✕

Alessio Boni: “Mia madre era un Don Chisciotte, aiutava gli altri in silenzio”

Alessio Boni

 

Ascolta l'audio

Alessio Boni racconta il suo cavaliere errante nel film di Fabio Segatori, girato tra i calanchi della Lucania: “Un set estremo, ci buttavano la sabbia addosso per sembrare consumati dal cammino e dal sole”
3 minuti di lettura

Alessio Boni è un Don Chisciotte lost in Lucania, nella rilettura filologica eppure attuale di Fabio Segatori, al Bif&st in concorso e in sala il 26 marzo.

Che avventura è stata?

«Donchisciottesca. Fabio Segatori ci ha creduto in modo quasi eroico: autoproduzione, un’impresa portata avanti quasi da solo insieme a sua moglie. Non avevo il camper, una sedia, il comfort minimo a cui normalmente un attore è abituato. Entrare nei calanchi lucani era già un’impresa, muoversi in quei paesaggi significava fare un cinema fisico, duro, quasi lunare. Fiorenza, che curava il trucco, prendeva letteralmente la sabbia con le mani e ce la buttava addosso, perché dovevi dare l’idea di essere consumato dal cammino, dal sole, dalle avventure. E in quella fatica partiva anche il viaggio dentro di sé, che per me è la cosa più importante dell’esistenza. Ringrazio i colleghi, Fiorenzo Mattu, Angela Molina, Marcello Fonte, Galatea Ranzi».

…

Alessio Boni è un Don Chisciotte lost in Lucania, nella rilettura filologica eppure attuale di Fabio Segatori, al Bif&st in concorso e in sala il 26 marzo.

Che avventura è stata?

«Donchisciottesca. Fabio Segatori ci ha creduto in modo quasi eroico: autoproduzione, un’impresa portata avanti quasi da solo insieme a sua moglie. Non avevo il camper, una sedia, il comfort minimo a cui normalmente un attore è abituato. Entrare nei calanchi lucani era già un’impresa, muoversi in quei paesaggi significava fare un cinema fisico, duro, quasi lunare. Fiorenza, che curava il trucco, prendeva letteralmente la sabbia con le mani e ce la buttava addosso, perché dovevi dare l’idea di essere consumato dal cammino, dal sole, dalle avventure. E in quella fatica partiva anche il viaggio dentro di sé, che per me è la cosa più importante dell’esistenza. Ringrazio i colleghi, Fiorenzo Mattu, Angela Molina, Marcello Fonte, Galatea Ranzi».

Cosa ama di Cervantes?

«La sua idea di mondo. Quest’uomo si investe di un’armatura arrugginita, dopo essersi “rinsecchito il cervello” a forza di romanzi cavallereschi, e decide che la sua missione è rimettere il mondo in sesto. “Che disdetta essere nato per rimetterlo in sesto”: una frase stupenda, tragica e meravigliosa insieme. Va per il mondo cercando di aiutare i poveri, i bistrattati, i diseredati, solo che viene preso per pazzo. Non ne vince una. Le prende dall’oste, dai contadini, perfino credendo che dei greggi siano eserciti saraceni. Cade, si rialza, riparte. Eppure vince la battaglia più importante: quella dell’eternità. Quest’estate ero a Osaka con l’Iliade e ho chiesto in giro: Don Chisciotte lo conoscono tutti. Magari non sanno chi sia Cervantes, ma Don Chisciotte sì. Ha vinto lui».

Quanto c’è di donchisciottesco in lei?

«Temo sempre di più. E dico “purtroppo” con ironia, ma è così. Per me Ilaria Cucchi è un esempio moderno fortissimo: una donna trattata con sufficienza, quasi con scherno, che ha combattuto contro mulini a vento enormi, ha affrontato un muro di potere per suo fratello, e ce l’ha fatta. Ma anche gli insegnanti che fanno bene il loro lavoro con stipendi bassissimi: l’ostinazione etica nel quotidiano è già un gesto donchisciottesco. E nella mia vita privata? Mia madre. L’ho scoperto solo pochi anni fa: quando nella mia classe o in quella di mio fratello si organizzavano le gite e c’erano bambini che non potevano permettersele, lei andava dalla preside e diceva: per quelli che non possono pagare, ci penso io. Ma non lo diceva a nessuno. Non era una donna ricca. Mio padre posava piastrelle, stavamo bene ma non eravamo una famiglia di industriali. Eppure, aiutava chi poteva, in silenzio».

Con il regista Fabio Segatori

 

È interessante che i suoi esempi siano due donne.

«Le donne sono fortissime, da sempre, partono quasi sempre da una posizione svantaggiata in un mondo ancora intriso di patriarcato. A parità di ruolo spesso guadagnano meno, e questa è una vergogna evidente. Perciò vedere in loro una forza donchisciottesca mi sembra naturale. E si lega anche a uno degli aspetti più belli del romanzo: il viaggio tra Don Chisciotte, aristocratico decaduto, e Sancho Panza, contadino. Nel Seicento era una cosa enorme — i nobili non dialogavano coi contadini, impartivano ordini. Invece lì c’è un viaggio comune, e in quel viaggio si trasformano entrambi».

Fiorenzo Mattu è Sancho Panza

 

Il suo viaggio personale quanto somiglia a quello di Don Chisciotte?

«Moltissimo. Sono nato in un piccolo paese, con due persone che si amavano e che mi hanno trasmesso fiducia nell’essere umano. Non sapevo affatto che avrei fatto l’attore: ho fatto il poliziotto, il babysitter, il cameriere. Poi è arrivato l’incontro con La gatta Cenerentola di Roberto De Simone, al Sistina, e lì mi si è scoperchiata la testa. È stato il giro di boa. Da lì in poi ho capito che l’identità la costruiamo anche così, con gli sguardi degli altri, con ciò che gli altri vedono in noi. Ma a un certo punto, se sei onesto, ti devi anche chiedere: chi sono davvero? Lo faccio per passione? O per il successo, per il consenso? Sono domande che oggi ci si fa sempre meno, perché viviamo nella ruota del criceto. C’è gente che paga per poter parlare un’ora con qualcuno, perché non trova ascolto nemmeno nella propria cerchia più intima. E invece abbiamo bisogno esattamente di questo: di tempo per tornare umani».

Oggi il bene, la solidarietà, il gesto gratuito sembrano spesso derisi.

«È così. C’è quasi pudore, quando fai il bene. Il mondo sembra premiare la sopraffazione, il profitto, il cinismo, la brutalità. Mi provoca ribrezzo l’insolenza con cui si gioca alla guerra, con cui si assiste alla morte dei civili come se fosse diventata una consuetudine. Ci abituiamo a tutto, dopo un primo moto di indignazione. Dopo poche settimane, è già uno sfondo. Una fiction. Don Chisciotte invece ci ricorda che si può ancora credere in un mondo migliore senza chiedere nulla per sé. È folle? Sì. È utopico? Certo. Ma ben venga».

Dove cerca allora la speranza?

«Nei bambini, nei giovani, nei miei figli, nella possibilità che abbiano più libertà interiore di noi. L’ambizione sana va bene, fare bene il proprio lavoro va benissimo — ma quando l’ambizione supera un limite, diventa superbia. Mi auguro per loro la libertà di fare qualcosa con passione, non soltanto per denaro o per prestigio. Perché il lavoro ti prende una vita intera: se non ami ciò che fai, sei destinato alla frustrazione. E poi le energie si sentono, le persone si contagiano. Se sei a tavola con qualcuno pieno di rabbia, calcolo, violenza sottile, esci da quella casa e stai male senza sapere perché. Oggi il mondo è pieno di questa energia. È per questo che Don Chisciotte per me è un barlume di luce in fondo al tunnel: ci ricorda che si può stare al mondo anche in un altro modo»,

Leggi i commenti