Quando il cinema ti salva la vita, in modo letterale. Gianluca Matarrese porta in sala Il quieto vivere, all’ultima Mostra di Venezia, in sala, e al Bif&st. Il cineasta mette in scena la guerra quotidiana tra due cognate in un piccolo borgo calabrese di 72 anime. Una storia tanto grottesca quanto vera, vissuta e interpretata dagli stessi familiari del regista.
Quando è nata l’idea del film?
“Esiste nella mia testa da 45 anni, praticamente dalla mia nascita. Io sono nato a Torino, ma mia madre è calabrese, e da sempre passo tutte le estati in Calabria, da giugno a settembre. Lì ho assistito fin da piccolo a una sorta di teatro familiare. Quando ho iniziato a fare cinema e teatro mi sono detto che dovevo portare quella teatralità sullo schermo. Per circa dieci anni ho asco…
Quando il cinema ti salva la vita, in modo letterale. Gianluca Matarrese porta in sala Il quieto vivere, all’ultima Mostra di Venezia, in sala, e al Bif&st. Il cineasta mette in scena la guerra quotidiana tra due cognate in un piccolo borgo calabrese di 72 anime. Una storia tanto grottesca quanto vera, vissuta e interpretata dagli stessi familiari del regista.
Quando è nata l’idea del film?
“Esiste nella mia testa da 45 anni, praticamente dalla mia nascita. Io sono nato a Torino, ma mia madre è calabrese, e da sempre passo tutte le estati in Calabria, da giugno a settembre. Lì ho assistito fin da piccolo a una sorta di teatro familiare. Quando ho iniziato a fare cinema e teatro mi sono detto che dovevo portare quella teatralità sullo schermo. Per circa dieci anni ho ascoltato e registrato, anche di nascosto, le conversazioni delle mie cugine, soprattutto di Luisa, che è diventata uno dei personaggi principali del film. Lei ha una capacità narrativa incredibile: durante i pranzi, le cene, in spiaggia, tutti restano ad ascoltarla. Ripete sempre gli stessi monologhi, le stesse pause, le stesse figure retoriche, ed è lì che ho capito che quello era già teatro. A quel punto mi sono chiesto come tradurre tutto questo in cinema, senza limitarmi a una semplice trasposizione dei fatti. Volevo lavorare sulla parola, su una parola capace di evocare immagini. Così ho iniziato a coinvolgere la mia famiglia. Avevamo già fatto un film insieme, Fuori tutto, quindi sapevano cosa significasse questo tipo di lavoro e si fidavano completamente. Il mio compito è stato quello di provocare questi momenti di teatralità e farmi trovare pronto a catturarli”.
Ha parlato di parola come motore dell’immagine: quanto è stato importante questo lavoro sul linguaggio nel film?
“È stato centrale. Non volevo semplicemente raccontare dei fatti, ma lasciare che fosse la parola stessa a generare le immagini. La parola in questo film è azione, è già messa in scena. È lì che nasce il cinema”.
La cugina di Matarrese Luisa Magno (credits Isabella Marino)
Il film mette al centro il rapporto tra quieto vivere e conflitto: come ha lavorato su questi due poli durante le riprese?
“Questo film celebra una caratteristica molto italiana: la capacità di raccontare. Noi tendiamo a generare conflitto per poi arrivare a una forma di equilibrio. Senza ostacolo non c’è storia. Fin da piccolo ho osservato conflitti familiari che diventavano materia narrativa, relazioni, scontri. È una dinamica che ci rappresenta: creare tensione per poi cercare la pace, il quieto vivere. Anche all’interno di un microcosmo chiuso come quello familiare c’è bisogno di questa energia per sentirsi vivi. In questo senso il film è anche una celebrazione di questa nostra attitudine”.
Il conflitto familiare è spesso qualcosa che si tende a nascondere. Il film invece lo espone apertamente: è stata una scelta anche politica?
“Sì, in qualche modo è un film coraggioso proprio per questo. Di solito si dice che i panni sporchi si lavano in casa, invece qui li mettiamo in scena. La famiglia viene spesso raccontata attraverso valori ideali, ma la verità è che esiste anche il conflitto, la frattura. Già nella tragedia greca o in un romanzo come Anna Karenina la famiglia è il luogo dell’infelicità oltre che dell’ordine. È qualcosa di universale. Noi siamo anche il prodotto dei traumi familiari. Questo è il lato documentario del film: la verità. Ma accanto a questo c’è il gioco, il divertimento della messa in scena. È una commedia, ma anche inquietante, perché riflette ciò da cui veniamo, che non è sempre luminoso. E poi è anche un film sulle donne: non quelle stereotipate, ma donne moderne, che si scontrano e si rinfacciano proprio questa modernità”.
Com’è stato il processo delle riprese, lavorando con la sua famiglia in un contesto così ibrido tra realtà e finzione?
“Abbiamo girato durante le festività natalizie, quindi era già un momento di grande animazione familiare: ho costruito delle situazioni reali che sapevo sarebbero accadute. Con lo sceneggiatore Nico Morabito abbiamo preparato una sorta di canovaccio basato su eventi reali. Poi ho creato dei momenti, degli appuntamenti in cui queste dinamiche potessero emergere. Intorno a questo ho costruito un set, ma sempre dentro la realtà. Mia madre, per esempio, era una mia alleata: è la mia estensione nel film, sapeva come spingere le situazioni a svilupparsi. Non abbiamo mai spiegato in modo accademico come funzionasse il set: tutto diventava una performance naturale, come lo è già una riunione familiare. La tavola è già un palcoscenico. Noi abbiamo solo portato all’estremo qualcosa che esiste già”.
Si è creato un vero spirito di gruppo durante le riprese?
“Assolutamente sì. Le zie si contendevano le location: ‘questa scena la facciamo a casa mia’, ‘no, nella mia cucina’. Anche il microfono diventava oggetto di competizione. C’era un entusiasmo incredibile. Tutti volevano partecipare, raccontare, proporre. Anche fuori dalla famiglia, nella città dove abbiamo girato, tutti mi parlavano delle proprie storie familiari, dei propri traumi, volevano che portassi una troupe anche da loro. È stato un momento molto festivo e condiviso”.
Dopo questa esperienza, è cambiato qualcosa nei rapporti familiari? È nata davvero una sorta di compagnia teatrale familiare?
“Sì, c’è proprio il desiderio di continuare. Vogliono fare altri dieci film. Si è creata una dinamica molto forte, anche ludica, quasi una compagnia”.
E invece nella realtà, il conflitto tra le protagoniste si è risolto?
“No, non si è risolto. È una guerra che continua, anche se con sviluppi curiosi. Per esempio, una mia cugina ha installato un telecomando per accendere la luce delle scale senza condividerla con l’altra, per evitare litigi sulle spese. Quindi il conflitto resta, ma credo che il film abbia avuto una funzione catartica. Attraverso il gioco, lo sfogo, la messa in scena, si evita la tragedia reale. Non si arriva al gesto estremo. Non abbiamo raggiunto un vero quieto vivere, ma tutti hanno potuto esprimere la propria verità. In questo senso è quasi un processo di pace. Mi piace pensare che, forse, questo film abbia anche salvato una vita”.