Mattia Monteduro è uno dei due fondatori di Unita (l’altro è Nicola Gualtieri), Unione Italiana Animatori che ha pubblicato sui social le testimonianze anonime sulle condizioni di lavoro nella produzione di Due spicci, la serie Netflix prodotta da Movimenti che ha come autore Zerocalcare. Denunce su compensi, contratti e partite Iva contestate dall’azienda.
Partiamo dall’inizio. Come nasce Unita e come siete arrivati alle segnalazioni che hanno acceso il dibattito in questi giorni?
“Unita esiste da circa un anno. Siamo lavoratori del settore dell’animazione e dello spettacolo e abbiamo deciso di organizzarci perché molti di noi hanno vissuto direttamente situazioni che ritengono di sfruttamento. Abbiamo iniziato con un post pubblicato il 2 giugno dello scorso anno e da lì abbiamo aperto un server Discord che è ancora oggi il nostro principale strumento di comunicazione. Nel tempo abbiamo ricevuto una quantità enorme di segnalazioni che non riguardano soltanto le realtà finite al centr…
Mattia Monteduro è uno dei due fondatori di Unita (l’altro è Nicola Gualtieri), Unione Italiana Animatori che ha pubblicato sui social le testimonianze anonime sulle condizioni di lavoro nella produzione di Due spicci, la serie Netflix prodotta da Movimenti che ha come autore Zerocalcare. Denunce su compensi, contratti e partite Iva contestate dall’azienda.
Partiamo dall’inizio. Come nasce Unita e come siete arrivati alle segnalazioni che hanno acceso il dibattito in questi giorni?
“Unita esiste da circa un anno. Siamo lavoratori del settore dell’animazione e dello spettacolo e abbiamo deciso di organizzarci perché molti di noi hanno vissuto direttamente situazioni che ritengono di sfruttamento. Abbiamo iniziato con un post pubblicato il 2 giugno dello scorso anno e da lì abbiamo aperto un server Discord che è ancora oggi il nostro principale strumento di comunicazione. Nel tempo abbiamo ricevuto una quantità enorme di segnalazioni che non riguardano soltanto le realtà finite al centro dell’attenzione in questi giorni ma una parte molto ampia del settore dell’animazione italiana. Per questo abbiamo deciso di organizzarci e partecipare anche ai tavoli di rinnovo del contratto collettivo attraverso la Fistel Cisl, di cui facevamo parte prima della nascita di Unita”.
Oggi siete un sindacato?
“Non ancora. Stiamo completando il percorso per registrarci come sindacato indipendente. Al momento non abbiamo iscritti formali ma oltre 600 membri all’interno della nostra comunità”.
Perché avete deciso di pubblicare le testimonianze proprio in concomitanza con l’uscita della serie?
“Conoscevamo già alcune delle condizioni di lavoro raccontate da colleghi che avevano partecipato alla produzione. Il nostro obiettivo iniziale non era creare un caso mediatico ma aprire una discussione all’interno del settore e far capire agli animatori che non sono soli. Lo strumento delle testimonianze anonime lo utilizziamo da tempo per consentire a chi teme ripercussioni professionali di raccontare la propria esperienza”.
Vi viene contestato che le testimonianze siano anonime e quindi non verificabili.
“Le testimonianze pubblicate erano anonime per il pubblico. In diversi casi però abbiamo ricevuto le segnalazioni attraverso messaggi diretti e conosciamo l’identità delle persone che le hanno inviate. Non tutte, ma una parte significativa sì. Abbiamo scelto di non renderle pubbliche per tutelare i lavoratori. Ovviamente spetterà alle sedi competenti verificare la fondatezza delle singole segnalazioni”.
Avete poi rimosso alcuni contenuti. Perché?
“Non perché rinnegassimo quanto pubblicato. Abbiamo deciso di collaborare e di spostare la questione su un piano più strutturato. Già prima delle contestazioni avevamo aperto strumenti diversi per raccogliere segnalazioni corredate da dati e documenti verificabili. Pensiamo che sia giusto che eventuali accertamenti vengano fatti nelle sedi opportune”.
Zerocalcare ha dichiarato di non aver mai ricevuto segnalazioni dirette e di non avere alcun ruolo nella gestione dei contratti. Vi aspettavate una sua reazione diversa?
“Comprendiamo il suo ragionamento. Allo stesso tempo bisogna considerare che molti lavoratori hanno paura di esporsi e temono conseguenze professionali. Per noi il punto non è mai stato Zerocalcare. Non abbiamo mai sostenuto che fosse responsabile della gestione dei contratti o delle condizioni di lavoro. Anzi, non lo consideriamo un avversario. Riteniamo sincere le dichiarazioni che ha rilasciato e crediamo che il problema riguardi un livello diverso da quello dell’autore della serie”.
Quanti lavoratori coinvolge oggi il settore dell’animazione in Italia?
“Noi abbiamo contatti diretti con centinaia di professionisti. Guardando invece alle stime diffuse dalle associazioni di categoria si parla di una filiera che potrebbe coinvolgere circa 6.000 lavoratori”.
La società di produzione Movimenti sostiene che il dato dei sei euro l’ora sia fuorviante perché il lavoro nell’animazione viene spesso retribuito a progetto e non a ore. Come risponde?
“Ci sono aspetti sui quali preferisco essere prudente perché riguardano vicende che mi coinvolgono personalmente. Posso però dire che quella cifra nasce dal rapporto tra il compenso ricevuto per un progetto e il tempo effettivamente necessario per svolgerlo. Formalmente molti lavori vengono retribuiti a progetto, ma secondo noi spesso vengono svolti con modalità che assomigliano a quelle di un lavoro subordinato, con orari definiti, carichi di lavoro prestabiliti e continuità della prestazione”.
L’azienda sostiene inoltre che i compensi variano in base alle mansioni e al livello di specializzazione.
“Esistono contratti collettivi che prevedono livelli e inquadramenti professionali. Dal nostro punto di vista il tema riguarda il rispetto delle regole previste dai contratti e non soltanto una singola azienda”.
Questa situazione riguarda un singolo caso o un problema più ampio?
“Per noi è un problema diffuso. Movimenti è finita al centro dell’attenzione perché è una delle realtà più grandi del settore e perché la serie ha avuto una risonanza enorme. Ma le segnalazioni che riceviamo riguardano molte aziende diverse. Sarebbe sbagliato pensare che il problema riguardi esclusivamente questa vicenda”.
Perché molte produzioni straniere scelgono di lavorare con studi italiani?
“Perché gli animatori italiani sono molto preparati e realizzano prodotti di altissima qualità. Da questo punto di vista gli studi italiani sono competitivi anche a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, l’Italia è conosciuta per i costi di produzione molto bassi. Molte produzioni internazionali vengono affidate a studi italiani in regime di service e, secondo noi, questo è possibile anche perché il costo del lavoro è inferiore rispetto ad altri Paesi europei”.
Lei oggi lavora per una società irlandese. Che differenza ha riscontrato?
“Lavorando in Irlanda ho avuto modo di confrontare sistemi diversi. Gli animatori italiani sono molto apprezzati all’estero per la qualità del loro lavoro, ma spesso vengono scelti anche perché accettano condizioni economiche che in altri Paesi sarebbero meno diffuse. A nostro giudizio questo crea anche una concorrenza difficile per le aziende che invece cercano di rispettare tutte le regole”.
Quello dell’animazione è un problema solo italiano?
“No. L’animazione ha una lunga storia di conflitti legati alle condizioni di lavoro anche all’estero. Basti pensare alle proteste che ci sono state negli Stati Uniti negli ultimi anni. Però in Italia la situazione presenta alcune criticità specifiche che, secondo noi, meritano di essere affrontate con urgenza”.
Lei però non parla soltanto come rappresentante di Unita. Ha vissuto personalmente queste situazioni?
“Sì. Una parte consistente delle esperienze professionali che ho avuto nel settore è stata caratterizzata, a mio giudizio, da forme di precarietà o da inquadramenti che ritengo non adeguati. È una situazione che conosco direttamente ed è una delle ragioni per cui è nata Unita”.
Lei ha lavorato anche per Doghead/ Movimenti?
“Sì. Ho iniziato il mio percorso professionale lavorando anche con Movimenti e conosco direttamente quella realtà. Su alcune vicende che mi riguardano personalmente preferisco però non entrare nei dettagli per motivi legali”.
Quando ha iniziato a lavorare nell’animazione?
“Ho iniziato a lavorare molto presto facendo anche altri mestieri: consegne, pulizie, lavori nei negozi. Ho frequentato il liceo artistico, poi una scuola privata di animazione a Firenze. Successivamente ho iniziato a collaborare con diversi studi e produzioni”.
Ha partecipato a produzioni importanti?
“Sì, a diversi progetti conosciuti dal pubblico, tra cui produzioni legate a Topo Gigio, Mortina e altre serie italiane e internazionali. Ho lavorato per produzioni realizzate per la Rai e per clienti stranieri attraverso studi italiani”.
Che conseguenze ha avuto tutto questo sulla sua vita?
“Per anni non sono riuscito a costruirmi una stabilità economica. Non riuscivo a mettere soldi da parte, a programmare il futuro, a pensare a una casa o a un’automobile. A volte anche affrontare le spese quotidiane diventava fonte di preoccupazione. L’animazione era la mia passione, ma a un certo punto è diventata una fonte continua di ansia che quasi mi ha tolto la gioia del lavoro. È stata proprio questa esperienza a spingermi a impegnarmi in Unita”.
Oggi lavora per una società irlandese.
“Sì. Attualmente ho un contratto da dipendente con un’azienda irlandese pur lavorando dall’Italia. È un’esperienza che mi ha permesso di confrontare sistemi diversi e condizioni lavorative differenti”.
In questi giorni avete sostenuto che in alcuni casi viene richiesta l’apertura della partita Iva anche per attività che, secondo voi, hanno caratteristiche assimilabili al lavoro subordinato.
“Sì. È un tema che secondo me merita attenzione. Ci sono annunci pubblici che richiedono una partita Iva già attiva per attività che, a mio giudizio, presentano caratteristiche molto vicine a un rapporto continuativo. Naturalmente saranno gli organi competenti a valutare caso per caso”.
Come intendete procedere adesso?
“Non vogliamo trasformare i social network in un tribunale. Comprendiamo le critiche che ci sono state rivolte per l’uso di testimonianze anonime e riteniamo giusto che eventuali accertamenti vengano svolti attraverso gli strumenti istituzionali. Il nostro obiettivo resta quello di tutelare i lavoratori e consentire a chi ha paura di esporsi di essere ascoltato”.
Anica e Cartoon Italia, le associazioni di produttori hanno espresso solidarietà a Movimenti e sostenuto di non essere state a conoscenza delle situazioni da voi denunciate.
“Alcune criticità erano già state segnalate durante i tavoli di confronto dello scorso anno. Per questo motivo non concordo con l’idea che il problema fosse completamente sconosciuto. Detto questo, sarà importante che ogni elemento venga verificato nelle sedi opportune”.
Da questa vicenda è nata anche un’interrogazione parlamentare dell’onorevole Gasparri. Pensa che ci sia stata una strumentalizzazione politica?
“In parte sì. Ci fa piacere che si accendano i riflettori sul problema, ma non vogliamo che tutto venga ridotto a uno scontro politico. Non riteniamo che Zerocalcare sia il responsabile di questa situazione. E crediamo che il problema vada ben oltre una singola azienda. La questione delle false partite Iva riguarda molti settori e non soltanto l’animazione. Se oggi siamo arrivati a questo punto è anche perché per anni il tema è stato sottovalutato dalla politica. Per questo pensiamo che serva una riflessione più ampia”.
Qual è il risultato che vi aspettate da tutta questa vicenda?
“Vorremmo che si aprisse finalmente un confronto serio sulle condizioni di lavoro nell’animazione italiana. Non siamo contro i produttori né contro le aziende in quanto tali. Chiediamo che lavoratori, imprese, associazioni e istituzioni si siedano allo stesso tavolo per affrontare un problema che, secondo noi, riguarda l’intero settore”.