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Cinema, gli autori resistono ai film scritti con l’IA: “Le manca creatività”

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Sceneggiatori, registi e produttori a confronto con le nuove tecnologie. “Utili per ricerche e refusi ma dicono anche stupidaggini”
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L’intelligenza artificiale è già entrata nella stanza degli sceneggiatori. Fa ricerche, traduce copioni, corregge refusi, suggerisce soluzioni. E si sta allenando per sostituirli. Silvio Soldini la vede nera: «Lentamente stiamo consegnando a quella roba lì tutto il nostro sapere. E consegneremo anche la facoltà di fare le cose, perché è molto più semplice dirle: fai questa roba tu. A un certo punto credo che l’umanità non sarà più capace di farle». Alla Maddalena, dove Annamaria Granatello riunisce per il premio Solinas i più importanti autori di cinema e serialità italiana, tre generazioni raccontano il rapporto con la nuova tecnologia.

Silvio Soldini

 

Silvio Soldini

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Si parte dalla pratica. Stefano Sardo, sceneggiatore di Il ragazzo invisibile e L’arte della gioia, la paragona al Gps: «Puoi avere un feedback quando sei da solo. Magari le chiedi: se dovessi fare il pittore all’epoca di N…

L’intelligenza artificiale è già entrata nella stanza degli sceneggiatori. Fa ricerche, traduce copioni, corregge refusi, suggerisce soluzioni. E si sta allenando per sostituirli. Silvio Soldini la vede nera: «Lentamente stiamo consegnando a quella roba lì tutto il nostro sapere. E consegneremo anche la facoltà di fare le cose, perché è molto più semplice dirle: fai questa roba tu. A un certo punto credo che l’umanità non sarà più capace di farle». Alla Maddalena, dove Annamaria Granatello riunisce per il premio Solinas i più importanti autori di cinema e serialità italiana, tre generazioni raccontano il rapporto con la nuova tecnologia.

Silvio Soldini

 

Silvio Soldini

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Si parte dalla pratica. Stefano Sardo, sceneggiatore di Il ragazzo invisibile e L’arte della gioia, la paragona al Gps: «Puoi avere un feedback quando sei da solo. Magari le chiedi: se dovessi fare il pittore all’epoca di Napoleone, chi sarebbe il mio committente?». Serve a velocizzare una ricerca, a trovare un dettaglio plausibile, a tradurre, «scrivo un copione in italiano e mezz’ora dopo ce l’ho in inglese. Sono enormi comodità di processo». Diverso è quando entra nel rapporto tra autore ed editor: «Mi capita di ricevere note fatte chiaramente con le intelligenze artificiali. E questo mi fa girare le balle. Il rapporto tra autore ed editor dovrebbe essere un dialogo. Se dall’altra parte c’è la somma di tutte le teste che fa la media per compiacermi, non mi interessa».

Ippolita Di Majo e Mario Martone

 

Ippolita Di Majo (Il giovane favoloso, Fuori), mette in discussione anche la funzione di alleviare la fatica «vengo dall’Università, per me fare le ricerche è un piacere».

Doriana Leondeff (Pane e tulipani) ha iniziato osservando i colleghi più giovani, che nelle serie se ne servivano. Poi ha provato: «Per avere risultati ci vuole molto tempo. Devi applicarti, allenarla». Su un personaggio, racconta, «continuava a propormi una soluzione e io dicevo: ma no, è un cliché. La prima opzione ti fa cadere le braccia. Se instauri un dialogo, puoi arrivare a qualcosa». Per lei è soprattutto una questione culturale: «Più strumenti hai, più puoi gestire l’IA, altrimenti sei esposto».

Riccardo Tozzi 

 

Sulla creatività, però, il fronte è compatto. Il produttore Riccardo Tozzi, fondatore di Cattleya, va alla natura della tecnologia: «Tutti ne facciamo uso per aiutarci. Come sostituzione creativa, invece, non ne vedo traccia. È una tecnologia probabilistica. Il mestiere che facciamo noi, quando ci riesce, consiste esattamente nello sfuggire al probabile. La creatività è quello scostamento». Una sceneggiatura fatta con l’IA «si riconosce. Ma il pericolo è che si producano testi meccanici e noi ci abituiamo a leggerli». Anche per Ilaria Macchia, sceneggiatrice di Le assaggiatrici, «il rischio è la normalizzazione». Federica Corti, che con Michela Nuti ha vinto Solinas Experimenta Serie con Mèsa - su una cantante che lascia il palco per un impiego alle Poste — le affida solo il ruolo di “occhio digitale” per i refusi di fine giornata: «Dal punto di vista creativo è inutile, toglie qualsiasi guizzo, Quando mi accorgo che certe forme di scrittura sono tipiche dei chatbot, modifico la mia». Nuti aggiunge un timore: «Non sappiamo come evolverà. Il rischio è l’impoverimento del pensiero».

Poi ci sono i diritti. Leondeff racconta il braccio di ferro in corso sui contratti e sull’utilizzo dei materiali tra autori e piattaforme. Guarda all’Europa Michele Pellegrini, sceneggiatore e vicepresidente di Writers Guild Italia: «Dobbiamo essere istituzionalmente forti. Va monitorata e arginata, o ci va di mezzo la proprietà intellettuale». L’AI Act europeo impone obblighi sul copyright e sulla trasparenza dei contenuti usati per l’addestramento. Negli Usa la Writers Guild ha stabilito che l’IA non è una sceneggiatrice e i suoi testi non sono “literary material”, rafforzando nel 2026 le tutele sull’uso delle opere degli autori per addestrarla. E c’è il problema degli errori. Pellegrini, durante le ricerche per una serie, si è imbattuto in informazioni sbagliate scoperte solo sugli almanacchi. Soldini aveva chiesto di una persona dell’Ottocento e «ho scoperto solo controllando che ne aveva fuse due diverse». Per lui anche quando ci azzecca, l’IA resta una minaccia: «Non saremo più capaci, dovremo per forza chiedere a questi alieni. E lì sarà un casino».

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