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Comunisti, delatori e capolavori: il festival di Locarno ricorda la Hollywood del maccartismo

John Garfield in "Anima e corpo" di Robert Rossen 

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Nella prossima edizione della rassegna, al via il 5 agosto, la retrospettiva “Red & black – La sinistra hollywoodiana e la lista nera”. Anni di paranoie, accuse assurde, carriere distrutte
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ROMA – La retrospettiva del festival di Locarno intitolata “Red & black - La sinistra hollywoodiana e la lista nera”, curata dal grande studioso Ehsan Khoshbakht (che è anche co-direttore de “Il cinema ritrovato” di Bologna), promette di essere una tappa fondamentale nella riflessione su un periodo cruciale del cinema americano. Siamo abituati a chiamarlo “maccartismo” e già questa definizione richiede una spiegazione: il termine fu coniato nel 1950 partendo dal nome di Joseph McCarthy, senatore repubblicano impegnatissimo nel denunciare e “scovare” le infiltrazioni comuniste in molti ambienti della società statunitense. Ma il fenomeno era cominciato tre anni prima, nel 1947, quando il famigerato “House Un-American Activities Committee” prese d’assalto Hollywood per stanare i pericolosi comunisti che lavoravano nell’industria del cinema. Il Committee (alla lettera “commissione interna per le attività anti-americane”) iniziò le proprie famose udienze, appunto, nel 1947 e non molti …

ROMA – La retrospettiva del festival di Locarno intitolata “Red & black - La sinistra hollywoodiana e la lista nera”, curata dal grande studioso Ehsan Khoshbakht (che è anche co-direttore de “Il cinema ritrovato” di Bologna), promette di essere una tappa fondamentale nella riflessione su un periodo cruciale del cinema americano. Siamo abituati a chiamarlo “maccartismo” e già questa definizione richiede una spiegazione: il termine fu coniato nel 1950 partendo dal nome di Joseph McCarthy, senatore repubblicano impegnatissimo nel denunciare e “scovare” le infiltrazioni comuniste in molti ambienti della società statunitense. Ma il fenomeno era cominciato tre anni prima, nel 1947, quando il famigerato “House Un-American Activities Committee” prese d’assalto Hollywood per stanare i pericolosi comunisti che lavoravano nell’industria del cinema. Il Committee (alla lettera “commissione interna per le attività anti-americane”) iniziò le proprie famose udienze, appunto, nel 1947 e non molti ricordano che McCarthy non aveva nulla a che vedere con esso: era presieduto da J. Parnell Thomas, anch’egli repubblicano, membro della Camera. Fu lui (con l’aiuto di molti altri, fra cui uno zelante membro del Congresso appena 34enne, tale Richard Nixon) a guidare la crociata contro il cinema e a incriminare i famosi “Hollywood Ten”, i Dieci di Hollywood che si rifiutarono di testimoniare.

Bryan Cranston in "L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo", il film che racconta l'epurazione del celebre sceneggiatore durante gli anni del maccartismo 

Il “maccartismo” è quindi un fenomeno complesso, di lungo periodo, che va inquadrato nella storia degli Stati Uniti dell’immediato dopoguerra e soprattutto nella temperie della Guerra fredda: la fobia “anti-rossi” esplose anche per reazione a quella che molti americani avevano vissuto come un’alleanza contro natura, quella con l’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale. Fu un periodo di paranoie, di accuse assurde, di carriere distrutte, di onorevoli resistenze e di tristi delazioni. Sappiamo tutti, ad esempio, che uno dei Dieci (il grande regista Edward Dmytryk) decise a un certo punto di salvarsi la carriera facendo i nomi di diversi compagni: passò il resto della vita a girare film che parlavano immancabilmente di tradimenti e di espiazioni. Uno di questi, Odio implacabile del ’47, sarà nella retrospettiva assieme a film noti e meno noti come Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann, Un re a New York di Charlie Chaplin, Il prestanome di Martin Ritt (con Woody Allen) e tanti altri, inclusi documentari e newsreel d’epoca.

Charile Chaplin in "Un re a New York" 

Una vera retrospettiva scientifica, sicuramente interessantissima, ben diversa dagli omaggi confezionati lì per lì ad artisti dei quali si celebra qualche prevedibile anniversario. In un’intervista a Hollywood Reporter, Khoshbakht sottolinea come parlare del maccartismo significa “riesaminare un’epoca che ricorda gli attacchi politici alla libertà d’espressione visibili anche oggi”. Un giorno - magari non lontano - lo chiameremo “trumpismo”…

È impossibile parlare di tutti i titoli che si vedranno a Locarno, ma ci fa piacere isolare dalla retrospettiva tre storie che riassumiamo, qui, per voi.

Abraham Polonsky e le forze del Male

Uno dei nuovi documentari che si vedranno al festival si intitola Dangerous citizen: The life and times of Abraham Polonsky, di Eddie Muller. Il titolo, “cittadino pericoloso”, viene da un file desecretato dell’FBI in cui si denunciano appunto le attività di Polonsky, un grandissimo sceneggiatore e regista che finì sulla lista nera subito dopo aver diretto nel 1948 uno dei più formidabili film di quel periodo, Le forze del male. Polonsky tornerà a dirigere un film solo vent’anni dopo: Ucciderò Willie Kid, con Robert Redford, nel 1969.

La sua è una storia esemplare: ebreo newyorkese, nato nel 1910, cominciò a scrivere romanzi da ragazzo dopo aver letto Proust, fece l’avvocato e il sindacalista, si iscrisse al Partito comunista americano nel 1936. La cosa curiosa è che durante la guerra militò nell’OSS, l’ufficio dei servizi segreti antenato della Cia, lavorando a stretto contatto con la Resistenza nella Francia occupata. Dopo la guerra cominciò a scrivere sceneggiature e una di esse, Anima e corpo, divenne un magnifico film di Robert Rossen (altro cineasta poi finito sulla lista nera). Così, nel ’48, gli fu affidata la regia di Le forze del male, che si rivedrà a Locarno. È un film straordinario. Vi basti sapere che “il male” del titolo si identifica con Wall Street. Nell’aurea durata di 76 minuti Polonsky riesce a descrivere i meccanismi attraverso i quali si può fare denaro sporco attraverso la finanza con una lucidità degna di Marx e Engels. John Garfield, altra vittima della caccia alle streghe, è il protagonista. Polonsky fu chiamato a testimoniare dalla commissione il 25 aprile del 1951. Si rifiutò di rispondere. Per vent’anni avrebbe firmato copioni sotto falso nome, e questa è un’altra storia.

Chi era Robert Rich?

Polonsky scrisse numerose sceneggiature senza firmarle. Le più famose, per il pubblico americano, sono quella della serie tv You are there presentata da Walter Cronkite. Era uno dei tanti scrittori che dovettero lavorare sotto falso nome. Per loro firmavano dei “front”, termine americano che indica i prestanome (The Front è il titolo originale del citato film di Martin Ritt). I “front” erano a volte dei colleghi che si prestavano a “coprire” il lavoro di altri scrittori. Per esempio, un film celebre e onusto di Oscar come Il ponte sul fiume Kwai fu firmato solo da Pierre Boulle, lo scrittore del romanzo originale, che era francese e non spiccicava una parola di inglese. Quando la sceneggiatura vinse l’Oscar, Boulle dignitosamente non andò a ritirarlo. Il copione era stato scritto da Michael Wilson e Carl Foreman, entrambi nella lista nera: ai loro nomi fu resa giustizia solo nel 1984, quando Wilson era morto (Foreman morì il giorno dopo l’annuncio della “restituzione” del premio, il 26 giugno 1984). A volte i “front” erano nomi di fantasia. Robert Rich è il nome che “firmò” la sceneggiatura di The brave one, premiata con l’Oscar nel 1957. In realtà era Dalton Trumbo, che aveva già vinto un Oscar, diciamo così, in contumacia per Vacanze romane.

Il maccartismo nascosto nei western

Tra i film che si vedranno a Locarno c’è Mezzogiorno di fuoco. È un western celeberrimo, diretto da Fred Zinnemann nel 1952. Il film era scritto e co-prodotto da Carl Foreman, che proprio durante la produzione fu chiamato a testimoniare dalla commissione. Essendosi rifiutato di parlare, fu messo nella lista nera e “vendette” la propria quota del film al co-produttore Stanley Kramer: una transazione che è sempre stata oggetto di polemiche, perché le versioni di Foreman e di Kramer divergono (e verrebbe da dar ragione a Foreman, poi costretto a emigrare in Inghilterra, ma chissà).

Gary Cooper interpreta uno sceriffo che, il giorno stesso del suo matrimonio, deve affrontare quattro fuorilegge venuti in città per ammazzarlo. Chiede aiuto a chiunque, ma tutti lo abbandonano al suo destino. Da sempre si legge Mezzogiorno di fuoco come una metafora del maccartismo, ma l’aspetto più divertente della storia è che tutti, da Foreman a Zinnemann, fecero i salti mortali per nascondere questo “sottotesto” al divo Cooper, che era notoriamente molto conservatore. Un altro western degli anni 50 che allude chiaramente al maccartismo è il famoso Johnny Guitar di Nick Ray.

Joan Crawford in "Johnny Guitar" 

A Locarno ci sarà però un altro western assai meno noto, Silver Lode (1954), che è una sorta di “film gemello” di Mezzogiorno di fuoco. Lo ha diretto un grandissimo del muto hollywoodiano, Allan Dwan, e l’ha sceneggiato (cosa insolita per un western) una donna, Karen DeWolf, che anni prima aveva scritto anche un film dal titolo a dir poco femminista come Go West, Young Lady.

Una scena di "Silver Lode" 

Anche qui un uomo rischia la vita il giorno delle nozze: il ricco allevatore Dan Ballard sta per sposarsi quando in città arrivano quattro “sceriffi” che lo accusano di omicidio e vogliono la sua pelle. Ballard dovrà rischiare la vita per provare la propria innocenza, e a un certo punto tutti i benpensanti del paese, suoi amici fino a qualche minuto prima, gli si rivolteranno contro e vorranno vederlo impiccato. La metafora è ancora più evidente che in Mezzogiorno di fuoco anche perché il capo di questi sedicenti sceriffi, in realtà un delinquente, si chiama McCarty: senza la “h”, ma insomma… Sarà un caso? Ovviamente non lo è, ed è sorprendente che la cosa sia passata. Il diavolo si nasconde sempre nei dettagli, e la propaganda - sia anti-comunista, sia anti-maccartista - trova sempre la strada per arrivare sullo schermo.

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