Rodolfo Valentino tra fortuna e leggende: cent’anni fa moriva il paisà che stregò milioni di donne
di Alberto CrespiRodolfo Valentino con Helen d'Algy in "Notte nuziale" di Joseph Henabery
Prima di elencare le partner di Rodolfo Valentino nella vita e sullo schermo, è affascinante leggere i nomi delle attrici che affiancavano Marcello Mastroianni nel primo allestimento di Ciao, Rudy, la commedia musicale di Garinei & Giovannini che debuttò al Sistina di Roma il 7 gennaio del 1966. Nei numerosi ruoli femminili previsti c’erano Paola Borboni, Tina Lattanzi (la doppiatrice di Greta Garbo), Minnie Minoprio, Paola Pitagora (reduce da I pugni in tasca di Marco Bellocchio e futura Lucia nello sceneggiato I promessi sposi), Ilaria Occhini, Giusi Raspani Dandolo, Giuliana Lojodice, Olga Villi e - udite udite - Raffaella Carrà. Se cercate in rete la canzone Gente matta potete ascoltare il duetto tra Carrà e Mastroianni, tratto appunto dalla commedia: le musiche erano del grande Armando Trovajoli mentre al copione, con i citati Garinei e Giovannini, aveva collaborato Luigi Magni che qualche anno prima aveva scritto i testi di Rugantino. Era un’epoca in cui la commedia musicale…
Prima di elencare le partner di Rodolfo Valentino nella vita e sullo schermo, è affascinante leggere i nomi delle attrici che affiancavano Marcello Mastroianni nel primo allestimento di Ciao, Rudy, la commedia musicale di Garinei & Giovannini che debuttò al Sistina di Roma il 7 gennaio del 1966. Nei numerosi ruoli femminili previsti c’erano Paola Borboni, Tina Lattanzi (la doppiatrice di Greta Garbo), Minnie Minoprio, Paola Pitagora (reduce da I pugni in tasca di Marco Bellocchio e futura Lucia nello sceneggiato I promessi sposi), Ilaria Occhini, Giusi Raspani Dandolo, Giuliana Lojodice, Olga Villi e - udite udite - Raffaella Carrà. Se cercate in rete la canzone Gente matta potete ascoltare il duetto tra Carrà e Mastroianni, tratto appunto dalla commedia: le musiche erano del grande Armando Trovajoli mentre al copione, con i citati Garinei e Giovannini, aveva collaborato Luigi Magni che qualche anno prima aveva scritto i testi di Rugantino. Era un’epoca in cui la commedia musicale made in Italy (anzi, made in Rome, al Sistina) poteva coinvolgere il massimo attore italiano e un cast femminile di autentiche vedette. Ciao, Rudy venne replicato nel 1972 e Mastroianni fu sostituito da Alberto Lionello, che forse era addirittura più giusto di lui nel ruolo del titolo.
Le cronache dell’epoca dicono che il Marcello nazionale si fosse divertito assai a cantare e a ballare, anche se non era propriamente il suo mestiere: ma si rifiutò recisamente di andare in America, dove lo spettacolo era stato invitato con proposte contrattuali da favola (come era già successo a Rugantino, per altro, e Nino Manfredi in America ci andò ben volentieri).
Tutto questo nel nome di Rodolfo Valentino. Uno dei grandi miti del cinema mondiale. Un mito del quale, in questo 2026, si ricorda il centenario della morte avvenuta il 23 agosto del 1926, a soli 31 anni. Un mito che è interessante rileggere oggi perché appare straordinariamente moderno, ma non per motivi cinematografici: il cinema, in questa storia, è quasi un comprimario.
Sarebbe interessante fare un sondaggio. Immaginiamo di chiedere a 100 italiani “medi” se hanno sentito nominare Rodolfo Valentino. La risposta sarebbero probabilmente 100 “sì” (magari 90, a essere pessimisti). Subito dopo chiediamo agli stessi 100 se hanno mai visto un film con Rodolfo Valentino. A essere ottimisti risponderanno “sì” in due o tre (ma è altamente possibile uno zero assoluto). Rodolfo Valentino è ancora oggi uno dei divi più famosi della storia del cinema ma quasi nessuno, oggi, vede o rivede i suoi film. Il personaggio è immortale ma la sua opera è invisibile. Su YouTube alcuni film si trovano, ma le cifre delle visualizzazioni non sono eccezionali.
Perché? La risposta è semplice e al tempo stesso complessa. In primis, essendo morto nel 1926, Valentino ha fatto solo film muti. Ne ha fatti parecchi, perché la sua gavetta a Hollywood fu lunga e inizialmente faticosa. Quelli importanti vanno dal 1921 alla morte. Parliamo soprattutto di I quattro cavalieri dell’Apocalisse (che gli diede la fama vera), Lo sceicco, Sangue e arena, Aquila nera e Il figlio dello sceicco. Sono tutti dei mélo fiammeggianti, perché la vera cifra del Valentino attore sta nelle storie d’amore roventi e contrastate, e nelle ambientazioni esotiche. Fu il primo divo “etnico” del cinema hollywoodiano, secoli prima di altri “italiani” come De Niro, Pacino e Stallone. In realtà gli diedero ruoli di varie etnie, comunque “latine” o arabe come nel caso di Lo sceicco. Per lui fu coniata la definizione di “latin lover”.
Era un bravo attore? Sì, senza mezzi termini. O meglio: era un attore perfetto per il cinema muto. Non sappiamo se avrebbe retto la prova del sonoro, ma per il muto contava soprattutto il magnetismo e lui ne aveva da vendere. Il famoso “sguardo alla Valentino” stregò milioni di donne (e di uomini) in tutto il mondo. E ben presto la sua fama tracimò dal mondo del cinema ed entrò nella psicologia di massa, nell’Immaginario collettivo. Assieme alla Garbo, fu il vero sex symbol degli anni 20: ed entrambi non erano americani, come a segnare un complesso di inferiorità dell’America anglosassone e puritana nei confronti della più variegata e sofisticata sessualità europea. Della Garbo si diceva fosse lesbica e di Valentino che fosse omosessuale. La seconda - a parere dei biografi più seri - pare non sia vera, ma certo ebbe storie con donne lesbiche a cominciare dalle sue due mogli, Jean Acker e Natasha Rambova. Quest’ultima, nonostante il nome russo, era un’americana dello Utah discendente di Heber Kimball, leader della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, che poi sarebbero i mormoni; era un’attrice e ballerina di grande fama ed era la regina dei circoli saffici di Hollywood, molto attivi e spregiudicati a cavallo fra anni 10 e anni 20 quando Hollywood era ancora una città “libera”. Si incontrarono sul set di La signora delle camelie nel 1921 e lei fu cruciale per la carriera di lui, esattamente come un’altra donna, June Mathis, che scrisse il copione di I quattro cavalieri e lo impose alla Metro come protagonista.
La vita privata di Valentino divenne presto leggendaria. Le cronache “pettegole” di Hollywood - che negli anni 20 avevano un potere immenso - non facevano che parlare di lui e dei suoi amori, ben più che dei suoi ruoli. Un altro aspetto fondamentale era la sua abilità di ballerino. L’aveva affinata a New York dove negli anni 10 lavorò a lungo come “taxi dancer”, come venivano chiamati i giovani che nei nightclub facevano ballare le signore a pagamento (che poi facessero altro, con quelle signore, anni dopo fu pure argomento di gossip). Ballava magnificamente il tango e questa fu una componente essenziale del suo carisma. Ma il tango, ai suddetti americani buzzurri, sembrava una cosa da femminucce. Un episodio famoso della vita di Valentino (puntualmente messo in scena da Ken Russell nel film a lui dedicato, in cui lo interpreta nientemeno che Rudolf Nureyev) è legato al giornalista del Chicago Tribune che nel 1926 lo insultò chiamandolo “un piumino da cipria”, implicita accusa di omosessualità. Valentino lo sfidò a un incontro di boxe e il giornalista si dileguò in modo ben poco macho, ma un suo collega del New York Evening Journal, tale Frank O’Neill, raccolse la sfida. L’incontro si svolse sul tetto del New York’s Ambassador Hotel e Valentino lo vinse. Aveva avuto un buon maestro: si offrì di allenarlo Jack Dempsey, campione del mondo dei pesi massimi, che successivamente lo definì “il più virile e mascolino degli uomini”.
Valentino morì di una morte stupida: una peritonite mal diagnosticata. Ebbe due funerali: uno a New York, dov’era morto, e uno a Hollywood, in contumacia. I filmati ancora visibili online sono impressionanti: folle oceaniche, donne in gramaglie, uno strazio collettivo che forse non ha mai avuto eguali. La leggenda parla di una trentina di suicidi. E le fake news si moltiplicano, rendendo il povero Rudy un’icona quanto mai moderna. La corona inviata da Mussolini: pare fosse la trovata di un impresario delle pompe funebri. I giovanotti in camicia nera: pare fossero comparse. La misteriosa “donna in nero” che ogni 23 agosto, per anni, portò fiori sulla tomba: si disse addirittura fosse una figlia illegittima, non si è mai capito chi fosse davvero, forse erano più di una, magari anche loro delle comparse. L’ipotesi che fosse stato avvelenato da un rivale in amore: mai confermata. Leggende, così come tante delle amanti (e degli amanti, al maschile) che gli sono state attribuite. Se togliamo le fake news, Rodolfo Valentino resta un fascinoso paisà che dalla natia Puglia (Castellaneta, dove c’è un piccolo museo su di lui) emigrò in America, fece fortuna come ballerino e come attore, interpretò alcuni ottimi film oggi un po’ fuori moda e morì giovane per un’operazione chirurgica sballata. Tutto il resto è leggenda, ma vale sempre la massima di John Ford in L’uomo che uccise Liberty Valance: quando la realtà diventa leggenda, stampate la leggenda.