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Jasmine Trinca: “Il cinema può restituire voce alle donne cancellate”

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L’attrice è protagonista de “Gli occhi degli altri” di Andrea De Sica. E ha girato con Nanni Moretti il film “Succederà stanotte”
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Dai banchi di scuola a Nanni Moretti, poi Marco Tullio Giordana, Paolo Virzì, Valeria Golino, Francesca Archibugi: Jasmine Trinca ha attraversato autori e generi, fedele a personaggi complessi e a un’idea di cinema civile. In Gli occhi degli altri di Andrea De Sica — il film ispirato al duplice omicidio commesso nel 1970 da Camillo Casati Stampa ai danni della moglie Anna Fallarino e del suo amante Massimo Minorenti e per cui ha vinto il premio come migliore attrice alla Festa del Cinema di Roma — dà corpo a una donna intrappolata nello sguardo di un uomo potente che la osserva, la filma e la racconta, costruendo un’immagine pubblica che ne cancella la voce. In sala il 19 marzo.

Cosa l’ha colpita di questo film?

«Il fatto che non era la semplice ricostruzione di un caso di cronaca: evocava l’immagine di queste creature potenti che si credono semidei e raccontano l’intoccabilità e la megalomania del potere, di un mondo chiuso all’arrivo della modernità, rappresentata dai giovani che bu…

Dai banchi di scuola a Nanni Moretti, poi Marco Tullio Giordana, Paolo Virzì, Valeria Golino, Francesca Archibugi: Jasmine Trinca ha attraversato autori e generi, fedele a personaggi complessi e a un’idea di cinema civile. In Gli occhi degli altri di Andrea De Sica — il film ispirato al duplice omicidio commesso nel 1970 da Camillo Casati Stampa ai danni della moglie Anna Fallarino e del suo amante Massimo Minorenti e per cui ha vinto il premio come migliore attrice alla Festa del Cinema di Roma — dà corpo a una donna intrappolata nello sguardo di un uomo potente che la osserva, la filma e la racconta, costruendo un’immagine pubblica che ne cancella la voce. In sala il 19 marzo.

Cosa l’ha colpita di questo film?

«Il fatto che non era la semplice ricostruzione di un caso di cronaca: evocava l’immagine di queste creature potenti che si credono semidei e raccontano l’intoccabilità e la megalomania del potere, di un mondo chiuso all’arrivo della modernità, rappresentata dai giovani che bussano all’isola e vengono accolti con i proiettili, un po’ come il ’68 alle porte che non riesce a entrare nel mondo borghese-centrico. E poi il rapporto — chiamiamolo amoroso, perché così si propone all’inizio — tra loro due. Il titolo è un manifesto evidente, “gli occhi degli altri” sono quelli di un uomo su una donna che non solo la filma e racconta, ma non le permette una sua versione della storia. Per lei la libertà diventa possibile solo a costo della vita».

Nel “caso” Casati-Stampa l’immagine di Anna Fallarino è stata distorta dai media, rendendola vittima due volte.

«Per lavorare al film ho dovuto studiarla. E quello che emerge oggi, nell’epoca in cui nulla scompare davvero da internet, non è solo il femminicidio — come lo chiamiamo oggi — ma lo sfruttamento totale del corpo e della memoria di questa donna. Ci sono pubblicazioni uscite subito dopo la sua morte, falsi diari pieni di immagini private di lei nuda, esposta, abusata. Io stessa provavo imbarazzo nel guardarle e l’unica cosa che mi dava pace era l’idea di restituirle una voce diversa. Ma anche oggi la donna vittima sembra dover provare due volte la propria innocenza. Come diciamo nelle manifestazioni: la vergogna deve cambiare sito».

Com’è stato girare queste scene?

«Difficile. Nei filmati in Super 8 di immagini intime, mi sono dovuta esporre in un modo che non mi metteva affatto a mio agio. La difficoltà era modulare la presenza del corpo in quei filmati: all’inizio la gioia, il gioco amoroso e complice, poi uno sguardo sempre più insostenibile, abusante. Ma senza mettere in gioco anche il mio disagio non saremmo arrivati lì».

L’isola del film, quella di Epstein.

«Tutto risuona perché il discorso è sempre lo stesso: il potere. È una battaglia di classe e di genere. Prendi un uomo potente, cattivo, abusante ed eccolo lì: l’orco dalle mille facce. Cambiano i nomi ma la faccia è sempre quella del potere impunito, che pensa di poter comprare tutto, perfino i corpi delle persone, e che considera il denaro l’unica religione. Mi sconvolge che vicende come queste restino quasi in sordina rispetto all’orrore che rappresentano. Il potere si sente minacciato ma sa restaurarsi benissimo. Però credo che quella gioventù che bussa alla porta — e non per forza giovane, ma se lo è meglio, se sono donne ancora meglio — quella porta la aprirà».

Con Francesca Archibugi ha fatto “Illusione”, sul tema dell’abuso.

«Lì per me era importante l’idea che una giovane donna immigrata, percepita come prostituta, potesse avere diritto alla parola e alla verità. La parola delle donne deve essere creduta».

Ne “La gioia” di Valeria Golino c’è invece una donna complice.

«L’ho cercata non solo intorno a me, ma nei meandri dell’umanità. Siamo tutti a un passo dal cadere in un baratro di disperazione. Perciò lo sguardo sui miserabili non deve essere di giudizio ma di allarme: lì dentro ci siamo tutti».

Com’è stato ritrovare Nanni Moretti sul set di “Succederà stanotte”?

«Emozionante. Siamo cresciuti tutti e due, ma c’è qualcosa che ancora mi ricorda quel primo incontro nel 1999 alla Sacher Film. Io ero molto giovane, c’era proprio l’emozione di entrare in un luogo che per il cinema italiano era quasi mitico. E rivederci oggi, dopo tanti anni, è stato come ritrovare una memoria molto viva. Siamo cambiati perché il tempo passa e ognuno ha fatto un percorso umano e artistico molto lungo, ma ho sentito che c’era ancora quella qualità dello sguardo che avevo percepito allora, molto autentica, vibrante. E questo mi ha resa felice. Raccontare una storia d’amore partendo da questa maturità è stato anche molto bello, perché sono storie che inevitabilmente portano dentro il tempo, la memoria, le esperienze fatte».

Prepara anche un film da regista?

«Ancora no, però mi piacerebbe, sì. Penso pure che sia il momento di fermarsi un attimo».

Che cosa le porta allegria?

«C’è una parte di me, solare, che il cinema cerca di soffocare ma non hanno capito che, come diceva Nanni Moretti ne Il caimano, “è sempre il tempo di una bella commedia”».

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