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Lino Musella: “Trump è come Pietro Savastano. Ancora oggi Gomorra riflette la follia del potere”

Lino Musella al Festival di Giffoni (ansa)

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Al Festival di Giffoni incontro con l’attore. La popolarità con la serie tratta da Saviano, la passione per il teatro, l’impegno civile. “Quando prendi posizione non lo fai come artista ma come cittadino”
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GIFFONI VALLEPIANA (Salerno) – Lino Musella è tornato al Giffoni Film Festival, edizione 56, per il secondo anno consecutivo. L’incontro con i giovani giurati, un lungo scambio fatto di domande senza filtro: sul David di Donatello come migliore attore non protagonista, sul discorso pronunciato in quell'occasione, "Palestina libera", accompagnato dal ringraziamento agli uomini e alle donne della Flotilla. Musella ha tracciato un confine netto tra l'artista e il cittadino: "Quando prendi posizione semplicemente perché hai ricevuto un'attenzione, non lo stai facendo come artista, lo stai facendo come cittadino". Un principio ribadito parlando di Gomorra, la serie che gli ha "insegnato che il cinema attinge continuamente e trasforma la realtà", e del rapporto ambivalente con Napoli, "un'arma a doppio taglio" tra eredità e retorica. Ai ragazzi ha parlato anche del personaggio di Giovanni Pandico in Portobello, "una follia lucida, estremamente misurata". A proposito di Gomorra e del suo las…

GIFFONI VALLEPIANA (Salerno) – Lino Musella è tornato al Giffoni Film Festival, edizione 56, per il secondo anno consecutivo. L’incontro con i giovani giurati, un lungo scambio fatto di domande senza filtro: sul David di Donatello come migliore attore non protagonista, sul discorso pronunciato in quell'occasione, "Palestina libera", accompagnato dal ringraziamento agli uomini e alle donne della Flotilla. Musella ha tracciato un confine netto tra l'artista e il cittadino: "Quando prendi posizione semplicemente perché hai ricevuto un'attenzione, non lo stai facendo come artista, lo stai facendo come cittadino". Un principio ribadito parlando di Gomorra, la serie che gli ha "insegnato che il cinema attinge continuamente e trasforma la realtà", e del rapporto ambivalente con Napoli, "un'arma a doppio taglio" tra eredità e retorica. Ai ragazzi ha parlato anche del personaggio di Giovanni Pandico in Portobello, "una follia lucida, estremamente misurata". A proposito di Gomorra e del suo lascito, l’attore ha detto di riflettere, negli ultimi giorni, su una chiave di lettura lontana da quella dell'imitazione criminale: "Un prodotto come Gomorra, più che far riconoscere i criminali, mi sta facendo riflettere su come sono determinati i potenti del mondo. Guardi il presidente degli Stati Uniti, come somiglia a Pietro Savastano quando alza il telefono e dice: no, riprendi il calciatore. Atteggiamenti da criminale". Sul cinema italiano ha citato il tormentone che ripetono i maestri, "oggi non puoi più sbagliare", mentre "il cinema italiano prima sbagliava anche di più”. Lo abbiamo intervistato subito dopo l’incontro.

In "Gomorra" Lino Musella è O' nano, amico d'infanzia di Ciro l'immortale 

Era molto coinvolto dalle domande dei giovani giurati.

"Con questi ragazzi è sempre stimolante, in questo caso devo dire particolarmente, perché le domande che fanno ne stimolano altre, e si contagiano a vicenda. È la fortuna più grande: il gruppo in cui sei, che poi ti fa crescere. Uno prova a rispondere – spero di farlo sempre con sincerità – ma confesso che alcuni di questi punti interrogativi continuano a girarmi dentro”.

Lei com’era da ragazzino?

"Ho fatto i conti presto, a modo mio, con il bene e il male. Forse sono stato fortunato, perché ho incontrato delle condizioni d'amore positive – anche in famiglia. Però intorno... Stavo molto per strada. La vita mi ha portato a vedere, a imitare, a farmi prendere, a guardare cose non solo positive".

Quando ha capito che voleva fare l’attore?

"Che sapevo giocare quel gioco lì l'ho capito presto, forse perché non avevo altre predisposizioni. Ma che quel lavoro fosse il mio, l'ho capito dopo un po': mi sono innamorato innanzitutto di un luogo, il teatro. Lì avrei fatto qualsiasi cosa. Poi a un certo punto ho capito che mi conveniva fare l'attore, perché ero più richiesto".

Diceva di essere cresciuto con tanto amore ma anche con la consapevolezza di quello che c'era per strada. E un po' i suoi personaggi sanno farsi amare – penso a quello di “Nonostante” con Valerio Mastandrea, a certi suoi criminali estremi nei quali, tuttavia, riesce a infilare una grande umanità, come nel Pandico di Portobello.

"Molto diversi, sì. Provo una certa simpatia per il pentito di Portobello – è lo stesso personaggio, Pandico, di cui parlavo ai ragazzi di Giffoni – perché è divertente, mi piace. Sicuramente diffido più dei buoni: ho molta curiosità per le zone d'ombra. Sono attratto dalle ragioni del male, penso che siano quelle che i grandi autori hanno sempre voluto raccontare. Non è che uno si debba riconoscere in quei personaggi, ma parte di quelle ombre appartiene a tutti. In Portobello, per esempio, la grandezza dell'opera sta anche in un'espiazione collettiva: hanno tutti condannato un innocente. Quella cosa passa attraverso la follia di un personaggio, ma quanto quella follia è anche collettiva? Nei personaggi negativi c’è la possibilità di vedere in parte quello che tutti noi un po' abbiamo”.

Musella nella serie "Portobello" di Marco Bellocchio 

A proposito di riconoscibilità: quali sono stati i ruoli, i film o le serie che l’hanno resa un volto riconoscibile?

"Sicuramente Gomorra, che è stato un fenomeno globale pazzesco. È stata la mia prima grande esperienza, coincideva con la televisione, non avevo neanche gli strumenti per capire quanto fosse comunicativo quel prodotto. Poi, chiaramente, quando partecipi a film di grandi registi, anche se fai poco, capita di essere riconosciuto – ed è un piccolo vanto, quando fai poco in un film e risulti comunque molto espressivo. Ci sono ancora persone che mi parlano di Benedetto Croce, nel film Qui rido io di Mario Martone, eppure ho fatto una sola scena. E poi c'è il teatro: ho girato per due anni con uno spettacolo, Tavola tavola chiodo chiodo, sugli scritti non teatrali di Eduardo, e mi è capitato più volte di essere fermato per strada dal pubblico teatrale".

L'attore in scena nello spettacolo "Tavola tavola chiodo chiodo" 

Sarà nel film “Il fuoco che ti porti” di Edoardo De Angelis dal romanzo di Antonio Franchini. Com'è stato il passaggio dal libro al film?

"È una trasformazione naturale, anche bella. È una trasposizione cinematografica, quindi si sono prese delle libertà – chi ha letto il romanzo lo capirà guardando il film. Hanno fatto delle scelte di compattezza che per me sono molto belle e molto forti. Per me è una grandissima storia d'amore. Anche in questo senso il lavoro con Vanessa Scalera è particolare: siamo coetanei, ma è come se avessimo avuto la possibilità, attraverso il rapporto madre-figlio, di mettere in scena contemporaneamente dieci storie d'amore diverse. De Angelis, poi, ha veramente un suo mondo, è un grande regista”.

E’ anche nel nuovo film di Paolo Genovese che aprirà la Festa del cinema di Roma, che cosa significa far parte di un meccanismo corale, a orologeria, come quello di Genovese?

"Sono particolarmente felice. Anche in quel caso tutto nasce da un romanzo che diventa una bellissima sceneggiatura: la scrittura resta sempre al centro."

Il set in cui nella vita si è divertito di più?

“Sicuramente Portobello: per quanto difficile, è stato anche molto divertente. Lavorare con Marco Bellocchio è stato fantastico".

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