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Laura Morante: “Ero timida. Mi sono nascosta dietro i personaggi”

(foto di Francesco Giammatteo) 

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L’attrice compie oggi 70 anni, i ricordi di bambina, l’amore per il balletto, il debutto sul palco con Carmelo Bene e poi il cinema. “La felicità: i figli, mia nipote e la lettura”
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ROMA – Da bambina Laura Morante si nascondeva quando arrivavano gli ospiti, ma era anche capace di passare da un balcone all’altro entrando nelle stanze degli sconosciuti. Timida, curiosa e spericolata, sognava di somigliare alle ragazzine educate e ben vestite dell’Enciclopedia della fanciulla. Oggi compie settant’anni, dopo oltre quaranta di cinema e un’intera carriera trascorsa, come racconta, a nascondersi dietro i personaggi.

(foto di Marco Rossi) 

Come festeggia il compleanno?

«Non festeggio quasi mai i compleanni. Essendo nata d’estate non c’è mai nessuno. Da piccoli potevamo scegliere il menù del pranzo e ricevevamo i regali, ma niente feste, neppure per i diciott’anni. Quest’anno avrò due figli su tre: sarà persino più in sordina del solito».

Un regalo che le è rimasto nel cuore?

«Una ventina d’anni fa mio marito mi regalò una copia vintage dell’Enciclopedia della fanciulla, che ado…

ROMA – Da bambina Laura Morante si nascondeva quando arrivavano gli ospiti, ma era anche capace di passare da un balcone all’altro entrando nelle stanze degli sconosciuti. Timida, curiosa e spericolata, sognava di somigliare alle ragazzine educate e ben vestite dell’Enciclopedia della fanciulla. Oggi compie settant’anni, dopo oltre quaranta di cinema e un’intera carriera trascorsa, come racconta, a nascondersi dietro i personaggi.

(foto di Marco Rossi) 

Come festeggia il compleanno?

«Non festeggio quasi mai i compleanni. Essendo nata d’estate non c’è mai nessuno. Da piccoli potevamo scegliere il menù del pranzo e ricevevamo i regali, ma niente feste, neppure per i diciott’anni. Quest’anno avrò due figli su tre: sarà persino più in sordina del solito».

Un regalo che le è rimasto nel cuore?

«Una ventina d’anni fa mio marito mi regalò una copia vintage dell’Enciclopedia della fanciulla, che adoravo da bambina. Era molto anni Sessanta: due ragazzine educate e ben vestite, alle prese con problemi come sistemare il bagno o prepararsi per una festa. Rappresentavano la fanciulla che avrei voluto essere».

Lei era una ragazzina perbene?

«Tutt’altro. Ero una bambina difficile, molto vivace e insieme molto chiusa. Ne facevo di tutti i colori, una volta in un albergo a Follonica misi qualcosa nella vasca dei pesci e iniziai a spostarmi da un balcone all’altro, scavalcando le ringhiere ed entrando nelle stanza degli sconosciuti. Poi accadde il contrario di ciò che succede di solito: diventai un’adolescente quieta, quasi troppo buona».

È vero che quando arrivavano ospiti si nascondeva?

«Sì, ero patologicamente timida e anche patologicamente curiosa. Quando suonavano alla porta salivo al piano di sopra e osservavo tutti attraverso lo spazio vuoto tra uno scalino e l’altro, senza farmi vedere. Anni dopo alcuni amici di famiglia mi raccontarono che sapevano dell’esistenza di un’altra sorella Morante, ma nessuno l’aveva mai vista».

Quello sguardo nascosto è diventato lo sguardo dell’attrice e poi della regista?

«Forse. Eravamo tanti figli: ci si spintonava per ricevere un po’ di attenzione, ma eravamo contenti di non avere gli occhi degli adulti addosso. Sono andata via di casa a diciassette anni e a malapena se ne sono accorti. Iniziando a recitare, più che attirare gli sguardi mi nascondevo dietro i personaggi».

Tra tanti fratelli si litigava?

«Le discussioni vere erano sulla politica e sulle questioni etiche. Su quelle ci accapigliavamo parecchio».

Sua madre guardava con compassione gli ambiziosi. Si riconosce in quel rovesciamento dei valori?

«Aveva una concezione del mondo in cui tutti i valori erano capovolti. Quando vedeva Berlusconi in televisione diceva: “Poverino, vorrebbe tanto piacere”. Noi protestavamo: “Mamma, è ricchissimo, è potentissimo”. Ma lei vedeva soltanto ciò che, nonostante il potere, non riusciva ad avere. Considerava immorale premiare i figli promossi: il regalo spettava a chi era stato bocciato, perché chi era promosso aveva già ricevuto il suo premio».

Elsa Morante, sua zia, era una figura molto diversa.

«Mi faceva paura. Fumava una sigaretta dietro l’altra e parlava a voce altissima, in modo perentorio. Da bambina ero la sua prediletta, forse perché avevo un’aria selvatica: ero un tipo che piaceva a certi intellettuali come Elsa e Pasolini».

Fu lei a sconsigliare alla sua famiglia di accettare la proposta di Pasolini per “Il Decameron”.

«Penso abbia avuto ragione: ero molto giovane e sarebbe stata un’esperienza traumatica. Una volta mi portò per qualche giorno a casa sua a Roma. Era Natale, a piazza Navona mi comprò un presepe che conservo ancora. Fu carina, ma io ero terrorizzata e il mio sonnambulismo si accentuò. Per fortuna dopo poco mi rimandò a casa».

Crescendo è riuscita a comprendere quella durezza?

«Anni fa prestai la voce a un documentario di Francesca Comencini su di lei. Un suo amico raccontava che, quando le chiedevano quale fosse la più bella frase d’amore, rispondeva: “Hai mangiato?”. Mi fece tenerezza. Capii che dietro quella durezza c’era una richiesta d’amore rimasta inascoltata».

La sua prima passione fu la danza.

«Mia madre diceva che avevo cominciato a danzare prima di camminare, perché mi muovevo sulle mezze punte. A sei anni chiesi di frequentare una scuola, ma a un certo punto capii che non avrei mai raggiunto il livello che mi avrebbe resa felice. Per molto tempo mi considerai una danzatrice prestata alla recitazione».

Prima del cinema ci fu Carmelo Bene.

«Mi chiese in prestito alla mia coreografa, ma non rispettava gli accordi. Un giorno mi fece rinchiudere in teatro, sorvegliata dal direttore di scena, per impedirmi di andare alle prove di danza. Con lui lavoravo dalle dieci di sera alle sei del mattino e alle otto dovevo essere in sala con i danzatori. Rischiai di ammazzarmi di lavoro».

Il cinema, invece, non la affascinava?

«Per me esistevano soltanto la danza e la scrittura. Giuseppe Bertolucci mi fece esordire in Oggetti smarriti, poi Bernardo mi chiamò per La tragedia di un uomo ridicolo. Durante il provino io e Victor Cavallo cominciammo a lanciarci pezzi di pane. Bernardo mi disse: “Ho l’impressione che tu non ti renda conto dell’importanza di quello che stai facendo”. Aveva ragione: rispetto alla danza, recitare mi sembrava una pacchia».

Quando ha cominciato ad amare il mestiere?

«Ci ho messo anni. In una delle prime produzioni televisive Laura Betti mi prese sotto la sua protezione. Tempo dopo mi telefonò: “Ehi Laura, sono Laura. Ti fa sempre tanto schifo fare l’attrice?”. Il mio scarso entusiasmo era rimasto memorabile».

Del dissidio con Nanni Moretti seguito alla premiazione di Cannes nel 2001 ha parlato più volte, ma con lui ha fatto tre film fondamentali: “Sogni d’oro”, ”Bianca” e “La stanza del figlio”. Al di là di quella ferita, che cosa ha rappresentato il vostro incontro?

«Quando arrivò Bianca, Nanni mi telefonò: “Vuoi fare un provino per un film che non farai mai?”. Gli risposi: “Perché dovrei?”. E invece lo feci. Seppi poi che aveva combattuto strenuamente per avermi, perché il produttore Achille Manzotti gli aveva detto: “Prendi qualunque attrice, basta che non sia lei”».

Perché tanta ostilità da parte dei produttori?

«Ho percorso la prima parte della carriera, malgrado loro. Erano spesso i registi a impormi. Accadde anche con John Malkovich per Danza di sangue: mi voleva ma i produttori dissero no, mi rassegnai poi un anno dopo mi richiamò e per evitare contestazioni fece inserire nel contratto anche il mio nome».

Quando ha dovuto difendere da sola il suo terzo film da regista, invece, non è riuscita a realizzarlo.

«Non abbiamo trovato i finanziamenti. Era la storia dei dilemmi morali di una donna che finisce per rovinarsi la vita. Non so autopromuovermi: quando ero soltanto un’attrice c’erano i registi a battersi per me, quando ho dovuto farlo da sola non ci sono riuscita».

È accaduto anche con una serie televisiva.

«L’avevo scritta con Daniele Costantini su commissione. Ci risposero: “Non è buona, è eccellente, ma è troppo alta per noi”».

Per le donne la situazione è cambiata?

«Un po’ per le registe, meno per le attrici. Gli uomini lavorano fino a ottant’anni, per le donne i ruoli diminuiscono con l’età. È ancora difficile accettare che la protagonista possa essere una donna non più giovane».

Torna a teatro con sua figlia Eugenia in “Insieme” di Fabio Marra.

«Dopo l’anteprima a Napoli partiremo in tournée».

La ragazzina che litigava con i fratelli sulla politica osserva ancora il mondo con la stessa passione?

«Sono quasi sempre furiosa. Mi sono presa due settimane senza leggere i giornali perché avevo bisogno di far riposare l’anima. Cerco però di dare il mio contributo: mi sono battuta per la liberazione di Julian Assange e manifesto il mio orrore per ciò che accade a Gaza».

A settembre pubblica il suo secondo libro, “Dieci storie pop”.

«Racconti ambientati tra il 1960 e il 1969, ispirati alle canzoni italiane di quegli anni, da Tintarella di luna a La bambola. Il narratore è un ragazzo di Centocelle che racconta la sua banda di amici, ogni canzone ha un legame speciale per me».

Che cosa le regala una felicità piena?

«I figli, la lettura e mia nipote. Con lei sono diventata Peter Pan: può chiamarmi anche mentre siamo per strada e io devo mettermi a recitare. È divertente per lei, ma moltissimo anche per me».

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