Edoardo Pesce, l’artigiano del set: “La fama è ossessione, fare bene il proprio lavoro viene prima”

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Incontro durante le riprese di “Il grande Giaffa”. Un uomo cerca il riscatto imitando un attore teatrale idolatrato dalle folle
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CUNEO – Il set è tra Cuneo e i dintorni, quegli esterni fatti di strade che potrebbero appartenere a qualsiasi provincia italiana: la nebbia del nord che sfuma i contorni, un hotel dal fascino decadente anni 80, un teatro, piazze sospese nel tempo. «Un paesaggio alla Edward Hopper», riassume Edoardo Pesce, al centro de Il grande Giaffa, esordio alla regia di Marco Santi, prodotto da 10D e Andromeda Film.

Giacomo Falta è uomo di mezza età che vive sotto scacco finché una sera entra in città, e nella sua vita, il misterioso Grande Giaffa, protagonista di uno show idolatrato. «Il tema è la necessità di apparire, il quarto d’ora da fama social. Essere famosi basta perché, come diceva Petrolini, “digli che sei bravo e poi diventi bravo”». Sul protagonista, perdente da commedia all’italiana, ci sono l’ombra di Fantozzi, la malinconia dei personaggi di Risi e Scola, qualcosa dei loser americani. «All’inizio della storia è un uomo che subisce tutto ciò che gli accade intorno — spiega Pesce — …

CUNEO – Il set è tra Cuneo e i dintorni, quegli esterni fatti di strade che potrebbero appartenere a qualsiasi provincia italiana: la nebbia del nord che sfuma i contorni, un hotel dal fascino decadente anni 80, un teatro, piazze sospese nel tempo. «Un paesaggio alla Edward Hopper», riassume Edoardo Pesce, al centro de Il grande Giaffa, esordio alla regia di Marco Santi, prodotto da 10D e Andromeda Film.

Giacomo Falta è uomo di mezza età che vive sotto scacco finché una sera entra in città, e nella sua vita, il misterioso Grande Giaffa, protagonista di uno show idolatrato. «Il tema è la necessità di apparire, il quarto d’ora da fama social. Essere famosi basta perché, come diceva Petrolini, “digli che sei bravo e poi diventi bravo”». Sul protagonista, perdente da commedia all’italiana, ci sono l’ombra di Fantozzi, la malinconia dei personaggi di Risi e Scola, qualcosa dei loser americani. «All’inizio della storia è un uomo che subisce tutto ciò che gli accade intorno — spiega Pesce — la moglie lo tratta male, il capo gli dice che è in redazione solo perché è il compagno della nipote. Poi arriva questa figura che non si sa bene cosa faccia, ma che tutti ammirano. Falta inizia a chiedersi: perché lui sì e io no?».

Inizia un un pellegrinaggio notturno tra non-luoghi: un teatro, un albergo, le strade deserte della provincia. E una trasformazione: «Per assaporare in una notte i cliché della celebrità il prezzo da pagare è la perdita dell’innocenza, la sensibilità, la coerenza», dice Pesce.

Marco Santi, alle spalle corti premiati in festival internazionali, costruisce attorno alla storia un’atmosfera precisa: la fotografia segue la luce piatta del nord-ovest, le musiche guardano al minimalismo di Jonny Greenwood. Tra i riferimenti, L’uomo duplicato di Saramago, film come Magnolia e Fuori orario, storie di personaggi che in poche ore si ritrovano sospesi tra ciò che erano e ciò che non riusciranno mai a diventare. Il tono è cangiante, commedia grottesca, surreale, drammatica. «Nella vita capita a tutti di avere poca autostima, di sentire che forse si potrebbe meritare di più — racconta Pesce — Per incarnare Falta ho pescato anche in quei momenti, tirato fuori insicurezza e vulnerabilità».

A proposito dell’ossessione da fama: «Sul set incontro spesso ragazzi giovani che vogliono fare gli attori. Quasi nessuno mi chiede quale scuola di teatro frequentare. Mi chiedono invece: come si fa a diventare famosi?». La celebrità è un concetto sempre più ambiguo: «Può essere più famoso un tronista di un grande attore. Se chiedi in giro chi sono Favino o Germano magari non lo sanno. Ma riconoscono un influencer. Io faccio questo lavoro in modo artigianale, onesto. Aiuta avere un pubblico più vasto, aiutano i social. Ma il lavoro viene prima». Per Pesce la storia di Il grande Giaffa «ci riguarda tutti in qualsiasi ambiente: università, medicina, avvocatura. È una metafora di una parte di noi che spesso preferiamo non guardare allo specchio».

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