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Léa Drucker: “La polizia deve cercare la verità, anche quando fa male”

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L’attrice francese, premiata per “Il caso 137”, racconta il suo ruolo di investigatrice dell’IGPN, le ferite dei gilet gialli e il bisogno di credere ancora nella giustizia
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Léa Drucker è una delle interpreti più solide e amate del cinema francese contemporaneo, capace di tenere insieme rigore e intensità emotiva. In Il caso 137 di Dominik Moll, film presentato allo scorso Festival di Cannes, è un’agente dell’Igpn (Inspection générale de la police nationale) che si ritrova a svolgere un’indagine interna alla polizia, indagando su colleghi accusati di aver pestato un giovane gilet giallo durante una manifestazione a Parigi. Per il il ruolo l’attrice, 54 anni, ha vinto il suo secondo César da protagonista e il Prix Lumiere. Moll mette in scena un racconto teso e politico sul potere, la responsabilità e le zone grigie della giustizia. Incontriamo Drucker in una mattina assolata, sulla terrazza di un albergo sul lungomare di Cannes.

“Il caso 137”, il thriller che sfida il potere

Una storia importante da portare al grande pubblico.

“Sì. Sono subi…

Léa Drucker è una delle interpreti più solide e amate del cinema francese contemporaneo, capace di tenere insieme rigore e intensità emotiva. In Il caso 137 di Dominik Moll, film presentato allo scorso Festival di Cannes, è un’agente dell’Igpn (Inspection générale de la police nationale) che si ritrova a svolgere un’indagine interna alla polizia, indagando su colleghi accusati di aver pestato un giovane gilet giallo durante una manifestazione a Parigi. Per il il ruolo l’attrice, 54 anni, ha vinto il suo secondo César da protagonista e il Prix Lumiere. Moll mette in scena un racconto teso e politico sul potere, la responsabilità e le zone grigie della giustizia. Incontriamo Drucker in una mattina assolata, sulla terrazza di un albergo sul lungomare di Cannes.

“Il caso 137”, il thriller che sfida il potere

Una storia importante da portare al grande pubblico.

“Sì. Sono subito rimasta affascinata scoprendo l’attività del dipartimento dell’Igpn. Perché, non so per voi, ma in Francia lo conosciamo: è la “polizia della polizia”, però è qualcosa di molto astratto. È come se non si capisse bene cosa sia. Quando si vedono personaggi dell’Igpn nei film, di solito sono parti piccole, un po’ antipatiche, e non sappiamo davvero come funzioni. Dominik ha fatto un lavoro di indagine molto serio, quasi documentaristico, prima di scrivere la sceneggiatura con Jean Marchand. Io ho scoperto come funziona leggendo il copione. Ma la cosa che mi ha colpita di più è come una sceneggiatura così tecnica potesse diventare qualcosa di estremamente emotivo, e dire cose così universali e toccanti su una crisi così dura e violenta in Francia. Eppure dentro c’era tanta umanità, tante sfumature. Sì, sono stata molto emozionata leggendo la fine”.

Come si è preparata? Ha incontrato chi ci lavora?

“Sì. Ho incontrato investigatori dell’Igpn. Dominik li aveva già conosciuti mentre scriveva. Abbiamo cenato insieme con due donne, investigatrici, che hanno condiviso con me la loro esperienza come agenti di polizia. Ho potuto fare molte domande: perché hanno scelto l’Igpn, perché volevano entrare in polizia, come lavorano ogni giorno, quali sono le difficoltà, i limiti. E anche, non tanto la loro vita privata, ma come gestiscono il rapporto tra lavoro e vita intima. È stata un’esperienza strana: io, attrice, che faccio domande a poliziotte. All’inizio ero timida. Poi ho fatto una domanda fondamentale per me: come gestite le emozioni quando indagate, quando interrogate agenti o vittime, per esempio durante le manifestazioni dei gilet gialli? È stata la domanda più importante, perché riguardava anche il mio lavoro di attrice: dove metti le emozioni? E loro mi hanno detto: non mostriamo nulla, qualunque cosa sentiamo. Ma sentiamo. Quindi avevo una direzione da seguire. Dominik mi ha aiutata molto quando rischiavo di essere troppo emotiva, per esempio nelle scene con Sandra Colombo, che interpreta la madre della vittima. Ero molto coinvolta, ma dovevo restare nel mio ruolo. È stata una grande lezione: attenersi all’indagine, tutto ciò che è intimo deve restare contenuto”.

Il film è tratto da una storia vera.

“È una finzione ispirata a fatti reali. Dominik ha incontrato persone che hanno vissuto davvero quella tragedia, conosce la famiglia. Non ha voluto raccontare una storia precisa, ma si è ispirato a eventi reali”.

Che reazione si aspetta dal pubblico?

“Spero che provi quello che ho provato io leggendo la sceneggiatura. Leggere le notizie è una cosa, viverle attraverso un film è un’altra. Io non ho partecipato alle manifestazioni dei gilet gialli, ma le ho seguite. Questo film permette di esplorare la complessità, tutte le posizioni, in modo umano. Spero che aiuti a capire cosa è successo: le famiglie, le vittime, il lavoro difficile della polizia, chi ha cercato di fare del suo meglio e chi no. È una situazione unica. Spero che il film apra una conversazione, senza giudicare, ma per riflettere. C’è anche il tema del riconoscimento delle vittime: molte persone ferite non sono mai state riconosciute dallo Stato. Il film può aiutare a porre questa domanda. Non è un film che attacca, ma che invita a pensare”.

Durante la preparazione ha avuto accesso libero alle informazioni?

“Con gli investigatori sì, nei limiti. Ovviamente non potevano rivelare casi confidenziali, ma erano disponibili a raccontare il loro lavoro. È stato uno scambio: loro erano curiosi del cinema, io del loro mondo. Ho scoperto che lavorare nell’Igpn non è una vocazione: spesso è una scelta legata alla vita familiare, agli orari. Una delle donne che ho incontrato prima lavorava nella narcotici e amava quel lavoro, ma per motivi personali è passata all’IGPN. È molto impegnata e lavora con integrità, ma la sua vera passione era un’altra”.

Secondo lei il suo personaggio, alla fine della storia, resterà in polizia?

“Penso di sì. Credo abbia una volontà forte. Ma è anche un personaggio che tocca dei limiti, e questi limiti sono anche quelli del rapporto tra cittadini e polizia. Come dice il ragazzo nel film: “Cerco di non odiarli”. La domanda è: come possiamo continuare a credere nella giustizia? Nella verità? Tutti vogliamo crederci, polizia e cittadini”.

L’IGPN è una posizione difficile?

“Sì, è una zona strana: non sono davvero colleghi della polizia, ma nemmeno cittadini. Nessuno li ama davvero. È un ruolo complicato. Però il loro obiettivo è cercare la verità, anche quando è scomoda, per permettere ai cittadini di avere fiducia nella polizia. Forse è un modo per arrivare a una riconciliazione”.

Il fatto che il suo personaggio sia una donna offre una prospettiva speciale?

“Sì. Nell’IGPN molte investigatrici sono donne, anche per ragioni pratiche legate alla vita familiare. Il film mostra anche le scelte e i sacrifici delle donne. E non è facile essere donna nella polizia: alcune mi hanno raccontato episodi di molestie morali o sessuali. Succede in molti ambienti di lavoro. Inoltre, quando interrogano uomini, a volte questi mettono in discussione la loro autorità”.

Che ne pensa del movimento MeToo e della situazione nel cinema?

“Penso che stiamo andando nella direzione giusta. Non direi “felice”, perché MeToo significa anche raccontare violenze, ma è importante. Le donne devono lavorare in sicurezza. Io oggi ho 50 anni, ma a 25 era diverso, più difficile. Ora le giovani attrici hanno strumenti: possono parlare, essere ascoltate e protette. Non è finita, c’è ancora paura di perdere il lavoro, ma è migliorato grazie al coraggio di molte donne. E anche molti uomini oggi sostengono questo cambiamento. È una questione di potere: come lo si usa. Il potere deve servire a migliorare le cose, non a distruggere le persone”.

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