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Oliver Stone: “Con Platoon ho raccontato la verità sul Vietnam, ma commettiamo gli stessi errori”

Willem Dafoe, Charlie Sheen e Tom Berenger sul set di "Platoon"
Willem Dafoe, Charlie Sheen e Tom Berenger sul set di "Platoon" 

Nel quarantennale del film che cambiò la visione del conflitto, il regista ne racconta la complessa realizzazione in una intervista a Variety. “Era una causa persa, la guerra è sempre un inferno. Ma il signor Trump oggi sta giocando lo stesso gioco”

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Platoon è un film di guerra che ha fatto la rivoluzione. Perché nessuno a Hollywood ha mai rappresentato con tanta drammaticità la tragedia del Vietnam come Oliver Stone. E mai nessun film ha dato una risposta più forte al fanatismo nazionalista di titoli come Rambo. Raccontando in che modo una recluta idealista, Charlie Sheen, affronta l’orrore del conflitto. Stone, che ha prestato servizio tra il 1967 e il 1968, è stato il primo veterano del Vietnam a dirigere un film sulla propria esperienza, con autenticità feroce. Girato con un budget di 6 milioni di dollari e con attori all’epoca pressoché sconosciuti come Willem Dafoe, Forest Whitaker e Johnny Depp, Platoon incassò 137,9 milioni di dollari – terzo film con il maggior incasso del 1986. Sei gli Oscar, tra cui miglior film e miglior regia. Nel quarantesimo anniversario, il regista ne ha parlato a Variety in un’intervista con Brent Lang, in cui ne ripercorre la realizzazione, esprime la propria preoccupazione per i conflitti attuali e il timore che le sue dichiarazioni, e le sue convinzioni, possano compromettere la sua carriera.

Oliver Stone, 79 anni
Oliver Stone, 79 anni 

«Siamo stati respinti per dieci anni perché tutti pensavano che la sceneggiatura fosse una schifezza» racconta Stone, ricordando come Platoon fosse stato realizzato in un momento storico in cui era difficile far passare la “verità” sul conflitto in Vietnam, una delle ferite più profonde che l’America abbia mai tentato di sanare. Per questo, ammette il regista, «fui molto sorpreso del riscontro di pubblico. Avevamo girato un film indipendente a basso budget nelle Filippine ma, una volta finito, qualcosa era cambiato nella coscienza nazionale. Avevamo appena visto i film di Rambo e Missing in action con Chuck Norris che sembravano quasi un’incitazione a tornare in Vitnam e ricominciare daccapo. Io invece sostenevo che la guerra è un inferno e che il Vietnam fosse una causa persa».

Per questo, nel discorso di ringraziamento della notte degli Oscar, disse che una guerra come quella non sarebbe mai più dovuta accadere. Eppure, continua Stone nell’intervista a Variety, «non abbiamo imparato nulla dal Vietnam: continuiamo solo a militarizzare e ad aumentare il bilancio per la difesa. Abbiamo continuato a dominare, intimidire e minacciare. La guerra in Iraq è stata il più grande disastro dai tempi del Vietnam. George Bush, il peggior presidente che abbiamo mai avuto. Cosa ci ha portato l'Iraq? Ha prosciugato le nostre ricchezze e ci ha resi insensibili come nazione. E ora il signor Trump ha dato il via alla guerra contro l’Iran e sta giocando lo stesso gioco con Cuba e Venezuela. Non impariamo mai la lezione».

Il regista racconta il ritorno dal fronte, e quanto tempo abbia impegato per capire che quell’esperienza potesse trasformarsi in una sceneggiatura. «Quando sono tornato sono rimasto a lungo disorientato, né mi aiutarono le droghe, la marijuana. Ho scritto una sceneggiatura intitolata Break, parlava di gente che si arruolava ma poi diventava un mix di fantascienza e Lsd. Una storia molto alla Jim Morrison, e infatti la mandai a Morrison, ce l’aveva nel suo appartemento di Parigi quando morì. La sceneggiatura mi è stata restituita anni dopo, quando ho girato The Doors: ma intanto era diventata la base per Platoon».

Il film arrivava dopo alcune pietre miliari dedicate al Vietnam e ai suoi reduci, da Apocalypse now a Tornando a casa a Il cacciatore; tuttavia, osserva Stone, «Tornando a casa era molto potente ma raccontava il punto di vista di Jane Fonda, moglie del veterano, Apocalypse Now l'ho ammirato come film ma era una narrazione mitologica, non riuscivo a riconoscere quello che avevo visto io da soldato; lo stesso si dica per il film di Michael Cimino: non rifletteva ciò che avevo vissuto». Sul suo set invece, spiega Stone, «ci sono stati momenti in cui ho avuto la sensazione di rivivere tutto. Certo, bisogna lavorare entro i limiti della macchina da presa. Nella vita reale e in una vera battaglia, difficilmente vedi chi uccidi, ma questo non è filmabile, il pubblico lo rifiuterebbe, devi usare delle convenzioni».

Il ricordo più indelebile di quel set? «Ogni giorno è stato memorabile – conclude Stone – ma l'ultimo giorno di riprese ho avuto la sensazione di aver fatto qualcosa di importante. Non sapevo se qualcuno avrebbe visto il film, né che sarebbe stato un successo. Ma avevo la coscienza a posto. Sentivo di aver realizzato qualcosa, nella mia vita, che avrebbe resistito alla prova del tempo. Non mi aspettavo tutto quello che sarebbe successo dopo. È stato bellissimo, ma non voglio che sia l'apice della mia vita. Credo che l'apice debba ancora arrivare».

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