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Brad Pitt, la natura selvaggia e il pollo bollito. “Sul set il cane mi ha insegnato a sopravvivere”

Arriva al cinema “Heart of the beast”, in cui l’attore è un ex ufficiale delle Forze speciali che vive in simbiosi con il proprio pastore tedesco. Un incidente aereo li mette a dura prova
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Occhiali leggermente colorati, giubbotto di jeans sopra una camicia bianca e cravatta rosa, capelli corti, Brad Pitt entra nella piccola sala che il Festival di San Sebastián riserva alle conferenze stampa e che viene trasmessa in streaming in tempo reale in tutto il mondo. Accanto a lui c'è David Ayer, il regista di Heart of the Beast, che lo aveva già diretto in Fury. A 62 anni Pitt attraversa un momento felice di carriera e si racconta con grande serenità e umorismo.

(afp)

Heart of the Beast, accolto molto bene dalle prime recensioni – in sala dal 24 settembre con Eagle - gli affida praticamente il film: pochi dialoghi, il corpo, il volto e un coprotagonista a quattro zampe, il pastore tedesco Odin. Pitt è James Belmont, ex ufficiale delle Forze Speciali, trent'anni nell'esercito, missioni in Iraq e Afghanistan, che dopo il congedo vive in simbiosi con il cane da combattimento cresciuto fin da cucciolo. Un incidente aereo li lascia soli nella natura selvaggia, a 58 miglia dalla strada più vicina. Comincia una lotta per la sopravvivenza, ma Pitt insiste che il film è soprattutto altro: «Per me è una storia d'amore prima ancora che una storia di sopravvivenza. James e Odin si portano entrambi dietro la guerra. Affrontano prove enormi, ma è il loro legame che li spinge a continuare a combattere e ad andare avanti.

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La sceneggiatura lo aveva conquistato subito. “L’ho letta seduto al tavolo della mia cucina e mi sono dovuto fermare diverse volte, metterla giù e allontanarmi. Piangevo in silenzio. Mi aveva davvero, davvero commosso. Quando l’ho riletta la sensazione si è ripetuta. Mi sono detto: non so esattamente che cosa sia, ma qui dentro c'è qualcosa che vale la pena fare, esplorare, sostenere. Così ho chiamato il mio vecchio amico David Ayer siamo partiti”. Più ancora del protagonista, lo aveva colpito il rapporto tra l'uomo e il cane: “Per me era probabilmente meno una questione di James in sé e più del rapporto tra lui e Odin. Quel legame tra un essere umano e un cane è qualcosa di incredibile. L'amore e la gioia, e persino la frustrazione che ho provato con i miei cani, appartengono a un rapporto unico. Volevo fare qualcosa che fosse un tributo a loro e a quello che mi hanno dato. L'amore di un cane è così incondizionato e credo che abbiamo molto da imparare da questo”. Odin è interpretato soprattutto da Uber, un enorme pastore tedesco, ex cane poliziotto passato poi al soccorso. Pitt si è trasferito in Nuova Zelanda tre settimane prima delle riprese per costruire il rapporto con lui e con gli altri tre cani utilizzati nel film, «ho avuto un'esperienza davvero commovente, abbiamo legato rapidamente e cercavamo di fare in modo che per lui ogni giorno fosse un giorno di gioco. Ci sono momenti nel film in cui fa cose incredibili che non erano nella sceneggiatura. Persino certe sue espressioni nei primi piani continuano a commuovermi. Poi c'erano giorni in cui le api, qualche animale che scendeva dalla collina o semplicemente quello che succedeva nel bosco erano molto più interessanti di noi attori. Così ho imparato a essere attore, addestratore, attore, addestratore, anche dentro la stessa scena. E grazie a Dio c'era il pollo. Il pollo bollito era il suo preferito. Ancora oggi non riesco a sopportarne l'odore”.

Il cane, ammette ridendo, qualche volta gli ha anche rubato la scena. “Nessun comportamento da prima donna. Certo, era il numero uno, la priorità assoluta. Ma si è comportato benissimo. E sì, in un paio di momenti ha rubato la scena a Brad. Ma sapevamo che sarebbe successo”. Le riprese sono state fisicamente dure. Nuova Zelanda, boschi, montagne, ghiacciai, pioggia e freddo. «È stato bellissimo. Eravamo in posti meravigliosi, anche se eravamo bagnati e infreddoliti dodici ore al giorno. Non avevamo roulotte, stavamo seduti sui tronchi. Ma tutti erano pronti alla sfida. Essere là fuori con questa magnifica bestia è stato davvero speciale». In alcune location, racconta, persino trovare acqua calda per prepararsi un tè era difficile e per raggiungere un bagno bisognava camminare dieci minuti. Parlando di un uomo addestrato a sopravvivere praticamente a tutto, Pitt finisce per raccontare qualcosa di sé. Durante la preparazione ha lavorato con survivalisti, specialisti militari e addestratori. Da loro ha imparato un principio che gli è rimasto addosso: “Mi dicevano che tutto sta nelle piccole vittorie. Avrai delle perdite, soffrirai, proverai dolore. Devi soltanto arrivare alla prossima piccola vittoria. E ho pensato che fosse molto vero anche nella vita. Quando attraversiamo momenti difficili non dobbiamo pensare al quadro generale. Devi arrivare alla prossima piccola vittoria. Anche soltanto trovare qualcosa da mangiare”. Gli viene chiesto che cosa, nella vita. Vera, lo ha aiutato nei momenti più difficili: “Quando penso ai miei giorni più bui, sono state certamente le relazioni più strette quelle sulle quali mi sono appoggiato maggiormente. Gli amici, gli amici più cari, pochi, e la famiglia. Sono stato molto aperto sulle mie difficoltà. E poter essere così libero con persone che sai che ti amano, che sai che ti coprono le spalle e che tu ami a tua volta, è tutto. È tutto”.

A 62 anni il divo che dagli Ottanta Hollywood ha utilizzato come incarnazione della bellezza maschile sembra interessato soprattutto a personaggi segnati dal tempo. E questo è un momento particolare, sta per tornare sullo schermo con Cliff Booth, la controfigura di Rick Dalton, il divo in declino interpretato da Leonardo DiCaprio in Once Upon a Time... in Hollywood. Quel ruolo gli consegnò nel 2020 l'Oscar come miglior attore non protagonista. Ora Cliff torna in Le nuove disavventure di Clif Booth. La sceneggiatura è ancora di Quentin Tarantino, ma dietro la macchina da presa c'è David Fincher, con cui Pitt ha fatto Se7en, Fight Club e Il curioso caso di Benjamin Button. Il film arriverà in sala il 26 novembre, e sarà poi disponibile dal 23 dicembre su Netflix.Intanto Pitt difende quel cinema adulto di medio budget che negli ultimi anni ha fatto sempre più fatica a esistere. “I film sono diventati molto costosi. I grandissimi film riescono a recuperare gli investimenti e lo stesso vale per gli indipendenti a basso budget. Ma tutta quella fascia intermedia, tra i 30 e gli 80 milioni, ha avuto enormi difficoltà a essere realizzata. E guarda caso è proprio lì che finisco spesso io. Adesso però i costi possono scendere e spero davvero che questi film abbiano ancora una vita” .

Quanto al cinema indipendente, non condivide il pessimismo. «Penso che la situazione attuale gli sia stata in realtà molto favorevole, perché molti più occhi riescono ad arrivare su questi progetti. Ho la sensazione che sia forte quasi quanto nei Novanta». Alla fine, però, torna ancora una volta a Heart of the Beast. A due reduci, un uomo e un cane, che dopo aver conosciuto la guerra devono imparare che cosa farsene della pace. “I militari non subiscono soltanto danni fisici. Possono esserci ferite morali, ferite psichiche. E il ritorno può essere profondamente destabilizzante. James e Odin hanno entrambi conosciuto la perdita, hanno visto cose terribili. Adesso stanno provando la pace, stanno cercando di capire come si vive in quel mondo”. E parlando del presente allarga ancora il discorso: «Penso che potremmo dedicare più tempo a ciò in cui siamo uguali, che rappresenta il 98 per cento della questione, a quello che ci lega, che ci mette in connessione. Potremmo ascoltarci meglio attraverso le linee che ci dividono. Ma forse possiamo semplicemente cominciare a prenderci cura delle persone che abbiamo intorno e assicurarci che stiano bene. Se lo facessero tutti, direi che sarebbe già un buon punto da cui cominciare

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