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Mirko Frezza: “Per me il cinema ha fatto più delle istituzioni. Mia moglie mi ha salvato dal ghetto”

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L’attore torna sul grande schermo con “Il tempo è ancora nostro”, interpreta un uomo che cerca nel golf una possibilità di riscatto. “Alcuni vecchi amici mi sono stati vicini, anche economicamente. Alessandro Borghi? Un fratello, darei la vita per lui”
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ROMA – Mirko Frezza torna al cinema con Il tempo è ancora nostro di Maurizio Matteo Merli. Nel film è uno dei due protagonisti, uomini feriti dal passato che provano a rimettere insieme la propria vita trovando nel golf una possibilità di riscatto. Romano, cresciuto alla Rustica, Frezza ha conosciuto il carcere prima di cambiare strada e avvicinarsi al cinema, inizialmente come stuntman e location scout. L’incontro con Alessandro Borghi gli ha aperto definitivamente le porte del set. Da lì sono arrivati Dogman di Matteo Garrone, Rocco Schiavone, Un professore e tanti ruoli spesso legati a personaggi duri, periferici, segnati dalla vita. Accanto al lavoro da attore continua anche quello sociale nelle scuole e nelle periferie, dove parla ai ragazzi di legalità, bullismo e seconde possibilità.

Che cosa rappresenta per lei questo film?

“Un forte riscatto sociale, soprattutto perché parla proprio di questo. Anche perché il …

ROMA – Mirko Frezza torna al cinema con Il tempo è ancora nostro di Maurizio Matteo Merli. Nel film è uno dei due protagonisti, uomini feriti dal passato che provano a rimettere insieme la propria vita trovando nel golf una possibilità di riscatto. Romano, cresciuto alla Rustica, Frezza ha conosciuto il carcere prima di cambiare strada e avvicinarsi al cinema, inizialmente come stuntman e location scout. L’incontro con Alessandro Borghi gli ha aperto definitivamente le porte del set. Da lì sono arrivati Dogman di Matteo Garrone, Rocco Schiavone, Un professore e tanti ruoli spesso legati a personaggi duri, periferici, segnati dalla vita. Accanto al lavoro da attore continua anche quello sociale nelle scuole e nelle periferie, dove parla ai ragazzi di legalità, bullismo e seconde possibilità.

Che cosa rappresenta per lei questo film?

“Un forte riscatto sociale, soprattutto perché parla proprio di questo. Anche perché il mio personaggio è uno che non dico mi rispecchi personalmente, però rispecchia il mondo in cui ho vissuto. Le diciotto buche del campo da golf - il film parla di golf appunto - sono una metafora della vita. Per me è stato molto importante questo film e lo dico sinceramente”.

Lei è anche organizzatore generale del film oltre che coprotagonista.

“Sì, quello è un paracadute che mi sto preparando, tante volte i registi si stufassero di me... Questo è il terzo film che faccio da organizzatore. Voglio rimanere a lavorare nel mondo del cinema perché per me il cinema ha fatto più delle istituzioni. Qualora finisse questa voglia di Mirko attore, mi preparo un paracadute. Ma io andrei pure a fare il runner, non avrei problemi”.

Che cosa le piace del lavoro di organizzatore?

“Allora, partiamo dal presupposto che sono della Vergine. Perciò voglio tutto sotto controllo. E poi perché è proprio la mia indole. Sono stato messo in un istituto, il Convitto Nazionale, quando ero bambino, e già dai sei anni m’hanno insegnato a sistemare l’armadietto. E mi piace molto aiutare le persone a fare il proprio lavoro, vedendolo da fuori. Forse ho una dote, non voglio atteggiarmi, però credo di averla. Anche perché con la mia associazione faccio la stessa cosa”.

La sua associazione di cosa si occupa?

“La mia associazione, Casarcobaleno Odv, fa mille pasti, quattrocento pacchi viveri, assistenza medica e legale, tutto gratuito e senza sovvenzioni dello Stato”.

È anche reduce da un viaggio in India, dove è stato premiato per l’Eccellenza umana a Muddenahalli. Che esperienza è stata?

“Ero appena uscito dall’Isola dei Famosi e dopo poco mi arriva una telefonata dove mi viene detto che avrei ricevuto un riconoscimento per l’eccellenza umana in India e che avrei rappresentato il mio Paese. All’inizio pensavo fosse uno scherzo, tipo Scherzi a parte. Invece era tutto vero. È stata un’esperienza mistica. Mi sono catapultato in un mondo che non mi appartiene e ho incontrato persone meravigliose, che aiutano il prossimo senza secondi fini. Mi sono ritrovato su un palco con settemila persone davanti, cento Paesi del mondo, ognuno con il proprio rappresentante, e io rappresentavo l’Italia. Mi ha dato tanta consapevolezza: fare del bene è la cosa più bella del mondo. E mi ha confermato che il perdono è l’arma più potente che esista”.

Il suo personaggio, Stefano, nel film non coincide del tutto con la sua storia. Che cosa è andato a cercare dentro di sé per interpretarlo?

“Sicuramente mi sono riconosciuto molto nel rapporto col padre. Nel film mio padre è Andrea Roncato. Quel non detto fra di noi mi rappresenta tantissimo. E poi c’è una scena nel film che mi ha fatto riflettere molto anche sulla mia vita. Qui si dice che ‘il tempo è ancora nostro’, però in realtà di tempo ce n’abbiamo poco, quindi bisogna sfruttarlo bene. Stefano è anche un uomo che vive una tossicodipendenza, che si lascia andare dopo la morte della madre e l’allontanamento del suo migliore amico. E io ci tengo molto a questa cosa, perché credo che nella famiglia ci siano anche gli amici. E io ho avuto la fortuna di averne tanti”.

Chi sono gli amici che le hanno cambiato la vita?

“Più che gli amici, la persona che mi ha cambiato la vita è stata mia moglie, Vittoria. Lei mi ha dato la possibilità di scavalcare quei muri immaginari che mi ghettizzavano dentro la periferia. Mi ha fatto vedere la luce nel tunnel e mi ha trascinato fuori da quel micromondo, senza mai farmi abbandonare i miei vecchi amici. Poi ci sono stati Daniele, Stefano, Alessandro. Persone che mi sono state vicino quando vacillavo e mi chiedevo: ‘Ma che me so’ messo in testa? Fa’ l’attore a quarant’anni?’. I guadagni non erano alti, avevo fatto il passo più lungo della gamba, e loro mi hanno aiutato anche economicamente. Alessandro Borghi per me è un fratello. Darei la vita per lui. Mi ha insegnato questo mestiere, mi ha portato su questo percorso, mi ha aiutato moralmente e non solo. Quando ho un problema lo chiamo sempre. È uno dei pochi a cui racconto davvero i miei problemi”.

Qual è stato il momento più difficile della sua vita?

“Ce ne sono stati tanti. Quando mi hanno messo in convitto a sei anni: eri figlio unico e ti chiedevi “Ma che ho fatto de male?”. Poi la prigione. E lì ho cercato di indossare una maschera e andare avanti. E un altro momento difficilissimo è stato durante la pandemia. Avevo appena comprato casa in Umbria, avevo acceso un mutuo, e improvvisamente non si lavorava più. Vedere che mancava il necessario dentro casa è stata una cosa che non avevo mai vissuto. Quando mi mancava qualcosa uscivo e me la prendevo. E sbagliavo”.

Che cosa le ha dato il cinema? E che cosa invece non le piace di questo ambiente?

“Io sono molto grato al cinema, perché il cinema ha fatto più delle istituzioni. Non ha guardato chi ero prima, ma mi ha aiutato a raccontare chi sono oggi. Mi ha perdonato quando nessuno l’aveva fatto. Poi certo, ancora oggi escono articoli dove c’è scritto “dieci anni di galera e poi diventa attore”, “ex delinquente”. Dopo quattordici anni, ancora ‘sta roba. Però il cinema mi ha dato la possibilità di vivere le vite degli altri. Quello che non mi piace è l’ipocrisia. Quando servi, vieni messo su un piedistallo. Quando non servi più, sparisci. E lo vedo succedere anche ad attori più bravi di me. Ho trovato pochi amici nel cinema: cinque o sei persone che considero davvero amici. Gli altri sono un riempimento”.

Qual è stata la situazione più assurda che ha vissuto in questo ambiente?

“Venezia. Io finisco gli arresti domiciliari, mi chiama un produttore e mi dice che il film è stato preso a Venezia. Arrivo lì e il primo giorno mi guardavano come se dovessi rubare il portafoglio a qualcuno. Poi il film vince Orizzonti, gira il mondo, vince a New York, Pechino, Londra, Stoccolma. E il giorno dopo le persone mi abbracciavano, pure le forze dell’ordine, dicendomi: “Meno male, qualcuno ce la fa”. Il momento più bello è stato quando, a Venezia, me ne sono andato prima della premiazione. Michele Vannucci mi chiama: “Mirko, ma dove sei?”. E io: “Sto sul treno”. “Ma come sul treno?”. “Sto a torna’ a casa”. Non ce la facevo più”.

Sta girando la nuova stagione di “Rocco Schiavone”. Che rapporto si è creato sul set?

“Ormai sembriamo davvero una comitiva. Tra me, Marco Giallini, Francesco Acquaroli e Tullio Sorrentino c’è un’amicizia vera. Una volta stavamo girando vicino al confine con la Slovenia. Parte il ciak, ci mettiamo a parlare in macchina e finiamo per sconfinare davvero. Abbiamo fatto trenta chilometri senza accorgercene perché eravamo troppo presi dalla chiacchiera. Ci cercavano tutti”.

Che cosa è cambiato nel rapporto con le persone e con il suo quartiere?

“La gente mi dice sempre: “Tu sei uno di noi”. E questa è la cosa più bella. Io questo l’ho preso come un lavoro, non mi interessa il red carpet, il David di Donatello. La cosa importante è che oggi ho una visibilità che mi permette di dare voce agli ultimi, per farli diventare penultimi. E questa cosa fa paura alle istituzioni”.

Quanto l’ha cambiata diventare padre?

“Mi sono accorto di essere padre al terzo figlio. E già il fatto che li abbia fatti tutti con la stessa donna è un applauso. Mia moglie mi sopporta da ventiquattro anni. Quando rimase incinta del terzo figlio mi disse: “Io questa gravidanza non la porto avanti se tu non cambi vita”. Da lì ho iniziato a lavorare in una fabbrica di maiali. Poi un amico mi portò sul set come organizzatore di scene di massa e a lì sono diventato stuntman, poi attore. Ed è iniziato tutto”.

Ha paura di restare intrappolato sempre negli stessi ruoli?

“Infatti sto dicendo molti no. Sempre lo “spara spara”, il boss, il criminale. Adesso sto cercando personaggi diversi. Stefano, per esempio, è un perdente, non uno aggressivo. Ho fatto anche Golia, dove interpreto un ex rugbista con l’Alzheimer precoce. E poi un film tratto da Leopardi dove ero quasi irriconoscibile. Sto cercando di dimostrare che posso fare altro”.

Se oggi potesse parlare al Mirko Frezza di vent’anni fa, che cosa gli direbbe?

“Guardi, io ci parlo tutti i giorni con Mirko. Non è morto, sta dentro di me. Solo che oggi lo uso io, prima invece aveva lui il sopravvento. Fino a trentatré anni pensavo che essere maschio significasse battersi il petto come i gorilla. Poi ho capito che bisogna essere uomini. E quella è tutta un’altra cosa”.

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