Berlinale sotto assedio: la foto che scuote il festival e fa tremare la direttrice Tricia Tuttle
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBerlino – E’ il 15 febbraio, un giorno come un altro alla Berlinale. Prime, proiezioni, foto, conferenze stampa. Qualcuno immortala un cast, quello del regista siriano-palestinese Abdallah Alkhatib, autore di Chronicle from the Siege. E sulla foto compare anche la direttrice del festival, Tricia Tuttle. Nulla di scandaloso, anzi, routine. Tuttle è la padrona di casa, Alkhatib un profugo che vive in Germania, orgoglioso del suo esordio. Qualcuno si è buttato sulle spalle una kefiah, qualcun altro srotola una bandiera palestinese. Clic. Post su Instagram. Catastrofe.
Il più importante festival cinematografico in Germania, uno dei più importanti al mondo, ha vissuto una drammatica coda, un epilogo di veleni in cui si è infilato persino il ministro della Cultura, Wolfram Weimer. E in cui Tricia Tuttle è stata sull’orlo delle dimissioni o sul punto di essere cacciata. Non si sa ancora con esattezza. Quello che è certo è che la sua poltrona ha ballato per giorni a causa di una foto.
Già l’e…
Berlino – E’ il 15 febbraio, un giorno come un altro alla Berlinale. Prime, proiezioni, foto, conferenze stampa. Qualcuno immortala un cast, quello del regista siriano-palestinese Abdallah Alkhatib, autore di Chronicle from the Siege. E sulla foto compare anche la direttrice del festival, Tricia Tuttle. Nulla di scandaloso, anzi, routine. Tuttle è la padrona di casa, Alkhatib un profugo che vive in Germania, orgoglioso del suo esordio. Qualcuno si è buttato sulle spalle una kefiah, qualcun altro srotola una bandiera palestinese. Clic. Post su Instagram. Catastrofe.
Il più importante festival cinematografico in Germania, uno dei più importanti al mondo, ha vissuto una drammatica coda, un epilogo di veleni in cui si è infilato persino il ministro della Cultura, Wolfram Weimer. E in cui Tricia Tuttle è stata sull’orlo delle dimissioni o sul punto di essere cacciata. Non si sa ancora con esattezza. Quello che è certo è che la sua poltrona ha ballato per giorni a causa di una foto.
Già l’esordio della Berlinale aveva fatto il giro del mondo, con un balbettante Wim Wenders che respingeva le domande su Gaza trincerandosi dietro la presunta apoliticità di uno dei festival più politici del mondo. E “Cronicle from the Siege” è un film che racconta, appunto, l’assedio di Gaza. Ma guai a mostrare un simbolo di solidarietà per la causa palestinese in Germania, di questi tempi. Lo scandalo è garantito.
Quell’immagine della prima del film di Alkhatib, in realtà, passa inosservata per una decina di giorni. Finché il regista riceve un premio, nell’ultimo giorno del festival. Sale sul palco, con la kefiah e la bandiera palestinese, e sgancia una bomba. Accusa il governo Merz di complicità nel genocidio di Israele. A quel punto l’unico esponente del governo presente in platea, il ministro dell’Ambiente Carsten Schneider, si alza e se ne va. E scoppia la bufera.
Le accuse di Alkhatib sono pesanti. E qualcuno va a scandagliare i profili social del regista e scopre la foto di dieci giorni prima in cui Tricia Tuttle compare in mezzo a due dozzine di persone del cast. Apriti cielo. Parte il processo alle intenzioni, le polemiche, ma anche una lettera di solidarietà di centinaia di artisti tedeschi che difendono la direttrice della Berlinale. Arrivano le prime richieste di dimissioni, cominciano a emergere le prime voci su un suo possibile passo indietro.
In quelle stesse ore, il dossier (se così si può definire), è già finito sul tavolo del ministro della Cultura Weimer. Che con notevole sprezzo del ridicolo si incarica di convocare una riunione della Kbb, l’istituzione che raggruppa tutte le associazioni culturali berlinesi sovvenzionate dallo Stato. Il politico conservatore tenta il colpaccio, prova a cacciare Tuttle, secondo la ricostruzione del settimanale Spiegel. Vuole insomma a convincere il consiglio a cambiare la direttrice dopo un festival segnato da polemiche su Gaza e l’isteria di tante reazioni tedesche a semplici richieste di solidarietà. Per fortuna, Weimer si ritrova davanti un muro. Tuttle, per ora, resta. Ma l’immagine del festival, o meglio, di chi lo ospita, sembra ancora una volta, irrimediabilmente compromessa.