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Robert Pattinson: “Anche io sono stato una preda. Twilight mi ha rubato un pezzo di vita”

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L’attore ricorda il debutto, la saga di cinque film che lo ha reso una star, una carriera dalle scelte “difficili”, il rapporto con i media. E torna in sala dal 15 ottobre con “Primetime”, una storia vera su quanto sia fragile il confine tra informazione, giustizia e spettacolo
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ROMA – La traiettoria di Robert Pattinson si legge nei nomi dei registi: Cronenberg, i Safdie, Claire Denis, Nolan. Ha investito il potere contrattuale di Twilight in un cinema inquieto e poco accomodante, trovando in Batman una sintesi tra cinema d’autore e cinema popolare. Il filo è il gusto per personaggi ambigui, capaci di incrinare la sua stessa immagine. Come il giornalista di Primetime di Lance Oppenheim, di cui è produttore e protagonista, passato in concorso a Venezia e in sala dal 15 ottobre con I Wonder Pictures: un conduttore, in un programma tv, dà la caccia ai predatori sessuali, mentre la giustizia diventa spettacolo e il successo confonde le intenzioni. Vicenda realmente accaduta, il reality – tra polemiche e contestazioni – andò in onda su Nbc dal 2004 al 2007.

L'attore nel ruolo del giornalista Chris Hansen in "Primetime", presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia 
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ROMA – La traiettoria di Robert Pattinson si legge nei nomi dei registi: Cronenberg, i Safdie, Claire Denis, Nolan. Ha investito il potere contrattuale di Twilight in un cinema inquieto e poco accomodante, trovando in Batman una sintesi tra cinema d’autore e cinema popolare. Il filo è il gusto per personaggi ambigui, capaci di incrinare la sua stessa immagine. Come il giornalista di Primetime di Lance Oppenheim, di cui è produttore e protagonista, passato in concorso a Venezia e in sala dal 15 ottobre con I Wonder Pictures: un conduttore, in un programma tv, dà la caccia ai predatori sessuali, mentre la giustizia diventa spettacolo e il successo confonde le intenzioni. Vicenda realmente accaduta, il reality – tra polemiche e contestazioni – andò in onda su Nbc dal 2004 al 2007.

L'attore nel ruolo del giornalista Chris Hansen in "Primetime", presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia 

Perché ha voluto produrre questa storia? Che cosa può raccontare anche a chi non conosce il programma televisivo americano?

«Conoscevo abbastanza bene la trasmissione, ma leggendo la sceneggiatura ho pensato: "Non avrei mai affrontato questa storia in questo modo". Speravo che gli altri potessero trovarla interessante quanto me. Dopo Venezia è stato quasi più interessante vedere le reazioni del pubblico internazionale, senza conoscenze precedenti: capire persino se la storia avesse senso per loro. In America lo shock del programma si è attenuato, è diventato qualcosa di familiare. Gli altri invece si chiedono: "Ma che cosa sta succedendo?". Ritrovano quella forza dirompente che mi ha attirato fin dall'inizio. Il programma ha lasciato un'eredità culturale così forte perché quando arrivò in televisione era sconvolgente».

Sembra un mondo distopico, invece è già accaduto. Che cosa l'ha interessata di questa trasformazione dell'informazione?

«Le intenzioni. Si può partire da un'intenzione assolutamente nobile. In origine era un servizio all'interno di una trasmissione d'informazione: questo fenomeno esiste, dunque organizziamo un'operazione sotto copertura per mostrarvelo. Poi diventò un successo enorme, che nessuno sembrava aspettarsi. Fu subito oggetto di parodie, tutti ne facevano imitazioni. Non mi interessava tanto mettere sotto accusa la realizzazione del programma, quanto raccontarne gli effetti sulle persone che lo facevano. Un giornalista dovrebbe raccontare le notizie, non diventarne il protagonista. Qui un cronista si trasforma quasi in un poliziotto: non era quello il suo lavoro. E la popolarità getta benzina sul fuoco».

Robert Pattinson, 40 anni, è nato a Londra e ha cominciato lavorando in teatro a 15 anni 

Il suo personaggio vuole proteggere le persone, o essere visto come qualcuno che le protegge? Il film ricorda anche che persino il peggiore dei criminali resta un essere umano con dei diritti.

«Il programma tocca la paura più grande: un nemico invisibile che può comparire all'improvviso e fare del male ai bambini. È mostruoso. Quando non sai come difendere te stesso e dei bambini innocenti, faresti qualsiasi cosa. Quell'intenzione è comprensibile. La difficoltà arriva quando ne fai un'impresa commerciale. Pensi: "Lo faccio per il bene pubblico". Ma poi ti chiedono di guadagnare un maggior numero di spettatori, altrimenti non potrai più fare il programma. Devi adattarti, potenzialmente scendere a compromessi. Mi interessava questo: quante volte puoi farlo, plasmarti fino a diventare qualcos'altro, prima di non sapere più quali siano davvero le tue intenzioni?».

Ha vissuto sulla sua pelle il potere dei media. Come ha trovato l'equilibrio tra personaggio pubblico e vita privata?

«Quando sei giovane è più difficile, vorresti semplicemente fare quello che ti va. Il periodo peggiore è stato probabilmente subito dopo la fine di Twilight. Avevo lavorato senza sosta, ero diventato famoso e non avevo riflettuto su cosa fosse la mia vita, proprio perché lavoravo così tanto. Quando ho avuto un po' di tempo libero, mi sono reso conto: "Oh, non posso fare più niente". La vita che avevo prima era scomparsa e io non me n'ero accorto. Con l'età diventa sempre più facile. E poi le persone sono molto più interessate alla novità del momento».

L'attore con Kristen Stewart ai tempi di "Twilight": la saga, composta da cinque film, ha incassato oltre 3,3 miliardi di dollari in tutto il mondo. Il primo film nel 2008, l'ultimo nel 2012 

Sembra una persona semplice e aperta, eppure interpreta personaggi complessi, spesso oscuri. Come entra nel loro mondo?

«Non li considero necessariamente oscuri. Trovo qualcosa che mi interessa. Non avevo mai pensato: "Voglio fare un film su Chris Hansen e To Catch a Predator". Leggi sceneggiature e a un certo punto pensi: "Qui c'è qualcosa di interessante, credo che la gente avrebbe voglia di vederlo". Il piacere più grande è trovare qualcosa che accenda l'ispirazione e la curiosità. Questo progetto ha continuato a suscitare moltissimo in me per tanto tempo. Ma non mi porto mai i personaggi a casa. Mi piace la buona scrittura e trovare registi che realizzino qualcosa in un modo inatteso. È abbastanza semplice».

Venne alla Festa di Roma, con Twilight, nel 2008. Nessuno immaginava il percorso che avrebbe fatto l’abbiamo vista anche nel ruolo di Antinoo in Odissea di Nolan. Come ha costruito le sue scelte?

«È il risultato di tante cose che si sono accumulate. Da bambino non pensavo che sarei diventato un attore: è stata una sorpresa. Ma il cinema mi interessava da sempre. Ho scoperto la Criterion Collection a diciassette o diciotto anni: mi ha aperto gli occhi su tutto il mondo del cinema. Non conoscevo molte persone con cui condividere lo stesso interesse, era diventata una cosa tutta mia: potevi conoscere il cinema mondiale e impressionare gli altri. All'inizio della carriera quel sapere non era particolarmente utile. Andando avanti, invece, è diventato utilissimo, soprattutto conoscere i registi internazionali con cui desideravo lavorare. Già durante Twilight dicevo: "Voglio lavorare con Claire Denis". Era divertente vedere gli agenti reagire: "Va bene, ma non sembra un’occasione imperdibile". Poi fai il film con lei, quel lavoro ha un impatto, entusiasma altri attori, e anche gli americani cominciano a dire: "Voglio fare un film con Claire Denis". Sono cose che mi danno molta soddisfazione. Credo che adesso ci sia una nuova generazione di attori che conosce molto bene la storia del cinema. Per un periodo questa attenzione si era persa, oggi tutti conoscono ogni regista d'essai».

Di recente l'abbiamo visto sullo schermo nel ruolo di Antinoo in "Odissea" di Nolan 

Quando ha iniziato a credere nel proprio talento, da attore e produttore?

«Non lo sai mai. In un certo senso, vali quanto il tuo ultimo film. La cosa insolita della recitazione è quanto dipenda dalle opportunità. Puoi essere bravo soltanto in un buon film. Dipendi tantissimo dal gusto di un regista. Le decisioni che prendi, a un certo punto, cominciano a restituirti qualcosa e le persone con cui dovresti lavorare iniziano a cercarti. Ma ci vogliono anni. Anni e anni a cercare di convincere il mondo… Anzi, nemmeno il mondo: devi convincere soltanto poche persone a darti un'opportunità. E quando te la danno, non la devi sprecare».

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