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Paola Malanga: “La Festa del cinema di Roma: variegata e pop per poter raccontare in nostro tempo”

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La direttrice presenta la nuova edizione della kermesse: “I giovani sono assolutamente fondamentali. Bisogna assicurare loro le migliori condizioni possibili”
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Direttrice Paola Malanga, tre aggettivi per definire questa edizione della Festa di Roma che s'apre il 13 ottobre?

"Contemporanea, variegata e pop".

Il presidente Nastasi dice: "Non vogliamo orientare il pubblico, ma offrirgli possibilità di scelta". Cinema indipendente e grande pubblico, divi, opere prime, serie, musica: qual è il filo che tiene insieme una Festa così larga?

"Il pubblico plurale di una città metropolitana come Roma. È una composizione non casuale, all'interno della quale ciascuno può ritagliarsi un proprio percorso di visione".

(agf)

Dai film emerge un presente fatto di guerre, migrazioni, lavoro, crisi economica, violenza sulle donne, identità. Ma spesso passa attraverso storie familiari, storie di formazione, anche attraverso il cinema di genere. È cambiato il modo in cui il cinema riesce a essere politico?

"C'è un aggiornamento, fortunatamente. L'urgenza di sentire e raccontare il…

Direttrice Paola Malanga, tre aggettivi per definire questa edizione della Festa di Roma che s'apre il 13 ottobre?

"Contemporanea, variegata e pop".

Il presidente Nastasi dice: "Non vogliamo orientare il pubblico, ma offrirgli possibilità di scelta". Cinema indipendente e grande pubblico, divi, opere prime, serie, musica: qual è il filo che tiene insieme una Festa così larga?

"Il pubblico plurale di una città metropolitana come Roma. È una composizione non casuale, all'interno della quale ciascuno può ritagliarsi un proprio percorso di visione".

(agf)

Dai film emerge un presente fatto di guerre, migrazioni, lavoro, crisi economica, violenza sulle donne, identità. Ma spesso passa attraverso storie familiari, storie di formazione, anche attraverso il cinema di genere. È cambiato il modo in cui il cinema riesce a essere politico?

"C'è un aggiornamento, fortunatamente. L'urgenza di sentire e raccontare il proprio tempo rimane, ed è questa la cosa interessante. Rimane anche nelle generazioni più giovani, che magari non hanno una grande memoria diretta e a volte la recuperano attraverso ricerche familiari, ma sentono comunque l'aria pesante del tempo".

Sei dei diciotto film in concorso sono diretti da donne. Conta lo sguardo di chi seleziona?

"Probabilmente sì. A me, a noi, è venuto molto naturale. Non è la prima volta, ci sono stati anni in cui le donne in concorso erano addirittura di più. La percentuale di quest'anno mi sembra molto corrispondente alla realtà, perché è chiaro che c'è ancora una forte disparità di genere. Senza forzature, la selezione riflette la situazione. Probabilmente uno sguardo femminile può essere anche più portato verso un altro sguardo femminile, poi ognuno fa le proprie valutazioni".

E nei film delle registe c'è qualcosa che accomuna il modo di raccontare le donne?

"Fortunatamente le registe si occupano dei temi più diversi. Certamente cercano anche di portare all'attenzione temi che sono stati appannaggio delle donne, di raccontare le donne. Ma in selezione si vede bene che ci sono anche molti uomini che lo fanno. Melania Rea è diretta da Stefano Mordini, il quarto film di Diego Luna è una storia completamente femminile, tratta dal romanzo di Brenda Navarro. E abbiamo un documentario sulle iraniane che a Torino formano una squadra di calcio e si ritrovano contro la loro comunità, ma anche quello è diretto da un uomo. Ci sono donne che raccontano molto le donne, ma fortunatamente ci sono anche molti uomini".

Il sessanta per cento del vostro pubblico è giovane. Quanto è importante il ricambio generazionale e quanto avete lavorato, anche sulla scorta del successo degli ultimi anni, pensando a quel pubblico e ai nuovi autori?

"I giovani sono assolutamente fondamentali, perché sono anche il nostro futuro oltre che il loro, e forse bisognerebbe cercare di assicurargliene uno possibilmente migliore. Quello che ho visto in questi anni è un pubblico giovane che si appassiona, studia il programma, corre da un film all'altro magari con un panino in mano. Mi fa molto piacere anche per ragioni personali, perché da quando avevo diciott'anni, l'età minima per partecipare a un festival, anch'io facevo così. Almeno per quanto riguarda i festival, e la Festa di Roma in particolare, vedere le sale affollate di giovani e vedere che è possibile ancora lasciare un testimone è una bellissima soddisfazione".

C'è molto cinema italiano, e molto diverso.

"Alla Festa di Roma c'è sempre molto cinema italiano, a partire dal film di apertura, che ormai è una costante e una cifra precisa, e poi in tutte le sezioni. Ci sono anche molti documentari di vario genere e trovo questo molto interessante. È una finestra che si apre, a volte si spalanca, sulla realtà, ed è sempre più necessaria visto che la realtà viene spesso filtrata da una comunicazione molto veloce o dai social, che spesso la impoveriscono, per non parlare delle falsificazioni. C'è invece l'urgenza di guardarsi attorno, di non guardare soltanto a sé ma al mondo, vicino e lontano. Mi sembra una cosa molto bella per il cinema italiano. Anche perché spesso le storie vere, le storie reali, riescono a coinvolgere il pubblico molto più di quanto a volte possa fare la finzione".

Il documentario è un indicatore della vitalità del nostro cinema?

"Secondo me sì. È un elemento che misura la vitalità di un cinema. A volte è un elemento un po' carsico, che non ha grande visibilità e grande spazio, ed è per questo che cerchiamo di darglielo. Perché è una sorgente sempre viva e fresca anche per alimentare il cinema di finzione, le serie, tutto quello che non è cinema documentario".

Roma cade nel pieno della stagione delle uscite. Un passaggio alla Festa riesce davvero a spostare qualcosa per un film quando arriva in sala?

"È qualcosa a cui avevo pensato fin dall'inizio, anche per la mia esperienza precedente nelle acquisizioni, nella produzione e nella distribuzione. Quando mi sono messa a studiare il contesto, anche temporale, della Festa di Roma, è chiaro che ho pensato alle uscite. Sapevo benissimo che questo è il momento della ripresa della sala, percepito così anche dal pubblico. Banalmente cambia la temperatura e ci si rifugia più volentieri in una sala chiusa. Volevo che quello che mi sembrava un punto di forza della Festa venisse tenuto presente. E in effetti funziona".

Le serie ormai sono una presenza stabile. Quest'anno sono undici. Quanto sono diventate parte dell'identità della Festa?

"Le serie ci sono sempre state, fanno parte di Freestyle. Quest'anno i titoli sono undici, abbiamo due serie internazionali, di cui una in prima mondiale, e c'è anche una serie documentaria. Continuiamo a tenere sott'occhio quello che accade nel mondo seriale".

E la musica non sembra più una variazione sul programma, ma una vera linea editoriale.

"Assolutamente. Io sono un'appassionata di musica anche a livello personale, l'Auditorium è un Parco della Musica e la musica è qualcosa di universale, in grado più di tutte le altre arti di abbattere qualunque barriera. Quindi sta benissimo alla Festa di Roma".

Roma arriva dopo Venezia, Toronto e gli altri grandi appuntamenti d'autunno. Quanto è difficile riportarla stabilmente nel circuito internazionale e convincere divi e autori a venire?

"È il frutto di un lavoro enorme fatto in questi anni. Uno dei miei obiettivi era proprio ricollocare pienamente la Festa di Roma nel circuito dei festival dell'autunno sul piano internazionale. Quest'anno avremo Bardem, Julianne Moore, Paul Giamatti, Paul Bettany, Diego Luna, Tim Roth, grandi attrici europee come Fanny Ardant, Barbara Sukowa, Charlotte Gainsbourg, Sandra Hüller, Vicky Krieps. E poi le giovani generazioni, Jenna Ortega, Deva Cassel, Victoria Luengo, Anthony Ippolito. Per le serie arriveranno Naomi Watts, Kim Kardashian, Niecy Nash e Sarah Paulson. E poi praticamente tutti gli italiani, i campioni sportivi, i musicisti. Stiamo aspettando anche altre conferme".

Quanto pesa la città nella capacità della Festa di attirare divi e pubblico?

"Roma conta moltissimo. È una Festa che consente di ricevere l'abbraccio del pubblico, anche dalla Cavea, con un tappeto rosso molto lungo. E poi è vero, si respira l'aria di festa. Questa natura originaria non soltanto non è stata tradita, ma è stata potenziata, estendendola anche a un cinema magari più di nicchia e sperimentale. I tappeti rossi non riguardano soltanto i film programmati all'Auditorium, ma anche altri luoghi, come il MAXXI, la Casa del Cinema, l'Olimpico. C'è la possibilità di fare festa in senso pieno. E di fare festa andando al cinema, entrando nelle sale. Non soltanto facendo un autoscatto, ma andando a vedere un film".

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