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Bella Ramsey: “Dopo il Trono e The last of us, racconto il coraggio di chi ha vissuto con il cancro”

(ansa)

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L’attrice, 22 anni, ha già alle spalle una carriera da star dopo il successo di “Game of Thrones” e la serie con Pedro Pascal. Considerata un punto di riferimento per molti giovani, arriva a Giffoni con “Sunny Dancer”
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Giffoni Valle Piana – Bella Ramsey, ventidue anni, volto irregolare e volitivo, si è fatta conoscere da giovanissima come l’inarrestabile Lyanna Mormont nel Trono di spade ed è diventata una star con Ellie, la ragazza immune al devastante contagio di The last of us. Ora l’attrice britannica arriva a Giffoni con Sunny Dancer, il racconto di formazione di George Jaques che apre l’edizione 56 del festival. Il film, di Leone Film Group, sarà nelle sale dal 2 settembre con 01 Distribution. È il posto giusto per una storia sui ragazzi, fatta da una squadra molto giovane e mostrata a una giuria di bambini e adolescenti: “È emozionante essere qui. Sunny Dancer è un film sui giovani, realizzato da giovani: George Jaques, che lo ha scritto e diretto, ha venticinque anni. Per questo mi sembra il luogo giusto in cui presentarlo. Più occasioni ci sono per sostenere i ragazzi nel cinema e nelle professioni creative, meglio è”.

Nel fi…

Giffoni Valle Piana – Bella Ramsey, ventidue anni, volto irregolare e volitivo, si è fatta conoscere da giovanissima come l’inarrestabile Lyanna Mormont nel Trono di spade ed è diventata una star con Ellie, la ragazza immune al devastante contagio di The last of us. Ora l’attrice britannica arriva a Giffoni con Sunny Dancer, il racconto di formazione di George Jaques che apre l’edizione 56 del festival. Il film, di Leone Film Group, sarà nelle sale dal 2 settembre con 01 Distribution. È il posto giusto per una storia sui ragazzi, fatta da una squadra molto giovane e mostrata a una giuria di bambini e adolescenti: “È emozionante essere qui. Sunny Dancer è un film sui giovani, realizzato da giovani: George Jaques, che lo ha scritto e diretto, ha venticinque anni. Per questo mi sembra il luogo giusto in cui presentarlo. Più occasioni ci sono per sostenere i ragazzi nel cinema e nelle professioni creative, meglio è”.

Nel film l’attrice è Ivy, una diciassettenne in remissione dal cancro, mandata controvoglia in un campo estivo per giovani che hanno vissuto la malattia. Per lei è stato anche un viaggio personale. “Il film parla della possibilità di godersi la giovinezza mentre la si sta vivendo” racconta, “della libertà di vivere, commettere errori, amare molto e perdere molto. Io ho trascorso l’adolescenza lavorando, quindi è stato bello provare, attraverso il film, qualcosa di ciò che avrebbe potuto significare essere una ragazza come le altre: vivere per sei settimane in un campo in Scozia. È stato un periodo molto intenso, ma anche positivo e divertente”.

Lei ha iniziato a recitare a undici anni. Guardando oggi i bambini di quell’età, si rende conto di quanto fosse piccola. “Vedo i ragazzini di undici anni e penso: mio Dio, sono così piccoli. Io allora non mi sentivo così piccola” ammette. “Ho amato ciò che ho vissuto, questa infanzia e adolescenza così diverse dal solito. Non le cambierei. A volte mi domando come sarebbe stato non lavorare, ma non ho idea di che cosa farei oggi. Sono contenta di come sono andate le cose”. Il set, anzi, era un luogo in cui si sentiva più a suo agio che a scuola: “Lavorare in quegli anni così importanti per la crescita mi è stato utile. Credo di funzionare meglio su un set di quanto avrei funzionato a scuola”.

Per interpretare Ivy, Ramsey e gli altri cinque giovani protagonisti hanno incontrato durante le prove Rachel Hough, specialista britannica di leucemia infantile. “Ci ha parlato di come il cancro cambia la vita quotidiana dei ragazzi con cui ha lavorato e di come loro vivono la malattia. È stato importante ascoltare le esperienze vere, non fermarsi ai numeri, alle statistiche o ai sintomi”. Quegli incontri hanno confermato il cuore del film: i ragazzi non sono la loro diagnosi. “Hanno vite e menti piene, speranze, sogni, si divertono e trovano il modo di fare gli sciocchi. È stato interessante conoscere questo aspetto ed è proprio ciò che il film cerca di raccontare”.

All’inizio, confessa, l’idea di una commedia ambientata in un campo estivo per adolescenti malati di cancro l’aveva resa diffidente: “Non ero sicura che potesse funzionare. Ero un po’ scettica. Poi ho letto la sceneggiatura e ho trovato un equilibrio perfetto tra luce e buio”. Un equilibrio affidato alla scrittura e alla regia di George Jaques: “Durante le riprese quell’energia è rimasta. Ci siamo divertiti molto, mentre tutta la parte più cupa e pesante era stata affrontata prima, durante le prove e la ricerca. Ci siamo affidati a George perché tenesse sempre il giusto equilibrio tra dramma e speranza”. Sunny Dancer ha cambiato anche il suo modo di guardare alla malattia, alla sopravvivenza e alla vita di ogni giorno, “mi ha fatto capire ancora di più quanto sia importante vivere ogni giorno e ogni momento con le persone che abbiamo accanto. È questo ciò che ho portato con me”.

La lezione più forte riguarda il rapporto con gli altri e con le emozioni, “le persone che ci circondano sono davvero importanti. Bisogna riuscire a stare con gli altri, a provare sentimenti, senza fuggire dalle emozioni più grandi. Credo che sia questo il senso della vita: sentire qualcosa e vivere le esperienze insieme alle persone”. Da bambina Ramsey era molto attiva e sportiva. “Ero sempre in movimento, facevo di tutto. Ero un maschiaccio e mi piaceva essere nel gruppo, vivere le esperienze. Non sono mai stata brava a stare a guardare: volevo sempre essere coinvolta”. Il set le è sembrato subito un ambiente naturale, anche perché si trovava più a suo agio con gli adulti. “Mi dava una struttura molto solida. Ero una bambina timida, ma allo stesso tempo, in modo strano, molto sicura di me”. Una doppia natura che sente ancora sua, “in fondo sono la stessa di allora. Sono ancora molto timida e, insieme, molto sicura di me”.

Il successo l’ha resa un punto di riferimento per molti giovani. Ramsey, però, non vuole che questo ruolo diventi una gabbia o cancelli il diritto di sbagliare. “Dovrebbe esserci sempre la libertà di commettere errori. Tutti li fanno, che siano o meno personaggi pubblici. Bisogna avere la libertà di provare, sperimentare, sbagliare e poi fare del proprio meglio, imparando dagli errori”. Non cerca di proporsi come esempio. “Cerco solo di essere me stessa, di fare buone scelte quando posso e di difendere la libertà di ciascuno di essere ciò che è”. Tra i temi che le stanno a cuore c’è anche l’ambiente. “Vorrei che il cinema fosse più sostenibile e più attento all’ambiente, perché in passato non ha fatto abbastanza. Per il resto, provo solo a essere me stessa”.

L’incontro con un regista di venticinque anni rafforza il legame tra il film e una nuova generazione di autori. “I ragazzi che crescono oggi avranno uno sguardo sul mondo molto diverso da quello di chi è cresciuto trent’anni fa, perché il mondo è cambiato molto. È importante aiutare tutti a raccontare la propria storia, che lavorino nel cinema, nelle professioni creative oppure no”. Per Ramsey raccontare non è un compito riservato agli artisti, ma un modo per conoscersi e capirsi. “Raccontare storie, in qualsiasi forma, è importante. Tutti dovrebbero avere la possibilità di parlare del proprio sguardo sul mondo, così possiamo imparare gli uni dagli altri e, si spera, rendere il mondo un luogo più gentile e capace di capire”. Dal pubblico di Sunny Dancer non si aspetta una reazione precisa. “Non voglio dire alle persone come dovrebbero sentirsi dopo aver visto un film”.

Spera però che la storia di Ivy e dei suoi amici faccia nascere riflessioni sul valore della vita: “Vorrei che le persone stringessero più forte chi hanno vicino e capissero quanto la vita sia preziosa, quale dono sia poter essere qui insieme a persone buone”. E che, uscendo dalla sala, portassero con sé una nuova dolcezza. “Spero restino un’emozione, il desiderio di essere grati per ciò che si è vissuto e di tenere un po’ più vicine le persone che si amano”.

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