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Pensioni dello spettacolo, cento firme a Mattarella: “Assegni tagliati e arretrati da restituire”

Pensioni dello spettacolo, cento firme a Mattarella: “Assegni tagliati e arretrati da restituire”

Da Sandrelli a Bentivoglio, da Morante a Boldi: l’appello sul contenzioso ex Enpals. Coinvolti negli anni 300-400 lavoratori. L’Inps: «Ci adeguiamo alla Cassazione»

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ROMA – Hanno fatto causa, hanno vinto nei tribunali, hanno ottenuto aumenti e arretrati. Poi la Cassazione ha ribaltato l’orientamento. E ora molti lavoratori dello spettacolo si ritrovano con la pensione tagliata e le somme già incassate da restituire all’Inps. È il contenzioso sull’ex Enpals, l’ente previdenziale dei lavoratori dello spettacolo ora confluito in Inps, che spinge cento artisti e maestranze a scrivere al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Tra loro Stefania Sandrelli, Fabrizio Bentivoglio, Laura Morante, Massimo Boldi, Marco Risi, Fiammetta Izzo.

La platea coinvolta negli anni è più ampia: tra 300 e 400 persone. I firmatari denunciano una «grave incertezza giuridica». Dall’Inps fanno sapere però che con il consolidarsi dell’orientamento della Cassazione, l’Istituto «è tenuto ad adeguarsi», recuperando le somme erogate e non dovute «nel rispetto delle modalità previste dalla normativa vigente».

Il nodo della quota B

La vicenda ruota attorno al calcolo della pensione di questi lavoratori. Più precisamente della quota B, la parte dell’assegno legata ai contributi maturati dopo il 1992. Il punto è il tetto alla retribuzione giornaliera pensionabile: la soglia massima di compenso giornaliero che può entrare nel calcolo della pensione.

Secondo i ricorrenti, la riforma del 1997 non avrebbe mantenuto per la quota B il vecchio limite delle 315 mila lire al giorno, poi rivalutate. Quel tetto, sostengono, doveva valere solo per la quota A, cioè per la parte di pensione legata ai contributi precedenti al 1993. Averlo applicato anche alla quota B avrebbe ridotto gli assegni e spezzato il rapporto tra contributi versati e pensione riconosciuta.

La svolta della Cassazione

Per anni i giudici di merito hanno dato ragione ai pensionati. Nella lettera al Quirinale si parla di circa 250 sentenze del Tribunale di Roma confermate in appello, oltre 50 passate in giudicato e altre decine in diversi fori. Su quella base sono arrivati ricalcoli, aumenti mensili e arretrati.

Poi, dal dicembre 2022, la Cassazione ha cambiato rotta. Per la Suprema Corte quel tetto non è mai stato cancellato: continua a valere anche per la quota B. In sostanza, oltre quel limite giornaliero, la retribuzione eccedente non può essere considerata nel calcolo della pensione. La ragione indicata dai giudici è l’equilibrio della gestione previdenziale: eliminare il tetto solo per questa parte della pensione, secondo la Cassazione, avrebbe prodotto uno squilibrio tra contributi e prestazioni.

La posizione dell’Inps

L’Inps richiama proprio l’orientamento della Cassazione. «Su questa vicenda è necessario fare chiarezza», fanno sapere dall’Istituto. Secondo la Cassazione, con la sentenza del 2022 e le successive conferme anche nel 2025, «il limite di retribuzione giornaliera pensionabile previsto dalla normativa del 1971 si applica sia alla quota A sia alla quota B della pensione dei lavoratori dello spettacolo, in modo diverso da quanto ritenuto in precedenza dai tribunali di merito».

Da qui il recupero: «Con il consolidarsi dell’orientamento della Cassazione, l’Inps è tenuto ad adeguarsi, procedendo al recupero delle somme erogate e non dovute, nel rispetto delle modalità previste dalla normativa vigente». Le decisioni di merito, aggiunge l’Istituto, «non possono prevalere sull’indirizzo ormai consolidato della Cassazione».

Gli arretrati da restituire

Il punto più pesante sono le restituzioni. Gli arretrati pagati dopo le sentenze favorevoli diventano ora somme da restituire. Per i pensionati è il paradosso più amaro: hanno incassato sulla base di decisioni giudiziarie provvisoriamente esecutive, poi superate dalla Cassazione.

Dagli artisti viene contestato anche il modo in cui l’Inps recupera gli importi: piani in 72 rate che, in alcuni casi, secondo i ricorrenti, porterebbero a trattenute superiori al quinto della pensione. La richiesta è rimodulare i rientri, anche oltre le 72 mensilità, per rispettare il minimo vitale e la buona fede di chi aveva incassato quegli importi dopo una sentenza.

Il nodo della terzietà

Nella lettera a Mattarella i firmatari precisano di non formulare accuse penali. Sollevano però un tema di opportunità: la partecipazione di alcuni legali dell’Inps e di magistrati della Cassazione a un volume giuridico su previdenza e assistenza. Secondo loro, quella collaborazione editoriale rischia di offuscare l’immagine di terzietà del giudice.

La lettera segnala anche il rischio di sanzioni aggiuntive per chi presenta nuovi ricorsi su una questione che la Cassazione considera ormai definita. Un deterrente che, secondo i firmatari, rende economicamente proibitivo provare a riaprire la partita giudiziaria.

Uilcom: «Colpevole è lo Stato»

Per la Uilcom il caso pesa su lavoratori già fragili, con carriere discontinue e contributi intermittenti. «Si interviene su persone con una gestione dell’Enpals problematica alle spalle e carriere segnate dalla precarietà», dice Roberto Corirossi, coordinatore nazionale Uilcom con delega allo spettacolo. Anche il limite delle 90 giornate per maturare un’annualità piena, aggiunge, spesso non viene raggiunto: «Per questo stiamo chiedendo all’Inps dati disaggregati».

Sul nodo Cassazione-Inps, Corirossi solleva un tema di opportunità per i «contatti così stretti» tra giudici chiamati a esprimersi sulla causa e avvocati dell’ente che ha impugnato le sentenze favorevoli ai lavoratori.

Il costituzionalista Ainis

«In questa vicenda è colpevole lo Stato, non i lavoratori dello spettacolo», dice il costituzionalista Michele Ainis. «È lo Stato che ha determinato un’aspettativa economica nei loro confronti e l’ha poi delusa. È la macchina burocratica dello Stato che si è rivelata, ancora una volta, inefficiente, in questo caso nella gestione dei contributi previdenziali. C’è insomma, nel complesso, una slealtà, e quindi un’illegalità da parte del potere pubblico: non è affatto un caso l’assonanza fra ‘leale’ e ‘legale’».

Anica: «Serve una soluzione bipartisan»

Il caso esce anche dal recinto sindacale. L’Anica, l’associazione dell’industria cinematografica, audiovisiva e digitale, si dice solidale con i lavoratori coinvolti. «Il lavoro del cinema e dell’audiovisivo è già per sua natura precario e senza la garanzia che a un progetto ne seguirà un altro», dice il presidente Alessandro Usai. Per questo, aggiunge, «l’intera industria cineaudiovisiva è solidale con questi lavoratori». L’auspicio è una via politica: «Una soluzione bipartisan. Ci mettiamo a disposizione per facilitarla».

Il Parlamento fermo

Una via politica esiste: una risoluzione approvata nel 2023 dalle commissioni Cultura e Lavoro della Camera e una proposta di legge depositata nel 2024, a prima firma Federico Mollicone e Walter Rizzetto, per chiarire per legge che alla quota B non si applica il vecchio limite del 1971. Ma il testo è fermo in commissione Lavoro. Intanto gli assegni continuano a essere ricalcolati e gli arretrati richiesti indietro. E i cento firmatari si rivolgono a Mattarella per denunciare il prezzo pagato dai lavoratori dopo anni di incertezza.

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