Gianni Amelio, 81 anni, tra i maestri più rigorosi del cinema italiano, autore di un cinema civile che ha raccontato gli ultimi, le migrazioni, le fratture sociali — da Lamerica a Così ridevano, a Il ladro di bambini fino a Campo di battaglia — arriva al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica e ricevere il David alla carriera.
Che cosa significa per lei incontrare il presidente Mattarella e ricevere questo riconoscimento?
«È la prima volta che io vado dal presidente Mattarella, però mi sono incontrato tante volte con tanti presidenti, perché faccio il cinema da oltre 65 anni, da regista 50, per cui ho cominciato a vederli negli anni Settanta. Non dico altro, non dico altro. Però l’onore di vedere, di incontrare, di stringere la mano a Mattarella è speciale per me».
Gianni Amelio, 81 anni, tra i maestri più rigorosi del cinema italiano, autore di un cinema civile che ha raccontato gli ultimi, le migrazioni, le fratture sociali — da Lamerica a Così ridevano, a Il ladro di bambini fino a Campo di battaglia — arriva al Quirinale per incontrare il presidente della Repubblica e ricevere il David alla carriera.
Che cosa significa per lei incontrare il presidente Mattarella e ricevere questo riconoscimento?
«È la prima volta che io vado dal presidente Mattarella, però mi sono incontrato tante volte con tanti presidenti, perché faccio il cinema da oltre 65 anni, da regista 50, per cui ho cominciato a vederli negli anni Settanta. Non dico altro, non dico altro. Però l’onore di vedere, di incontrare, di stringere la mano a Mattarella è speciale per me».
È bello ricevere un premio alla carriera che è ancora viva e in corso? Sta montando il suo nuovo film, “Nessun dolore”, sul tema delle conseguenze delle azioni individuali sulla collettività.
«Non parlo di carriera, io parlo di lavoro. E il lavoro dobbiamo averlo. Noi siamo una categoria che deve faticare per avere il lavoro. Scusi il gioco di parole, però ci sta perfettamente».
Le sue parole si inseriscono in un momento particolarmente difficile per il settore, tra set rallentati, finanziamenti in discussione e la questione previdenziale che ha colpito molti lavoratori dello spettacolo.
«Quest’anno la categoria è particolarmente in difficoltà, tra set fermi e problemi sulle pensioni.
Io non so se rientro nella parola artisti, ma tra i pensionati ci sono pure io. Quindi il mio problema è anche quello. Non si vive di pensione cosiddetta artistica, perché noi lavoriamo poco in rapporto, per esempio, a qualcuno che ha un lavoro stabile. Un lavoro, anche diciamo, il posto fisso — il famoso posto fisso. Noi il posto fisso non ce l’abbiamo, per cui ci viene riconosciuto il tempo della riprese di un film. E allora io faccio un film ogni due anni, e allora mi contano solo i giorni di lavoro fisso sul set».
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C’è anche un problema di riconoscimento del lavoro?
«Il problema qual è? Che non mi si conta, non mi si calcola tutto il tempo che io fatico per cercare di combinare un film. Perché non è che c’è gente che bussa alla porta e mi dice: “vieni, vieni, vieni”. No, sono io che devo bussare alle porte. Questo è un mestiere da una parte privilegiato, perché facciamo il lavoro che ci appassiona. Dall’altra parte però lo si paga, lo si paga in qualche modo».
Qual è il suo augurio per il cinema italiano, oggi attraversato anche da divisioni e tensioni?
«Il mio augurio per il cinema è che si lavori, si lavori. Perché noi qua siamo in vetrina, ma c’è molta gente che non viene in vetrina, sta nel magazzino. Ci sono le categorie che non vengono rappresentate qui al Quirinale e nemmeno domani sera ai premi: ci sono le maestranze, ci sono i macchinisti, gli elettricisti, i quali, come me, tengono famiglia. E allora il problema è: non bisognerebbe essere ricchi per fare questo lavoro, scusate?».
A chi dedica questo premio?
«Il mio lavoro devo dire che lo dedico sempre e comunque alle mie nipoti. Sempre, sempre, sempre. Ho tre nipoti meravigliose. Una ha quasi 22 anni e le altre quasi venti. Sono un altro uomo da quando ho avuto le nipoti. Credo che chi è nonno o nonna mi capirà».