Bruno Bozzetto, che idea si è fatto della vicenda della serie “Due spicci” di Zerocalcare, delle denunce anonime da parte di animatori di compensi da sei euro l’ora. Com’è oggi il mondo dell’animazione?
“Quello che posso dire è che l’animazione ha sempre faticato. I soldi sono pochi, trovare co-produttori è difficile e spesso ci si trova con l’acqua alla gola per riuscire a realizzare lavori interessanti. La cosa più importante però è un’altra: per molti anni, quando si facevano produzioni animate, il lavoro finiva all’estero. In Cina, in Corea, perfino in Corea del Nord. Questo ha significato togliere moltissimo lavoro agli animatori italiani. Penso per esempio a La famiglia Spaghetti, una serie che avevamo realizzato noi e che fu animata in Corea. Ma potrei citarne molte altre. Per anni si è cercato di fare le lavorazioni all’estero perché lì si riuscivano a sostenere produzioni molto impegnative e complesse. Il problema era che in Italia non esisteva una struttura in grado di affro…
Bruno Bozzetto, che idea si è fatto della vicenda della serie “Due spicci” di Zerocalcare, delle denunce anonime da parte di animatori di compensi da sei euro l’ora. Com’è oggi il mondo dell’animazione?
“Quello che posso dire è che l’animazione ha sempre faticato. I soldi sono pochi, trovare co-produttori è difficile e spesso ci si trova con l’acqua alla gola per riuscire a realizzare lavori interessanti. La cosa più importante però è un’altra: per molti anni, quando si facevano produzioni animate, il lavoro finiva all’estero. In Cina, in Corea, perfino in Corea del Nord. Questo ha significato togliere moltissimo lavoro agli animatori italiani. Penso per esempio a La famiglia Spaghetti, una serie che avevamo realizzato noi e che fu animata in Corea. Ma potrei citarne molte altre. Per anni si è cercato di fare le lavorazioni all’estero perché lì si riuscivano a sostenere produzioni molto impegnative e complesse. Il problema era che in Italia non esisteva una struttura in grado di affrontare questo tipo di produzioni in maniera continuativa”.
Che cosa è cambiato negli ultimi anni?
“Finalmente qualcuno si è organizzato per fare questo lavoro in Italia. Per quello che so io, DogHead e Movimenti sono stati i primi a strutturarsi davvero per realizzare serie animate di grandi dimensioni qui da noi. Hanno preso tanti giovani usciti dalle scuole, li hanno formati, li hanno aiutati a crescere professionalmente. Io li conosco e so che hanno investito molto in questa direzione. Per me è un passaggio storico. Per la prima volta possiamo dire che una serie come quella di Zerocalcare viene realizzata in Italia. E parliamo di un prodotto che considero bellissimo. Al di là delle idee di Zerocalcare, che trovo straordinarie, penso che abbia portato l’animazione italiana a un livello che non avevamo mai raggiunto”.
Lei ha lavorato direttamente con questa struttura?
“Sì. Per il mio mediometraggio Sapiens tutta la parte più complessa è stata realizzata a Firenze. Per la prima volta mi sono trovato a lavorare con ottantasette animatori. Io ho fatto lungometraggi con sei animatori, quindi capisce che si tratta di un altro mondo. È stata la prima volta che ho visto una struttura italiana in grado di sostenere una produzione di questo livello”.
È vero che lavorano anche per produzioni internazionali molto importanti?
“Sì. il punto è che siamo passati dal nulla alla possibilità di fare animazione industriale in Italia. E soprattutto è cambiata una cosa fondamentale: la continuità del lavoro. Questo è sempre stato il problema più grave del nostro settore. Si faceva una serie, poi il lavoro finiva e bisognava aspettare che ne arrivasse un’altra. Gli studi passavano da trenta persone a due, poi da due a venticinque, poi di nuovo a tre. Era un continuo saliscendi. Anche con le produzioni Rai succedeva così: si realizzava una serie, poi ci si fermava in attesa che venisse approvata quella successiva. Non c’era alcuna continuità. Oggi invece esistono realtà che riescono a passare da una lavorazione all’altra, anche internazionale, e questo permette di dare lavoro continuativo a molte persone. In Italia non era mai successo”.
Chi ha raccolto le testimonianze sostiene che molti lavoratori non riescano a vivere del proprio lavoro, che siano costretti ad aprire una partita Iva pur lavorando come dipendenti e che non vengano rispettati i contratti collettivi.
“Guardi, io non sono Movimenti e non posso parlare a nome loro. Posso dire che conosco Giorgio Scorza e che mi fido della sua serietà. Poi naturalmente non conosco le singole situazioni e quindi non posso escludere che esistano problemi. Però mi ha colpito una cosa che ho sentito dire da Zerocalcare e che mi è sembrata di buon senso. Lui sostiene che, se c’è una persona che ha sempre ascoltato tutti e si è sempre schierata dalla parte dei più deboli, quella persona è lui. Eppure, dice di non aver mai ricevuto una segnalazione diretta”.
Gli animatori rispondono che hanno paura di esporsi perché il settore è piccolo e temono di non lavorare più.
“Può essere. Non posso sapere come la vivano. Però credo anche che, a un certo punto, serva il coraggio di dire chi si è e di esporsi. Se ci sono problemi reali vanno affrontati apertamente. Io non conosco queste persone e non so chi abbia ragione. Posso solo dire una cosa: se fossi un ragazzo appena uscito da una scuola e mi proponessero di lavorare a una serie di Zerocalcare, probabilmente lavorerei quasi gratis. Perché Zerocalcare è una figura straordinaria, non soltanto come autore ma anche come intelligenza, come capacità di raccontare il mondo e come valore artistico del progetto”.
Quindi secondo lei questa vicenda va letta con cautela?
“Sì. Non nego che possano esserci problemi. Sarebbe assurdo dirlo. Però bisogna anche ricordare da dove veniamo. Per anni il lavoro è stato fatto all’estero. Oggi finalmente esiste un sistema che consente di produrre in Italia. Magari ci sono cose da migliorare e forse è giusto discuterne. Però dobbiamo anche chiederci se vogliamo continuare a fare animazione in Italia oppure tornare a mandare tutto in Corea o in Cina. Io questo me lo domando”.
Lei conosce bene anche la situazione internazionale.
“Sì, e le assicuro che non è rosea. Io ho visto gli studi in Cina. Ricordo corridoi pieni di stanze con animatori che lavoravano senza sosta. In Giappone mi raccontano che spesso dormono sui tavoli da disegno. Anche nel mondo di Miyazaki i ritmi sono famosamente molto duri. Questo naturalmente non giustifica nulla. Però dimostra che l’animazione è un settore che ovunque richiede un impegno enorme”.
Qual è il vero problema, allora?
“Che l’animazione continua a essere sottovalutata. Chi non la conosce non immagina il lavoro spaventoso che c’è dietro una serie animata. Centinaia di migliaia di disegni, migliaia di storyboard, scenografie, persone da coordinare. La realtà è che tutta la filiera è sottovalutata economicamente. Gli animatori dovrebbero essere pagati per il loro valore, ma anche le produzioni spesso faticano a stare in piedi. Io non conosco le cifre precise, ma credo che tutti dovrebbero capire meglio quanto costa davvero realizzare una serie animata. Parliamo di un lavoro immenso, che a volte fa impallidire perfino un film dal vero. Spesso si arriva a fatica a coprire i costi. Questa sottovalutazione si ripercuote su tutta la filiera. Ed è un peccato, perché dietro una serie ci sono migliaia di disegni e un lavoro immenso. Netflix e i broadcaster devono capire quanto costa davvero”.