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Rivoluzione Cannes 2026: Hollywood all’angolo e l’Italia resta fuori

Catherine Deneuve

 

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Meno glamour poche major e molta Francia nell’edizione 79 che si terrà dal 12 al 23 maggio
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C’è un’Europa che resiste — ma dentro c’è un’Italia che sparisce — un’Asia che avanza e Hollywood che, almeno sulla Croisette, arretra. L’edizione 79 del Festival di Cannes (12-23 maggio) si presenta come una fotografia del cinema globale: meno major americane, più autori, più rischio, una politica che passa per corpi e relazioni più che attraverso gli slogan.

Molte incursioni nelle guerre del passato come chiave per interrogare il presente. Thierry Frémaux, delegato generale, ha evocato con una punta di nostalgia «un’epoca in cui il mondo era più unito», indicando nel cinema uno degli ultimi spazi capaci di tenere insieme ciò che la storia divide.

Pedro Almodavar 

Il conc…

C’è un’Europa che resiste — ma dentro c’è un’Italia che sparisce — un’Asia che avanza e Hollywood che, almeno sulla Croisette, arretra. L’edizione 79 del Festival di Cannes (12-23 maggio) si presenta come una fotografia del cinema globale: meno major americane, più autori, più rischio, una politica che passa per corpi e relazioni più che attraverso gli slogan.

Molte incursioni nelle guerre del passato come chiave per interrogare il presente. Thierry Frémaux, delegato generale, ha evocato con una punta di nostalgia «un’epoca in cui il mondo era più unito», indicando nel cinema uno degli ultimi spazi capaci di tenere insieme ciò che la storia divide.

Pedro Almodavar 

Il concorso è un catalogo di ritorni e consacrazioni. Pedro Almodóvar ritrova la lingua spagnola con Amarga navidad, che descrive come il suo film più spietato: autofinzione, desiderio e lutto. Pawel Pawlikowski presenta Fatherland, sul ritorno in Germania di Thomas Mann nel dopoguerra, mentre Cristian Mungiu firma Fjord, girato in Norvegia e ispirato a un caso reale di sospetti abusi in una famiglia romeno-norvegese. Il giapponese Hirokazu Kore’eda, già Palma d’oro con Un affare di famiglia, esplora una fantascienza intima con Sheep in the box, una coppia che accoglie un umanoide dopo la morte del figlio, mentre Ryusuke Hamaguchi porta All of a sudden, tratto da un libro di non-fiction su malattia e cura. Asghar Farhadi, nei giorni scorsi impegnato in appelli per il suo Iran, è in concorso con Parallel tales, racconto corale e dramma familiare ambientato a Parigi, grande cast guidato da Catherine Deneuve, mentre il russo Andrey Zvyagintsev torna con Minotaur, thriller politico e domestico sul collasso di un manager travolto da crisi personale e professionale. Lo spagnolo Rodrigo Sorogoyen dirige Javier Bardem in El ser querido, dramma padre-figlia su un set cinematografico. László Nemes, già autore del potente Il figlio di Saul, presenta Moulin, biopic su uno dei capi della resistenza francese durante la Seconda guerra mondiale. Sceglie la Prima guerra invece Lukas Dhont con Coward, Marie Kreutzer firma il dramma psicologico Gentle monster con Léa Seydoux, Léa Mysius è autrice di Histoire de la nuit, ancora con Deneuve. In tutto cinque registe in gara, dato che Frémaux ha rivendicato come strutturale e non più eccezionale. Sorpresa Spagna: per la prima volta tre film competono per la Palma d’oro: oltre ad Almodóvar e Sorogoyen, La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi, i Javis. Un risultato celebrato anche dal premier Pedro Sánchez come un momento storico per il cinema (e non solo) del suo Paese.

Erri De Luca

 

L’Italia non c’è e non accadeva dal 2017. Fino all’ultimo si è sperato in Nanni Moretti con Succederà questa notte ma il film non è pronto. Per ora nessun titolo nelle sezioni collaterali. Resta una presenza indiretta: Roma elastica di Bertrand Mandico, omaggio agli anni 80 e al mito del cinema italiano, nella sezione “Mezzanotte” con tanti nostri attori. E un’apparizione inattesa: Erri De Luca tra gli interpreti di La vie d’une femme della francese Charline Bourgeois-Tacquet: “Una piccola parte tagliata su misura — spiega De Luca — un anziano scrittore che vive isolato in montagna”. Quello italiano resta un immaginario potente sulla Croisette, ma più paesaggio culturale che sistema capace di imporsi, malgrado le dichiarazioni d’affetto cinematografiche e calcistiche di Frémaux.

Barbra Streisand

 

Cannes attraversa una trasformazione evidente: il vecchio equilibrio tra primato autoriale europeo e presenza hollywoodiana si allenta. Le major investono meno in film da festival, le piattaforme hanno ridisegnato i cicli di distribuzione e il tappeto rosso non è più l’unico luogo di legittimazione globale. Il festival risponde puntando su autori forti di ogni continente, rafforzando il mercato e legittimando anche il genere quando è firmato.

John Travolta

 

Molta Francia tra divi e autori, un’apertura affidata, fuori concorso, a La Vénus électrique di Pierre Salvadori. Palme d’oro onorarie a Peter Jackson, figura-ponte tra industria e immaginario, e a Barbra Streisand, icona che unisce cinema, musica, memoria hollywoodiana. In mezzo, John Travolta (nella sezione Cannes Première) con l’esordio alla regia, Propeller one-way night coach, dal suo libro sulla passione per il volo.

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