale che ha ispirato la storia?

“La prima scintilla, il nucleo da cui tutto è partito, è stato il desiderio di creare un film che avesse come tema la vendetta. La vendetta, in un certo senso, è quasi un genere cinematografico a sé: moltissime persone amano i film d’azione che ruotano attorno a questo tema, spesso anche in chiave personale. Pensando a questo argomento, mi sono imbattuto in Amleto di Shakespeare, considerato l’origine di tante opere incentrate proprio sulla vendetta. Ma, come avrà notato, il risultato è molto diverso: se da una parte Amleto muore alla fine della tragedia, Scarlet invece sceglie la vita, prendendo una direzione completamente diversa”.

Come descriverebbe l’evoluzione del suo stile dai primi progetti fino a Scarlet?

"Confesso che, da un’opera all’altra, ho sempre cercato di non adagiarmi sugli allori. Ogni volta provo a spingermi oltre, a trovare nuove forme di espressione, ad alzare l’asticella per continuare a mettermi alla prova. Con Scarlet, però, la sfida è stata ancora più grande, perché il film affronta temi profondi come la vita e la morte, molto più universali rispetto a quelli dei miei lavori precedenti, più legati alla quotidianità. Tra La ragazza che saltava nel tempo e Scarlet ho vissuto un mio percorso personale di maturazione, di crescita umana e artistica, che mi ha permesso di affrontare con la giusta consapevolezza un tema così importante".

In che modo la cultura e la tradizione giapponese hanno influenzato la narrazione e l’estetica visiva di Scarlet?

"Durante la fase di ricerca ho voluto approfondire anche il rapporto tra arte e spiritualità in Giappone. Sono andato a studiare opere artistiche del XIV secolo che rappresentavano l’inferno secondo la visione giapponese dell’epoca. Ho anche intervistato critici e professionisti del settore. Nonostante la grande quantità di raffigurazioni sull’aldilà, molti esperti sostengono che quegli artisti non stessero inventando un mondo immaginario, ma rappresentando la realtà del loro tempo da un altro punto di vista. Questo mi ha colpito molto, perché ho visto un parallelismo tra quella visione e la nostra condizione attuale: anche oggi, in fondo, cerchiamo di dare forma alle nostre paure e speranze attraverso immagini e storie simboliche”.

Quanto sono importanti la musica e il sound design nell’atmosfera di Scarlet?

"Il suono ha avuto un ruolo fondamentale nel film. Anche se Scarlet parla dell’‘altro mondo’, l’obiettivo era evocare qualcosa di universale e avvolgente, capace di far sentire lo spettatore parte di un’esperienza quasi infinita. Abbiamo lavorato molto, ad esempio, sugli effetti sonori del deserto: volevamo esprimere la sua ricchezza e la sua bellezza anche se, in apparenza, può sembrare un luogo vuoto”.

Quali sono state le difficoltà nel realizzare il film?

"Con Scarlet è stato molto complicato perché viviamo in un mondo in cui noi artisti stiamo esplorando nuove forme — non solo tecniche, ma anche espressive — utilizzando strumenti all’avanguardia. Con Scarlet abbiamo impiegato moltissimo tempo per capire come combinare le due tecniche, in che modo differenziare frame per frame, senza avere la certezza se stessimo facendo la cosa giusta o meno. Ancora oggi non sappiamo se abbiamo fatto bene, ma è stato un viaggio importante, un percorso di ricerca verso nuove forme di espressione.

Il film parla di perdono, ma anche dell’inutilità della guerra.

“Credo che oggi stiamo vivendo tutti una situazione di grande preoccupazione. Ogni cittadino, in ogni paese, avverte questo senso di incertezza verso il futuro. Un tempo eravamo forse più spensierati, con un’idea più definita di ciò che ci aspettava. Ora non è più così. Quello che spero è che, attraverso Scarlet, il pubblico possa sentirsi almeno un po’ sollevato, con un piccolo spiraglio di fiducia. Vorrei che il film trasmettesse un messaggio positivo di speranza, affinché chi esce dal teatro lo faccia con un sentimento di ottimismo e con un obiettivo di speranza verso il futuro”.

Ha parlato di un futuro incerto per il mondo. Qual è invece il suo futuro come autore? Resterà nel mondo dell’animazione o vuole sperimentare altri generi?

“Non decido mai in anticipo che tipo di percorso intraprenderò. Le nuove avventure dipendono molto anche da come il pubblico reagisce. Se il pubblico accoglie bene i miei lavori e continua a chiedermi nuove forme di espressione e nuovi mondi, questo mi dà forza e coraggio per continuare a sperimentare. È faticoso, certo — sarebbe molto più semplice restare nella comfort zone e ripetere formule già collaudate — ma più sento il sostegno del pubblico, più sento il desiderio di rispondere a quella voce. Spero davvero che il pubblico possa apprezzare Scarlet”.

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