Alberto Barbera: “A Venezia il cinema della realtà. Poche registe? Non scegliamo in base al genere”
di Arianna FinosROMA – Alberto Barbera, quest’anno in concorso alla Mostra, accanto a Nanni Moretti (“Succederà questa notte”) e Marco Bechis, (“Ritorno a Buenos Aires”) c’è una nuova generazione di autori come Edoardo De Angelis (“Il fuoco che ti porti dentro”), Andrea Pallaoro (“The echo chamber”) e Paolo Strippoli (“L’estranea”), mentre Mario Martone e Gianni Amelio sono fuori concorso. È la fotografia del momento che sta vivendo il cinema italiano? E come si concilia con il quadro piuttosto sconsolato che lei stesso aveva tracciato negli ultimi anni sullo stato di salute della nostra produzione?
«Per il cinema italiano ci siamo trovati di fronte a una situazione in parte inaspettata. Come sa, nei primi mesi dell’anno praticamente non c’erano film pronti, o erano pochissimi. Tutti si lamentavano dell’assenza del cinema italiano dalle grandi competizioni internazionali: non c’erano film a Berlino, o a Cannes. Sembrava quasi il preludio alla fine del nostro cinema e gli articoli usciti in quel perio…
ROMA – Alberto Barbera, quest’anno in concorso alla Mostra, accanto a Nanni Moretti (“Succederà questa notte”) e Marco Bechis, (“Ritorno a Buenos Aires”) c’è una nuova generazione di autori come Edoardo De Angelis (“Il fuoco che ti porti dentro”), Andrea Pallaoro (“The echo chamber”) e Paolo Strippoli (“L’estranea”), mentre Mario Martone e Gianni Amelio sono fuori concorso. È la fotografia del momento che sta vivendo il cinema italiano? E come si concilia con il quadro piuttosto sconsolato che lei stesso aveva tracciato negli ultimi anni sullo stato di salute della nostra produzione?
«Per il cinema italiano ci siamo trovati di fronte a una situazione in parte inaspettata. Come sa, nei primi mesi dell’anno praticamente non c’erano film pronti, o erano pochissimi. Tutti si lamentavano dell’assenza del cinema italiano dalle grandi competizioni internazionali: non c’erano film a Berlino, o a Cannes. Sembrava quasi il preludio alla fine del nostro cinema e gli articoli usciti in quel periodo erano molto preoccupati, con toni a volte persino catastrofici che mi sembravano fuori luogo. Noi però sapevamo che la produzione era ripartita, grazie alla riattivazione di alcuni meccanismi finanziari ed economici. Molti più registi di quanti immaginassimo hanno lavorato a ritmi impressionanti per completare i film in tempo e, proprio alla vigilia della chiusura della selezione si è creato un vero collo di bottiglia. Ci siamo trovati così non solo davanti a tantissimi film – cosa che ormai accade da qualche anno – ma soprattutto a tantissimi film di qualità. Da una parte grandi autori, dall’altra giovani registi, nuove promesse, esordi inattesi. Il processo di selezione è stato particolarmente difficile. Sono rimasti fuori anche altri titoli che probabilmente vedremo nei festival italiani dell’autunno».
E quindi?
«Abbiamo fatto le nostre scelte assumendoci, come sempre, la responsabilità e anche il rischio di sbagliare, perché spesso i valori dei film erano molto vicini tra loro. Il limite era semplicemente il numero dei posti disponibili. Abbiamo cercato di distribuire i titoli nelle diverse sezioni della Mostra: cinque film in concorso, due fuori concorso, quattro in Orizzonti, uno in Spotlight. Mi sembra una rappresentazione adeguata della situazione attuale del cinema italiano».
La fotografia?
«Come negli ultimi anni, ci sono luci e ombre. Le ombre riguardano gli aspetti normativi, finanziari e burocratici che regolano il sostegno al settore, temi sui quali si è discusso moltissimo. Le luci, invece, riguardano i contenuti e la qualità dei film. Quello che mi rende davvero ottimista è il ricambio generazionale. C’è una generazione di giovani autori, opere prime e opere seconde, nuovi talenti che abbiamo selezionato o che non abbiamo potuto selezionare soltanto per mancanza di spazio. È un segnale estremamente incoraggiante per il futuro del cinema italiano».
Nanni Moretti canta Achille Lauro insieme al cast del film "Succederà questa notte"
Quindi c’è davvero un ricambio generazionale anche nel concorso?
«Sì, ed è probabilmente l’aspetto più interessante della selezione di quest’anno. Accanto ai grandi maestri e ai nomi già affermati ci sono moltissimi registi che il grande pubblico ancora non conosce. Alcuni sono alla seconda o alla terza opera, altri sono addirittura all’esordio. La scelta di mettere Paolo Strippoli in concorso nasce prima di tutto dal fatto che il film lo merita pienamente. Rivela una maturità registica che nei lavori precedenti si intuiva, ma che qui compie un vero salto di qualità. Fa parte di quel rinnovamento del cinema italiano che da tanti anni auspicavamo e che oggi mi sembra stia finalmente prendendo forma».
Ha parlato di un cinema profondamente immerso nella realtà. L’anno scorso la Mostra è stata attraversata, sullo schermo ma anche fuori, da Gaza, dalla guerra, dagli appelli e dalle prese di posizione degli artisti. Quest’anno, con una situazione geopolitica ancora più drammatica, come immagina il rapporto tra il festival e un dibattito politico che si annuncia ancora più intenso?
«Che questa sia una Mostra attraversata da tutte le crisi della contemporaneità è evidente. Basta scorrere l’elenco dei film e guardare le storie raccontate: ci sono guerre, conflitti, Gaza, la Palestina, l’Ucraina, la Russia, le dittature, gli autoritarismi, la repressione degli oppositori politici e dei giornalisti. Ma ci sono anche le crisi sociali e umane che riguardano la famiglia, la scuola, le relazioni, la coppia. Non manca davvero nulla dell’elenco delle grandi questioni con cui siamo chiamati a confrontarci oggi. Il cinema è sempre stato uno specchio del suo tempo, ma oggi lo è ancora di più. È una spugna che assorbe i problemi della contemporaneità, li rielabora e li restituisce sotto forma di racconti, di narrazioni o di documentari. La Mostra vuole essere una finestra aperta sul mondo, senza pregiudizi e senza preclusioni. Arrivano film da ogni parte del mondo e il nostro compito è quello di mostrare la realtà attraverso il cinema. Credo che oggi il cinema sia forse più politico di quanto non lo sia mai stato, direttamente o indirettamente. E penso che sia un dovere non rifugiarsi in un universo immaginario che ci allontani dalla realtà. Questo produrrà polemiche? Non lo so, mi auguro di no».
E fuori dallo schermo?
«La Mostra è sempre stata un luogo di confronto, anche duro, ma sempre all’interno di una dimensione civile e culturale. Negli ultimi anni abbiamo assistito a polemiche che spesso hanno superato quei confini. Mi auguro che anche quest’anno Venezia dimostri di saper affrontare i conflitti restando nell’ambito che le è proprio: quello del confronto culturale attraverso il cinema».
Nel concorso c’è una sola regista donna, nessuna italiana.
«Negli ultimi anni Venezia è stato il festival che ha premiato più film diretti da donne. Quest’anno, però, abbiamo ricevuto meno opere realizzate da registe rispetto al passato, circa il 24 per cento dei film sottoposti alla selezione contro quasi il 30 per cento dell’anno scorso. Avremmo voluto averne di più in concorso, ma scegliamo i film per la loro qualità, non per il genere di chi li firma».
Quest’anno ci sono meno grandi produzioni hollywoodiane.
“Semplicemente perché quei film non c’erano. Alcuni titoli molto attesi, come quelli di Alejandro G. Iñárritu, David Fincher e Aaron Sorkin non erano pronti oppure gli studios hanno deciso di non presentarli ai festival. Hollywood sta attraversando una fase di trasformazione, ma abbiamo comunque una presenza significativa di cinema indipendente americano».
Il taglio dei fondi europei avrà conseguenze sulla Mostra del Cinema?
«Non mi occupo direttamente del budget, ma mi è stato assicurato che il programma della Mostra non subirà tagli. Trovo però la decisione della Commissione europea poco comprensibile: colpisce un settore della Biennale che non ha nulla a che vedere con le polemiche degli ultimi mesi e mi auguro che venga rivista nel contenzioso aperto dalla Biennale».