È l’anno di Stanley Tucci. L’attore, 65 anni, è tornato nei panni di Nigel in Il diavolo veste Prada 2, continua a raccontare il nostro Paese nella serie Tucci in Italy e adesso diventa un ladro alla Arsenio Lupin in Masterplan, commedia destinata a Prime Video in cui coinvolge due giovani “specialisti” di colpi in un progetto folle: rubare la Gioconda al Louvre, sostenendo nel frattempo di essere loro padre. Il film si svolge tra Italia e Francia e i due giovani al suo fianco sono Simona Tabasco attrice napoletana candidata agli Emmy per The White Lotus 2e Victor Belmondo, nipote di Jean-Paul Belmondo, monumento del cinema francese.
Lo incontriamo via Zoom. Camicia scura, occhiali dalla spessa montatura nera, alle spalle un arredamento elegante e s…
È l’anno di Stanley Tucci. L’attore, 65 anni, è tornato nei panni di Nigel in Il diavolo veste Prada 2, continua a raccontare il nostro Paese nella serie Tucci in Italy e adesso diventa un ladro alla Arsenio Lupin in Masterplan, commedia destinata a Prime Video in cui coinvolge due giovani “specialisti” di colpi in un progetto folle: rubare la Gioconda al Louvre, sostenendo nel frattempo di essere loro padre. Il film si svolge tra Italia e Francia e i due giovani al suo fianco sono Simona Tabasco attrice napoletana candidata agli Emmy per The White Lotus 2e Victor Belmondo, nipote di Jean-Paul Belmondo, monumento del cinema francese.
Lo incontriamo via Zoom. Camicia scura, occhiali dalla spessa montatura nera, alle spalle un arredamento elegante e sobrio. Ha la consueta gentilezza, un aplomb acquisito negli anni londinesi, mescolato a quell’ironia leggera con cui sembra prendere poco sul serio soprattutto sé stesso. Attore, regista, produttore, Tucci osserva con qualche preoccupazione la concentrazione sempre maggiore dell’industria hollywoodiana nelle mani di pochi grandi gruppi: “È ciclico. I monopoli sono sempre stati creati e poi smantellati. E poi vengono creati di nuovo. Sembra quasi una tendenza sistemica delle società capitalistiche”. Alla domanda se consideri positivi i grandi conglomerati la risposta è secca: “No, non proprio”. Ma resta convinto che l’equilibrio cambierà ancora, “dovrà cambiare. Le persone vorranno che cambi e cambierà”.
Allo stesso tempo considera una conquista la possibilità offerta dalle piattaforme di rendere immediatamente internazionale una storia nata in Italia, in Francia o in qualunque altro Paese. “Oggi ci sono moltissime storie, tantissimi film e serie. Se puoi portarli rapidamente davanti a un pubblico globale è fantastico. Un film svedese può avere un enorme successo, una serie italiana può diventare un successo globale, così come un film francese. Prima non sarebbe potuto succedere”. E aggiunge che questo non significa affatto rinunciare al cinema: “Credo ancora che le persone debbano andare in sala”.
Masterplan, coproduzione tra Italia e Francia, vive anche di quell’Europa di lingue e identità diverse che oggi sembra meno scontata di qualche anno fa. Figlio di una famiglia di origine italiana, Tucci guarda senza indulgenza alla nuova stagione dei nazionalismi e alla crescente ostilità verso l’immigrazione. “Abbiamo già visto tutto questo nel corso dei secoli. Purtroppo non impariamo dai nostri errori”. E aggiunge: “Le statistiche dimostrano che l’immigrazione aiuta una cultura”. Oggi, osserva, guerre, cambiamento climatico e povertà estrema costringono sempre più persone a partire. “Questa situazione l’abbiamo creata noi e dobbiamo trovare il modo di uscirne. Non credo che i rifugiati o gli immigrati siano quelli da incolpare”.
Gli facciamo notare che, almeno visto da fuori, questo sembra un anno eccezionalmente pieno, tanto nella vita artistica quanto in quella personale. Tucci sorride. “È stato un periodo molto impegnativo e adesso sto rallentando un po’. Ho girato la serie che faccio in Italia, stavolta ho lavorato nel Regno Unito e ora siamo in fase di montaggio. Ci resta ancora un episodio da girare e questo mi porterà fino al prossimo anno. Poi forse farò qualcosa come attore. Non lo so ancora. È stato molto intenso, ma bello. Adesso sto cercando di capire che cosa fare dopo”.
Il titolo del nuovo film offre inevitabilmente il pretesto per chiedergli quanto sia, nella vita, un uomo da grandi piani: “Ogni tanto faccio dei piani, ma spesso non funzionano. Per fortuna qualche volta sì. Solo che di solito ci vuole un po’ più tempo di quanto avessi immaginato”. In Masterplan, dal 16 ottobre su Prime Video, il piano è invece gigantesco. A convincerlo è stata innanzitutto la sceneggiatura: “Era molto divertente e anche un po’ folle. Mi piaceva proprio per questo. Non avevo mai interpretato un personaggio del genere ed è stato molto divertente”. Quanto alla Gioconda, capisce perfettamente perché continui da secoli a esercitare lo stesso potere, “basta osservarla. È incredibilmente affascinante. Non perde mai il suo mistero, per quante volte la si guardi”.
Dietro la rapina il film mette insieme anche due generazioni. Tucci dice di essersi divertito con gli attori più giovani, anche se ormai, scherza, “quasi ogni film che faccio ha un cast più giovane”. Diffida però delle generalizzazioni sui ragazzi di oggi. “Alcuni giovani sono pigri, altri non lo sono. È sempre stato così”. Quello che è davvero cambiato è il rapporto con la tecnologia. I social, osserva, hanno permesso a moltissimi ragazzi “di far sentire la propria voce e mostrare il proprio talento”, ma allo stesso tempo possono essere “incredibilmente dannosi”. Per questo sarebbe favorevole a ritardarne l’accesso: “Non vedo il motivo per cui i bambini debbano usare i social quando sono troppo piccoli. Si perde il contatto con il mondo reale. Dobbiamo stare molto attenti che le nuove generazioni non vengano formate nel vuoto dei social media”. Tecnologia che, per un attore, significa ormai inevitabilmente anche intelligenza artificiale. Tucci racconta di essersi già fatto digitalizzare. “Passi alcune ore e creano, diciamo, una tua versione digitale, che poi possiedi. Io l’ho fatto. Così se un giorno, quando non ci sarò più, qualcuno volesse usare la mia immagine, dovrebbe pagare e il denaro andrebbe alla mia famiglia. Credo sia molto importante”.
Dell’IA vede entrambe le facce. “È straordinaria per moltissime ragioni, ma è anche davvero molto, molto spaventosa”. Non crede però alla morte degli attori. Immagina piuttosto l’ennesimo movimento del pendolo. “Ci sarà un periodo in cui tutti saranno presi dal virtuale e magari vedremo l’IA che ricrea questo o quell’attore. Poi però la gente dirà: voglio vedere una persona vera davanti a me. E magari il teatro tornerà ancora più forte. Credo che continueremo ad andare avanti e indietro così”.
Del resto il teatro è proprio il luogo al quale Tucci pensa quando gli si domanda se abbia voglia di tornare dietro la macchina da presa. Non necessariamente al cinema. “Non sono così sicuro di voler dirigere ancora film. Mi piacerebbe dirigere di nuovo uno spettacolo teatrale. Ne ho diretto uno a Broadway molto tempo fa. È qualcosa che vorrei rifare. A meno che non arrivi una storia che senta davvero il bisogno di raccontare. Allora sarebbe diverso”. Nel film c’è infine una famiglia improbabile e forse perfino inventata. Nella vita Tucci di figli ne ha cinque e dice che, se spera di aver trasmesso loro qualcosa, riguarda soprattutto due delle sue passioni. “Mio figlio maggiore è uno chef e ai più piccoli piace cucinare. Tutti e cinque amano mangiare, cosa che mi rende molto felice. Apprezzano il cibo e apprezzano l’arte. Se sono riuscito a dare loro qualcosa, spero siano queste cose”. E se davvero, come il suo personaggio, potesse mettere a segno il colpo perfetto e portarsi a casa un’opera d’arte? Tucci sorride e precisa che non ruberebbe niente. Poi però sceglie: “Una scultura di Alberto Giacometti. Amo il suo lavoro. Le trovo incredibili”.