“Il diavolo veste Prada 2”, il sequel più atteso finalmente in sala. Ecco cosa vedremo
di Arianna FinosAl mio segnale, scatenate Miranda. Vent’anni dopo, il ritorno c’è. La punta di una scarpa emerge da un’auto scura, sfiora il tappeto rosso tra flash e ali di pubblico: è ancora lei, ed è ancora un ingresso.
Il diavolo veste Prada 2 riparte da Meryl Streep, al culmine e insieme sul crinale. Il rosso domina, ma sotto la superficie si intravede già la crepa. Miranda Priestly è di nuovo al comando della rivista Runway, ma stavolta la crisi non è interna: è pubblica, virale. Accuse di aver dato spazio a un colosso del fast fashion travolto da scandali sul lavoro. Nigel (Stanley Tucci) prova a schermarla, ma “la bomba non si può contenere”. E a quel punto rientra Andy (Anne Hathaway), licenziata come mezzo giornale e nel frattempo premiata per i suoi reportage. Non un ritorno nostalgico, ma una necessità.Sotto lo tsunami social — con Miranda trasformata in meme, in divisa da fast food con il vassoio o in versione Simpson che sparisce in una siepe — nasce un nuovo sodalizio. Le due si muovono in un mondo cambiato: moda e carta stampata alle prese con digitale, intelligenza artificiale, dittatura dello scroll, e con miliardari capaci, da soli, di decidere il destino della cultura e della comunicazione.
"Il diavolo veste Prada 2", arriva il sequel sulle note di Lady Gaga e Doechii
Che siano benevoli o incostanti, o che spariscano lasciando patrimoni a eredi “tutti in lycra, pronti a prendere fuoco come un albero di Natale a marzo”. Benvenuti nel 2026.Se il primo capitolo del 2006 è sopravvissuto non è solo per nostalgia. Sotto il glamour c’era un racconto sul potere: chi lo esercita, a quale prezzo, e chi decide cosa indossiamo, leggiamo, desideriamo. Il celebre monologo sul maglione ceruleo — Miranda che spiega come un colore apparentemente banale nasca da una passerella, attraversi designer, grandi magazzini e outlet prima di arrivare nell’armadio di chi crede di averlo scelto — non era una battuta sulla moda, ma una lezione sul potere invisibile.
Quella che vent’anni fa sembrava provocazione, oggi suona come una descrizione dell’algoritmo.Meryl Streep, tre Oscar e ventuno candidature, era la condizione imprescindibile del sequel. È ancora lei il centro del film, ma qualcosa si è spostato. Si è adattata: le “girlboss” hanno trovato un limite, Miranda deve appendersi la giacca da sola — e la postura dice quanto le costi — moderare il linguaggio, accettare il filtro del politicamente corretto. L’assistente tenta di contenere l’incontenibile. Miranda non vorrebbe limiti, ma ha imparato a conviverci. Ha un marito violinista e due figlie, ma continua a vivere per il lavoro. Anche nei dettagli: caffetteria invece di ufficio blindato, seconda classe invece del jet, via le auto blu: benvenuto Uber.
Il Diavolo Veste Prada 2, nelle sale italiane il 29 aprile
La parola chiave è eredità: come tenere in vita qualcosa che sta perdendo peso culturale. Il film si muove mentre il mondo delle riviste implode. Il conflitto centrale è tra Miranda ed Emily Charlton (Emily Blunt), ex assistente nevrotica diventata dirigente di un gruppo del lusso francese: ora è lei a controllare i contratti pubblicitari che possono salvare o affossare Runway. L’assistente è diventata rivale, il potere si è redistribuito. Per la prima volta, Miranda rischia di perdere.Attorno, nuovi ingressi: Justin Theroux e Lucy Liu sono Benji e Sasha Barnes, coppia influente con interessi nella rivista; Kenneth Branagh è Stuart, il marito di Miranda — musicista dal passato complicato, ennesima prova che i partner restano il punto fragile della diavolessa, come già nel primo film, B.J. Novak è un dirigente editoriale. E poi una nuova generazione di assistenti (Simone Ashley, Caleb Hearon, Helen J. Shen) che abita una Runway trasformata, dove i giovani non si rannicchiano più per la paura.
Milano e l’Italia hanno uno spazio preciso: dalla Galleria Vittorio Emanuele II deserta alla luce di Brera e alla fashion week. Nigel sottolinea “il legame profondo della moda con l’Italia”. Un Paese evocato anche anche da uno dei milionari proiettati solo nel futuro (e nello spazio): “Era un impero, oggi sono solo frammenti”.Sul fronte cammeo, nel primo film erano memorabili Valentino e Donatella Versace. Qui si gioca ancora con quel mondo, Donatella Versace che viene insolentita da Emily Blunt, Lady Gaga immusonita a cui Miranda fa una proposta a cui non si può dire di no. E si esibisce nel tratto italiano del film.
Le battute restano centrali: dall’amica che dice ad Andy a proposito del suo rapporto con Miranda, “Hanno chiamato da Stoccolma: rivogliono la loro sindrome”, alla nuova ossessione cromatica di Emily, che chiede “rosa tulipano sussurrante” e si ritrova “un colore che grida”.E poi la vita privata: niente Nate, Andy è single, ha congelato ovuli e cuore. Dice di non uscire con colleghi giornalisti — “ok, una o due volte” — ma di sceglierli sempre aitanti e quindi inutili sul fronte del potere. Incontra un ristrutturatore di edifici che potrebbe ristrutturarle anche i sentimenti: uno di quei maschi sensibili che il cinema di oggi sa raccontare. In Italia è arrivato due giorni prima rispetto a gran parte del mondo. That’s all.