Tutti gli uomini di Marilyn, vittima incolpevole di chi la voleva solo sexy
di Alberto Crespi“All you have to do is to be sexy”. Tutto quello che devi fare è essere sexy. È una frase famosa e crudele, e fu l’unica indicazione di regia che Laurence Olivier diede a Marilyn Monroe sul set di Il principe e la ballerina, del quale il sommo attore inglese era anche regista. Era l’agosto del 1956. Marilyn aveva da poco compiuto trent’anni: era nata a Los Angeles l’1 giugno del 1926 e in questi giorni celebriamo il centenario della sua nascita.
È difficile dire, sulla vita e sulla carriera della diva più diva nella storia di Hollywood, qualcosa che non sia già stato detto e ripetuto fino alla nausea. Ma forse si può partire proprio da quella frase di Olivier per capire come sia impossibile parlare di Marilyn senza tirare in ballo gli uomini che l’hanno amata, odiata, desiderata, usata, manipolata, adulata, sfruttata. La storia di Marilyn è la storia del patriarcato hollywoodiano e, forse, americano del Novecento. A cominciare da quello pseudonimo, Monroe, che suonava bene ed era il c…
“All you have to do is to be sexy”. Tutto quello che devi fare è essere sexy. È una frase famosa e crudele, e fu l’unica indicazione di regia che Laurence Olivier diede a Marilyn Monroe sul set di Il principe e la ballerina, del quale il sommo attore inglese era anche regista. Era l’agosto del 1956. Marilyn aveva da poco compiuto trent’anni: era nata a Los Angeles l’1 giugno del 1926 e in questi giorni celebriamo il centenario della sua nascita.
È difficile dire, sulla vita e sulla carriera della diva più diva nella storia di Hollywood, qualcosa che non sia già stato detto e ripetuto fino alla nausea. Ma forse si può partire proprio da quella frase di Olivier per capire come sia impossibile parlare di Marilyn senza tirare in ballo gli uomini che l’hanno amata, odiata, desiderata, usata, manipolata, adulata, sfruttata. La storia di Marilyn è la storia del patriarcato hollywoodiano e, forse, americano del Novecento. A cominciare da quello pseudonimo, Monroe, che suonava bene ed era il cognome di un presidente degli Stati Uniti: James Monroe, alla Casa Bianca dal 1817 al 1825, quello dell’omonima “dottrina” che oggi suona sinistramente attuale. La frase simbolo della “Monroe Doctrine” è “l’America agli americani”, si trattava di una dura posizione di politica estera che voleva impedire ogni interferenza europea rispetto al controllo Usa su tutto il continente, dal polo Nord al polo Sud. Lo slogan “MAGA”, in fondo, viene da lì.
Forse Olivier pensava di essere spiritoso dicendo a Marilyn di non sforzarsi a recitare e di pensare solo a essere sexy, ma certo non si preoccupò minimamente di rispettare la donna e l’attrice che aveva davanti e il tempismo fu infelice. Marilyn si era appena sposata con Arthur Miller (il 29 giugno 1956, poco prima di iniziare le riprese) e aveva da poco vinto la causa con la 20th Century Fox, il cui boss Darryl Zanuck non voleva farla recitare in film “seri” per paura che il box office ne soffrisse. Il risultato di quella vittoria fu Fermata d’autobus, il suo primo ruolo drammatico.
Stava tentando di affermarsi come attrice “impegnata” e Miller, drammaturgo politicamente di sinistra, fu ovviamente cruciale nelle sfide artistiche che Marilyn avrebbe affrontato nei suoi ultimi anni. Ma certo il rapporto con Miller fu anch’esso problematico e spesso paternalistico da parte dello scrittore. Probabilmente non sbaglia chi sostiene che l’unico uomo che abbia veramente amato non l’icona Marilyn, ma la ragazza Norma Jean (il suo vero nome), sia stato il campione di baseball Joe DiMaggio. Ma questa è un’altra storia.
È interessante seguire la parabola dell’attrice in tre film che segnano in modo diverso l’ultima fase della sua carriera: A qualcuno piace caldo, Gli spostati e Something’s got to give, il film incompiuto dal quale fu licenziata poco prima della morte. Sono tre film di cui si sa tutto. I tre registi – Billy Wilder, John Huston e George Cukor – avevano già lavorato con lei in precedenza (Huston l’aveva di fatto lanciata in Giungla d’asfalto) e conoscevano i suoi pregi e i suoi difetti. Le testimonianze dai set sono innumerevoli e illuminanti. È come vedere Marilyn, il suo talento e i suoi problemi attraverso gli occhi di tre grandi artisti che la apprezzano ma che finiscono per rimarcare soprattutto le bizze della diva, ben più che i dolori della donna.
Sono tre film sui quali aleggiano due fantasmi: uno è appunto Miller, che aveva scritto Gli spostati ma che veniva comunque percepito da Hollywood come un corpo estraneo; l’altro è Paula Strasberg, insegnante di recitazione e confidente di Marilyn, moglie del fondatore della Actors Studio Lee Strasberg. Paula era perennemente sui set, l’attrice si fidava solo di lei e soprattutto chiedeva a lei, e non ai registi, se una scena era venuta bene – una inaccettabile interferenza con le gerarchie hollywoodiane dell’epoca. Soprattutto Wilder e Cukor descrivono la presenza di Paula Strasberg come “insopportabile”. Entrambi non apprezzavano il Metodo Stanislavskij insegnato all’Actors Studio (l’identificazione psicologica con i tormenti interiori del personaggio) e Cukor in particolare lo definiva “pretentious maundering”, una pretenziosa farneticazione. Per tre solidi professionisti della vecchia Hollywood la “nuova” Marilyn, autonoma newyorkese e intellettuale, era molto difficile da gestire.
A qualcuno piace caldo è la commedia perfetta, un film delizioso che tutti amiamo alla follia: è difficile immaginare quanto la lavorazione sia stata un inferno. Anni fa sentimmo con queste orecchie Jack Lemmon ricordare Marilyn così: “She drove Billy crazy and she drove Tony (Curtis) crazy, but in a different way”. Lei e Curtis avevano avuto una breve storia anni prima e che importa se erano entrambi sposatissimi? Wilder aveva giurato di non lavorare mai più con lei dopo Quando la moglie è in vacanza: a chi glielo chiedeva, rispondeva: “Il mio psichiatra dice che sono troppo vecchio e troppo ricco per fare un altro film con miss Monroe”.
Ma nel famoso libro/intervista Conversazioni con Billy Wilder scritto da Cameron Crowe racconta: “Quando seppi che aveva letto la sceneggiatura di A qualcuno piace caldo e che le era piaciuta, ne fui felicissimo. Con lei avevamo imbarcato una vera bomba sexy. Senza di lei il film non avrebbe mai avuto la stessa carica di erotismo. Marilyn interpretava la volgarità con grande eleganza. Il bello era tutto lì. Poi era una straordinaria attrice comica. Non sbagliava un colpo – amnesie a parte. Quel che mi mandava in bestia era il fatto di non presentarsi sul set. Quando però decideva di farsi vedere, si impegnava. E pazienza se le servivano ottanta ciak: all’ottantunesimo sarebbe stata strepitosa”.
È famoso il racconto (sentito anche dalla voce di Lemmon) della scena in cui lei deve entrare nella stanza di Lemmon e Curtis, ovviamente vestiti da donna, dire semplicemente “it’s me, Sugar” (“sono io, Zucchero”) e cercare una bottiglia di whisky in un cassetto. Ci vollero decine e decine di ciak. Riuscì a dire la battuta “it’s me, Sugar” in venti-trenta modi diversi, e nessuno era quello giusto. Eppure Wilder stesso dice: “Sparava tre pagine di dialogo per poi bloccarsi su una frase di tre parole”. Quindi non è vero che non studiasse, o non avesse memoria. Sempre Wilder: “Era attratta e spaventata dalla macchina da presa. Terrorizzata, direi. Ma erano fatte una per l’altra. Lei e la cinepresa si amavano”. Era ansia da prestazione, paura del giudizio altrui. E pillole. Troppe, troppe pillole. Pillole per dormire, pillole per svegliarsi…".
Sul set di Gli spostati il matrimonio con Miller cominciò ad andare in pezzi. Anche lì Paula Strasberg era onnipresente. Huston dice nella sua autobiografia Un libro aperto che nonostante le temperature altissime (girarono nel Nevada, d’estate: una follia) Strasberg era sempre vestita di nero e gli ricordava “una Furia della mitologia greca”. Montgomery Clift stava peggio di Marilyn, Clark Gable – che era sempre perfetto al primo ciak e non sopportava le esitazioni degli altri due – era accompagnato dalla moglie incinta e pretese, a quasi sessant’anni, di girare senza controfigura le scene più dure. Sarebbe morto pochi mesi dopo senza mai vedere il film.
Il 29 agosto 1960 Marilyn dovette essere portata in ospedale per un esaurimento nervoso. Huston dichiarò: “Al diavolo il film, qui c’è in ballo la salute della ragazza. Se si riposa e può tornare, andrà tutto ok. Il film aspetterà. Io? Vado a correre sui cammelli”. Ed effettivamente Huston partecipò (vincendola) a una corsa di cammelli in una specie di sagra locale. Sul set Miller conobbe una fotografa freelance, Inge Morath, che era stata assistente di Cartier-Bresson: sei mesi dopo, appena divorziato da Marilyn, l’avrebbe sposata.
Huston in realtà, a differenza di Wilder e Cukor, apprezzava la recitazione drammatica dell’attrice: “Non fingeva le emozioni, le viveva. Scavava dentro se stessa e le portava a livello conscio”. Beh, negli intervalli tra un ciak e l’altro di Gli spostati Huston stava leggendo un malloppo che gli era appena arrivato dalla Francia: la sceneggiatura del film su Freud, Freud - Passioni segrete, scritta da Jean-Paul Sartre (era lunga 800 pagine, un film di dieci ore, e il regista si chiedeva come diavolo fare a tagliarla; oggi ne farebbero una serie) quindi la psicoanalisi era in quel momento il suo pane.
Con Cukor fu tutta un’altra storia, per certi versi la più tragica. Cukor adorava Marilyn, l’aveva diretta in Facciamo l’amore e aveva assistito al suo flirt con Yves Montand. Ma era l’unico. Tutti gli altri, sul set e in produzione, la detestavano. Something’s got to give è il film “maledetto” per eccellenza nella storia di Hollywood. Doveva essere il remake di un vecchio film intitolato Le mie due mogli, una commedia degli equivoci, una cosa leggera. Ma anche lì il set fu un delirio. Marilyn non andava quasi mai al lavoro e Cukor la attese per settimane girando con gli altri attori (Dean Martin e Cyd Charisse) mentre alla Fox – la major alla quale l’attrice aveva fatto causa, ma alla quale “doveva” ancora un film – tutti la maledicevano. Alla fine Cukor dovette arrendersi. Fu organizzata una proiezione di tutto il girato e alla fine Cukor ammise: “Abbiamo girato per sette settimane ed è come se avessimo girato cinque giorni. E la cosa triste è che quei cinque giorni sono pessimi. Non riesce a recitare, non ricorda le battute. È come fosse sott’acqua… con me è dolcissima, ma con la produzione è intrattabile. Temo sia la fine della sua carriera” (dalla biografia George Cukor: A Double Life di Patrick McGilligan).
Il grande “regista delle donne”, l’uomo che aveva tirato fuori il meglio da Katharine Hepburn, da Judy Garland e da Judy Holliday, era stato persino ottimista. Marilyn Monroe fu licenziata dalla Fox e sostituita con Lee Remick. Ma Dean Martin aveva sul contratto una clausola che gli garantiva di essere “coprotagonista con Marilyn Monroe”: si ritirò dal film, che non fu mai portato a termine. Il 5 agosto 1962 l’attrice fu trovata morta nel suo letto, una fine su cui ancora circolano fin troppe leggende.
Anche artisti sensibili come Wilder, Huston e Cukor, anche un marito sicuramente affettuoso come Miller, pur apprezzando l’attrice non erano riusciti a scandagliare gli abissi di dolore che attanagliavano la donna. Si dice che l’unica persona che, da quel 1962 in poi, abbia sempre portato fiori freschi sulla tomba di Marilyn sia stato Joe DiMaggio. In Mrs. Robinson, la famosa canzone di Simon & Garfunkel, c’è un verso enigmatico: “Where have you gone, Joe DiMaggio? Our nation turns its lonely eyes to you” (“che fine hai fatto, Joe DiMaggio? La nostra nazione rivolge i suoi occhi tristi verso di te”). Ogni volta che la sentiamo, pensiamo agli occhi di Marilyn Monroe.