Vinicio Marchioni: “Ho curato il mio corpo malato anche con il teatro”
di Arianna FinosVinicio Marchioni ha passato una vita a chiedere al corpo di diventare altro. Quattordici chili in più per essere un boss della ’ndrangheta, la potenza fisica di Stanley Kowalski, la deformità di Riccardo III, una voce piegata fino a trasformarsi in grugnito. A cinquant’anni ha capito che forse il protagonista non era mai stato lui, ma proprio quel corpo: quello che obbedisce, si ribella, ricorda, cambia. Da questa scoperta nasce Le vite in atto, in libreria a ottobre con Marsilio, un viaggio attraverso i personaggi che lo hanno cambiato.
Il tema del libro è il corpo.
«Sì. Tutto passa attraverso il corpo dell’attore. Superati i cinquant’anni ti rendi conto che il corpo ti parla molto di più e, in fondo, comanda molto più di noi. Il libro attraversa sette personaggi importanti della mia carriera teatrale, dai vent’anni inconsapevoli a Riccardo III».
È stato un ragazzo ribelle, difficile, diceva di avere un fuoco dentro.
«Credo che quel fuoco nasca da un grande bisogno di esprimermi. Mi…
Vinicio Marchioni ha passato una vita a chiedere al corpo di diventare altro. Quattordici chili in più per essere un boss della ’ndrangheta, la potenza fisica di Stanley Kowalski, la deformità di Riccardo III, una voce piegata fino a trasformarsi in grugnito. A cinquant’anni ha capito che forse il protagonista non era mai stato lui, ma proprio quel corpo: quello che obbedisce, si ribella, ricorda, cambia. Da questa scoperta nasce Le vite in atto, in libreria a ottobre con Marsilio, un viaggio attraverso i personaggi che lo hanno cambiato.
Il tema del libro è il corpo.
«Sì. Tutto passa attraverso il corpo dell’attore. Superati i cinquant’anni ti rendi conto che il corpo ti parla molto di più e, in fondo, comanda molto più di noi. Il libro attraversa sette personaggi importanti della mia carriera teatrale, dai vent’anni inconsapevoli a Riccardo III».
È stato un ragazzo ribelle, difficile, diceva di avere un fuoco dentro.
«Credo che quel fuoco nasca da un grande bisogno di esprimermi. Mi sono sempre rifugiato nella scrittura, nei diari. La balbuzie e le difficoltà dell’adolescenza hanno creato dentro di me mondi che avevano bisogno di uscire. La fortuna è stata incontrare il teatro».
Emily Blunt dice che prima di parlare, il suo cervello cerca automaticamente le parole più sicure. Succede anche a lei?
«Sì. Da balbuziente sei costretto a riflettere continuamente su cosa significhi parlare. Sai su quale sillaba rischi di inciampare e impari a costruire frasi diverse, a cercare sinonimi, ad aggirare quella parola. Uno studio continuo del linguaggio e dell’espressione. Parlare è un miracolo, tanto quanto la vita».
“Un tram che si chiama desiderio”. Che cosa ha significato affrontare Stanley Kowalski?
«È stato il primo spettacolo con Antonio Latella e l’incontro con una mascolinità violentissima, con un uomo quasi animale. Come si mette in scena un uomo così violento? Ed è successo che proprio durante le prove scoprii di avere un tumore benigno alle ossa. Fortunatamente è rientrato, è stato curato, ma quell’esperienza mi ha portato a ripensare anche il rapporto con il mio corpo. Tra l’operazione, la fisioterapia e le cure, mentre cercavo di costruire il corpo di Stanley, mi ritrovavo a fare i conti con il mio. Stanley era un uomo guidato da una potenza fisica enorme. Io, invece, stavo cercando un nuovo equilibrio nel mio corpo».
Per un giovane attore affrontare un tumore è un’esperienza enorme.
«Non mi è mai piaciuto mettere in piazza le sofferenze. L’ho vissuta come un’esperienza, quasi come se avessi incontrato un altro personaggio. Era qualcosa che entrava dentro di me e con cui dovevo convivere. Sono fatalista e forse ho finito per riversare tutto dentro il viaggio di quel personaggio. Questo lavoro, però, è anche un motore straordinario: ti dà motivazioni. Tengo molto che dal libro emerga quanta vita c’è dentro il mestiere dell’attore. Lo spettatore vede uno spettacolo o un film, ma dietro c’è un essere umano e un corpo che attraversa tutta la propria vita, nel bene e nel male».
E ha deciso che quel tempo prezioso dovesse continuare a essere il tempo del teatro.
«Il teatro si fa sempre con quello che sei, nel bene e nel male. Mi sono chiesto: come posso far entrare tutto questo dentro il personaggio? Per fortuna, è andato tutto bene. In quel periodo sono nati anche i miei figli. Avevo intorno una vita pienissima: il mio ruolo teatrale più importante, il cinema che stava andando bene. Non potevo fermarmi. C’è una frase di Čechov: “Domani mattina il sole sorgerà comunque”. E io quel sole volevo continuare a vederlo».
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Nel libro si chiede “A che serve un attore?”.
« “Servire” è uno dei verbi più belli. Se un attore non è utile a qualcosa che va oltre sé, perde il senso del mestiere».
Quando parla di sé usa spesso il “noi”. Come lo costruite nel rapporto con Milena Mancini e nella vostra famiglia?
«Con Milena abbiamo sempre pensato al “noi” come a un’entità autonoma. Non è semplicemente lei più me. È qualcosa di più importante delle nostre individualità. È una conquista quotidiana. Ci sono giorni in cui verrebbe voglia di mandare tutto all’aria. Poi ti ricordi che esiste qualcosa di più grande del tuo umore o del tuo ego».
Su Sky e Now ci sono “Ammazzare stanca” di Daniele Vicari e, dal 17 agosto, “Il Dio dell’amore” di Francesco Lagi. Due padri agli antipodi.
«In uno sono un boss della ‘ndrangheta, un padre disumano. Sono ingrassato 14 chili e ho lavorato sul corpo e sulla voce, quasi in un grugnito. L’altro è un film pieno di grazia, lì sono un uomo ironico che mette da parte sé stesso per amore di un figlio».