Il francese Dominik Moll ha costruito negli anni un percorso coerente, sospeso tra thriller e indagine morale, in cui il genere è strumento per interrogare la realtà. Da Harry, un amico vero a La notte del 12, nel suo cinema personaggi ordinari sono messi di fronte a eventi che li costringono a misurarsi con il lato oscuro delle relazioni, della colpa, delle istituzioni. Con Il caso 137, ora in sala in Italia con Teodora Film di Stefano Finesi, lo sguardo si avventura dentro la macchina dello Stato. Il film segue un’indagine dell’IGPN, la “polizia della polizia”, chiamata a fare luce su un pestaggio avvenuto durante le proteste dei gilet gialli: un caso che diventa progressivamente un confronto con le ambiguità del potere e con i limiti stessi della verità giudiziaria. Il film è valso alla protagonista Léa Druker il Cesar da migliore attrice e ha suscitato un forte dibattito per il suo modo di evitare il giudizio frontale e restare invece nelle zone grigie.
…
Il francese Dominik Moll ha costruito negli anni un percorso coerente, sospeso tra thriller e indagine morale, in cui il genere è strumento per interrogare la realtà. Da Harry, un amico vero a La notte del 12, nel suo cinema personaggi ordinari sono messi di fronte a eventi che li costringono a misurarsi con il lato oscuro delle relazioni, della colpa, delle istituzioni. Con Il caso 137, ora in sala in Italia con Teodora Film di Stefano Finesi, lo sguardo si avventura dentro la macchina dello Stato. Il film segue un’indagine dell’IGPN, la “polizia della polizia”, chiamata a fare luce su un pestaggio avvenuto durante le proteste dei gilet gialli: un caso che diventa progressivamente un confronto con le ambiguità del potere e con i limiti stessi della verità giudiziaria. Il film è valso alla protagonista Léa Druker il Cesar da migliore attrice e ha suscitato un forte dibattito per il suo modo di evitare il giudizio frontale e restare invece nelle zone grigie.
“Il caso 137”, il thriller che sfida il potere
Da dove nasce l’idea del film?
“Penso abbia a che fare con il fatto che il mondo è sempre più complicato, per usare un eufemismo. Quando ho girato Harry nel 1999, non è che non ci fossero problemi, ma c’era ancora una certa illusione: la caduta del muro, la sensazione che la democrazia avesse vinto, che si stesse entrando in una fase nuova. Oggi è diverso. E per me è diventato difficile, come regista, fingere di vivere fuori dal mondo reale, ignorare quello che succede intorno. Ho sentito la necessità, e anche il desiderio, di integrare questi temi nei miei film, anche se restano film di genere. Ed è proprio questo che trovo interessante nel genere: puoi partire da un’inchiesta, da un film poliziesco, da un thriller, e dentro lavorare su questioni politiche e sociali più profonde”.
Il suo cinema oggi sembra diverso rispetto agli inizi. Si riconosce in questo cambiamento?
“Capisco cosa intende quando si parla di differenza, ma vedo anche una continuità molto forte. Mi interessa da sempre lavorare su personaggi e situazioni complesse, su quello che accade in superficie e quello che invece resta sotto. Cosa si legge sul volto di una persona e cosa invece succede dentro di lei. Questo aspetto mentale, questa tensione tra interno ed esterno, è sempre stato presente nei miei film. In Il caso 137 è evidente: il personaggio interpretato da Léa Drucker non può mostrare le sue emozioni, non è autorizzata a farlo, e quindi tutto il lavoro sta in quella distanza tra ciò che appare e ciò che realmente prova”.
Come ha lavorato proprio su questa tensione tra controllo ed emozione?
“Nelle situazioni professionali il personaggio deve trattenersi, certo, ma non significa che sia completamente neutra. Si percepisce che è sotto pressione, che certe persone la irritano, ma allo stesso tempo si controlla. Se fosse totalmente impassibile, non sarebbe interessante per lo spettatore. Il talento di Léa è proprio quello di rendere visibile questa tensione senza esplicitarla. E infatti i momenti in cui le emozioni emergono davvero sono nella sfera privata, non nel lavoro: con la madre, per esempio. Era importante mostrare questa differenza, a seconda del contesto in cui si trova”.
Che tipo di reazione ha avuto il film in Francia?
“Direi soprattutto positiva. Non ci sono state reazioni forti da parte dei politici. Ho ricevuto commenti da alcuni poliziotti, sia che conoscevo sia sconosciuti, e in generale erano piuttosto rispettosi e positivi. Sui social ovviamente c’è stato anche chi ha criticato il film definendolo propaganda, ma spesso senza averlo visto. La reazione più interessante è arrivata da un canale molto conservatore, che ha riconosciuto la qualità del film ma lo ha definito scandaloso perché suggerisce che unità impegnate contro il terrorismo possano aver colpito un manifestante innocente. Questo dice molto del clima”.
Guardando a quello che succede oggi nel mondo, il film sembra ancora più attuale.
“È affascinante e allo stesso tempo molto spaventoso. Nel film c’è questa idea della negazione dell’evidenza, del dire “non è successo” anche quando le immagini mostrano il contrario. Ma se guardiamo a quello che è accaduto negli Stati Uniti negli ultimi anni, a certe dichiarazioni politiche fatte contro ogni evidenza, capiamo che non è affatto un’esagerazione. È qualcosa di reale. Ed è questo che trovo davvero inquietante”.
Viviamo in un momento in cui la realtà sembra manipolabile.
“Sì, soprattutto perché molti media sono nelle mani di grandi gruppi con orientamenti molto marcati. E questi media hanno un’enorme influenza perché offrono una lettura semplice del mondo: bianco o nero, vero o falso. Quando invece si prova a spiegare che la realtà è più complessa, si incontra resistenza. Lo vediamo anche nel rifiuto della scienza: è complessa, richiede sforzo, mentre le risposte semplici sono più seducenti”.
Secondo lei questa deriva ha un futuro?
“Per il momento sembra di sì, purtroppo. Ma forse è una posizione ingenua o ottimista, io non riesco a immaginare che questa situazione possa durare per sempre. Mi sembra difficile pensare che non ci sarà, prima o poi, una reazione”.
Il fatto che la protagonista sia una donna cambia lo sguardo sul potere?
“Penso che il potere corrompa allo stesso modo uomini e donne. Certo, esiste ancora un problema enorme di rappresentazione femminile, basta vedere quanti uomini ci sono tra i grandi centri di potere. Ma la questione centrale, per me, resta cosa il potere fa alle persone, indipendentemente dal genere”.
Nel film l’IGPN appare come un luogo molto complesso, quasi isolato. È un lavoro necessario?
“Assolutamente sì. È fondamentale che esistano organismi di controllo indipendenti. Il problema è che spesso, a livello politico e istituzionale, non si vuole nemmeno riconoscere che esista un problema di violenza nella polizia. E quindi anche quando qualcuno fa il proprio lavoro nel modo migliore possibile, difficilmente questo porta a conseguenze concrete. I politici hanno paura di entrare in conflitto con la polizia, anche per il peso che certi sindacati hanno. Questo rende tutto molto più difficile”.
La violenza della polizia è un’eccezione o una regola?
“Credo sia un’eccezione. Ho incontrato molti poliziotti che vogliono davvero fare bene il loro lavoro. Il problema è che quelli che cercano di farlo nel modo giusto non sono sostenuti abbastanza. E allo stesso tempo esistono dinamiche interne, di carriera e di potere, che rafforzano certe posizioni più radicali. È questo l’equilibrio fragile che il film cerca di raccontare”.
Questa storia ha una dimensione universale?
“Sì, perché quello che vediamo è un movimento più ampio: la forza che prende il sopravvento sulla legge, l’idea che chi ha potere possa ignorare le regole. Per questo è fondamentale che la giustizia resti indipendente. Ma anche questo principio oggi viene messo in discussione, in molti paesi. Non so dove stiamo andando, ma è chiaro che siamo in un momento di grande tensione.”