Enrico Brizzi: “Quel concerto dei Red Hot Chili Peppers. John Frusciante mi ha cambiato la vita”
di Lucio LucaEnrico Brizzi, 51 anni
In un pomeriggio di fine estate del 1994, mentre leggeva a sbafo un paio di libri alla Feltrinelli di Bologna, Enrico Brizzi capì che stava succedendo qualcosa. Qualche settimana prima, lui allievo ventenne di Umberto Eco a Scienze della Comunicazione, aveva pubblicato un libretto senza pretese per una minuscola casa editrice di Ancona, la Transeuropa Edizioni. Un romanzo generazionale, la voglia di non farsi omologare dal mainstream, la ribellione di un giovane innamorato di una coetanea che chiede disperatamente aiuto a qualcuno che sembra sempre girarsi dall’altra parte. Alex si chiamava quel ragazzo, Aidi (Adelaide) la compagna dei suoi sogni, e il titolo di quel romanzo aveva preso spunto da un evento che nel libro occupa non più di qualche riga: l’addio improvviso del chitarrista John Frusciante ai Red Hot Chili Peppers, la band californiana che in quel momento stava conquistando il mondo con la sua musica.
In un pomeriggio di fine estate del 1994, mentre leggeva a sbafo un paio di libri alla Feltrinelli di Bologna, Enrico Brizzi capì che stava succedendo qualcosa. Qualche settimana prima, lui allievo ventenne di Umberto Eco a Scienze della Comunicazione, aveva pubblicato un libretto senza pretese per una minuscola casa editrice di Ancona, la Transeuropa Edizioni. Un romanzo generazionale, la voglia di non farsi omologare dal mainstream, la ribellione di un giovane innamorato di una coetanea che chiede disperatamente aiuto a qualcuno che sembra sempre girarsi dall’altra parte. Alex si chiamava quel ragazzo, Aidi (Adelaide) la compagna dei suoi sogni, e il titolo di quel romanzo aveva preso spunto da un evento che nel libro occupa non più di qualche riga: l’addio improvviso del chitarrista John Frusciante ai Red Hot Chili Peppers, la band californiana che in quel momento stava conquistando il mondo con la sua musica.
«Dovetti cambiare il nome del musicista per problemi di copyright, il libro si intitolò Jack Frusciante è uscito dal gruppo – racconta lo scrittore bolognese – l’editore Massimo Canalini ne fece stampare duecento copie, ero uno sconosciuto esordiente, difficile piazzarne di più. Quel pomeriggio, mentre bivaccavo alla Feltrinelli, entra un ragazzo e chiede alla commessa: “Ha quel libro del quale non so il titolo, nemmeno l’autore e la casa editrice, ma parla di una storia d’amore qui a Bologna? Ebbi un sussulto, non poteva essere il mio. E invece proprio quello voleva, e dieci minuti dopo fu la volta di una ragazza. Avevo venduto due copie, non ci potevo credere». Fu l’inizio di una scalata folgorante. Oggi Jack Frusciante è uscito dal gruppo ha venduto più di un milione e 200mila copie, è stato tradotto in decine di lingue, il film con Stefano Accorsi e Violante Placido ha avuto un successo pazzesco.
E, finalmente, dopo qualche anno ha pure coronato un sogno: vedere un concerto degli Hot Red Chili Peppers e incontrare il vero Frusciante…
«In realtà, lo incontrai prima a Milano e un paio di anni dopo riuscii a sentirlo dal vivo. Il settimanale Musica di Repubblica mi aveva inviato a intervistarlo in un periodo nel quale John era ancora fuori dal gruppo. Ero teso, emozionato, mi trovavo davanti al chitarrista che ho sempre adorato e, soprattutto, a un nome che mi aveva cambiato la vita. Certo, lui all’inizio pensava che il mio libro fosse una sua biografia e non certo un romanzo: non parlando l’italiano, se lo era fatto leggere da un suo amico attore, Vincent Gallo. Mi disse che gli era piaciuto molto, anche se di Frusciante si accennava solo in un paragrafo…”.
Nel 2003, però, John-Jack era rientrato nel gruppo. E partì il “Deep in your steeze Tour” che approdò anche in Italia. Impossibile mancare.
“PalaMalaguti di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, 5 febbraio. I Red Hot venivano a suonare a casa mia, dissi alla mia compagna che quel concerto lo avevo atteso per una vita intera. C’era solo un piccolo problema: lei era incinta della mia prima figlia, Cloe, e un live non è proprio il posto ideale in quelle condizioni. Ma alla fine siamo andati ed è stato magico».
C’è un’immagine, una canzone, un momento di quel concerto che si porta dentro più di qualsiasi altro?
«In realtà, se penso a quella serata mi viene in mente soltanto che per me fu davvero un giro di boa. Conrad l’avrebbe definita una “linea d’ombra”. Avevo 29 anni, una compagna che aspettava una bambina, sarei diventato padre: fu il passaggio dalla gioventù all’età adulta, dalla totale spensieratezza alle responsabilità. Con una colonna speciale, quella della band più importante della mia vita. Anche se, a dire il vero, il cantante Anthony Kedies quella sera non fu proprio impeccabile. Può capitare, gli altri però furono magnifici, tre ore di adrenalina pura».
Più emozionate quel concerto o quando scoprì che Umberto Eco aveva consigliato il suo romanzo nella Bustina di Minerva, sull’Espresso?
«Beh, quello fu qualcosa di indescrivibile. Pensi a un ragazzino di vent’anni che torna a casa e trova i suoi genitori esterrefatti davanti al giornale. Il “maestro”, come lo chiamavamo tutti a Bologna, aveva dedicato una parte della sua rubrica fissa a uno studente che aveva appena pubblicato un romanzo da duecento copie. Ancora oggi faccio fatica a crederci».
Da ex musicista, immagino che di concerti memorabili ne abbia visti anche diversi altri…
«Da un classico Guccini a Bob Dylan, avevo 15 anni, passando per Vasco a Imola nel ‘98, primo concerto con più di 100 mila paganti. Per non parlare dei Cure, dei Green Day o degli Offspring. Ah, anche quello dei Maneskin con le mie figlie non fu male».
Quindi lei non è come quei padri che dicono ai figli “la vera musica è quella dei miei tempi”…
«Ma no, ci mancherebbe, è roba da boomer invecchiati male. Cloe, Maia e Althea avevano seguito i Maneskin a XFactor, mi chiesero di accompagnarle visto che all’epoca erano ancora adolescenti. Mi informai, suonavano in un locale di Bologna, il Locomotiv Club, un pezzo della mia gioventù. Non so come ma trovai i biglietti: dopo un paio di apparizioni in tv, la band era già diventata cult per i ragazzi dell’età delle mie figlie. Andammo, c’era una platea composta per una metà da ragazzi e per l’altra da genitori accompagnatori. Alla fine piacquero a tutti: mi stupì la loro presenza scenica, avranno avuto 17, 18 anni e sembravano già dei veterani».
Invece un concerto che avrebbe tanto voluto vedere e non ha ancora avuto modo di farlo?
«Adoro Bruce Sprengsteen, incarna davvero tutto quello che ho sempre sognato. Stavo andando a vederlo a Milano diversi anni fa, mi chiamarono perché era venuto a mancare un mio carissimo amico. Da quel giorno, il boss è tornato in Italia o in Europa decine di volte ma io non vado. Non credo sia scaramanzia, è solo che ogni volta mi viene in mente quel mio amico e mi blocco. Magari un giorno ce la farò”.