Ava DuVernay: “Il mio doc sul 14esimo emendamento e lo ‘ius soli’ perché dobbiamo aprire gli occhi”
di Filippo BrunamontiNew York - “Chi di noi conta davvero?” A meno di un mese dalle elezioni di midterm negli Usa, se lo domanda Ava DuVernay, una delle voci più autorevoli nel panorama culturale americano, capace di muoversi tra lavori d’autore (Origin), produzioni ad alto budget (l’adattamento Disney Nelle pieghe del tempo) e serie di successo (When they see us). Dal legame tra discriminazione razziale e sistema giudiziario (13th) alla sfida del primo film mai realizzato su Martin Luther King dietro la macchina da presa (Selma), la regista e produttrice afroamericana combina impegno, giustizia sociale e uno sguardo ai diritti civili che ricorda Gordon Parks e Haile Gerima. Per la piattaforma di Ted Sarandos aveva già realizzato il documentario sul XIII emendamento, mettendone in luce un punto oscuro: nell’abolire la schiavitù, il testo prevedeva un’eccezione per chi era stato condannato per un reato. Da quella clausola, inserita di proposito, sarebbe nata l’incarcerazione di massa che domina le news anc…
New York - “Chi di noi conta davvero?” A meno di un mese dalle elezioni di midterm negli Usa, se lo domanda Ava DuVernay, una delle voci più autorevoli nel panorama culturale americano, capace di muoversi tra lavori d’autore (Origin), produzioni ad alto budget (l’adattamento Disney Nelle pieghe del tempo) e serie di successo (When they see us). Dal legame tra discriminazione razziale e sistema giudiziario (13th) alla sfida del primo film mai realizzato su Martin Luther King dietro la macchina da presa (Selma), la regista e produttrice afroamericana combina impegno, giustizia sociale e uno sguardo ai diritti civili che ricorda Gordon Parks e Haile Gerima. Per la piattaforma di Ted Sarandos aveva già realizzato il documentario sul XIII emendamento, mettendone in luce un punto oscuro: nell’abolire la schiavitù, il testo prevedeva un’eccezione per chi era stato condannato per un reato. Da quella clausola, inserita di proposito, sarebbe nata l’incarcerazione di massa che domina le news ancora oggi. Dieci anni più tardi, di nuovo per Netflix, DuVernay sposta l’obiettivo dal carcere a una questione più urgente: chi ha davvero diritto di essere considerato cittadino americano.
“Prima di iniziare il progetto, del XIV emendamento non sapevo nulla al di là dello ius soli”, ammette all’anteprima di 14th al New York Film Festival. “Ora invece so con certezza che ci troviamo nel mezzo di qualcosa di molto pericoloso. Dobbiamo aprire gli occhi”. Per quasi un secolo e mezzo gli americani hanno coltivato la rassicurante illusione che i loro diritti fondamentali fossero cardini permanenti dell’esperimento democratico: diventare cittadini per il solo fatto di essere nati nel Paese, camminare per strada senza temere arresti arbitrari da parte dello Stato, pretendere eguale tutela davanti alla legge. Ma nel suo nuovo documentario, su Netflix a partire dal 9 dicembre, DuVernay mette lo spettatore di fronte a una rivelazione agghiacciante. Quei diritti non sono garantiti per sempre, e il tessuto costituzionale che li tiene insieme viene via via strappato lungo le cuciture, in modo deliberato e sistematico. L’impalcatura giuridica, nata per proteggere una democrazia multirazziale, sta subendo, sotto gli occhi dei media, un attacco frontale e coordinato.
14th si apre proprio con una sequenza spiazzante di giuramenti presidenziali che attraversa le generazioni. Un montaggio incalzante mostra un leader dopo l’altro giurare di preservare, proteggere e difendere la Costituzione degli Stati Uniti. Da Franklin D. Roosevelt a John F. Kennedy, da Ronald Reagan e Bill Clinton fino a Barack Obama, la storia americana sfila come un solenne rosario di fedeltà istituzionale, dove la stessa identica formula rituale viene ripetuta a mo’ di dogma. Poi, la catena si spezza. Messo di fronte alla domanda elementare di una giornalista che, per Meet the Press, gli chiede se non abbia il dovere di difendere la carta fondamentale del Paese, Donald Trump alza le spalle e riduce il destino della democrazia a una noiosa vertenza immobiliare: “Non lo so. Devo rispondere dicendo ancora una volta che ho dei brillanti avvocati che lavorano per me”.
Da questa frattura, la giurista Sherrilyn Ifill, presidente e direttrice generale del Naacp Legal Defense and Educational Fund, introduce la tesi su cui poggia l’intero documentario: l’America è governata da due Costituzioni distinte. La prima, ratificata nel 1789 da figure storiche ben note come Alexander Hamilton, James Madison e Thomas Jefferson, “istituzionalizzò” la schiavitù e ridusse le persone nere a tre quinti di un essere umano. La seconda nacque nel 1866, dopo che la Guerra civile aveva falciato settecentomila vite, come un azzeramento radicale e di vasta portata. La redasse un gruppo di Secondi Padri Fondatori i cui nomi sono stati scientemente cancellati dalla memoria collettiva. DuVernay restituisce loro il posto che meritano. Ci sono John Bingham, principale architetto della Sezione 1, e Thaddeus Stevens e Lyman Trumbull, che con il primo Civil Rights Act cercarono di smantellare l’oligarchia del colore della pelle. E ancora, agitatori come Charles Sumner e Frederick Douglass, che immaginavano una repubblica inclusiva e multirazziale.
DuVernay presenta il XIV Emendamento come il vero motore della democrazia americana, concepito per colmare le lacune del XIII. Con un’analisi giuridica, scompone le cinque sezioni dell’emendamento e mostra come ogni riga sia stata pensata per “proteggere”. La Sezione 1 sancì la cittadinanza per nascita, stabilendo che a determinarla fosse il suolo, e non il sangue, la razza o la condizione dei genitori. Ribaltò così la famigerata sentenza Dred Scott e garantì a tutte le persone il giusto processo e l’eguale protezione delle leggi. La Sezione 2 introdusse un sistema sanzionatorio che riduce la rappresentanza al Congresso di uno Stato che privi del voto elettori aventi diritto. La Sezione 3 escluse automaticamente dai pubblici uffici futuri gli insorti che avessero violato il giuramento prestato. La Sezione 4 tutelò il debito nazionale contratto per salvare l’Unione e vietò tassativamente di usare fondi pubblici per risarcire gli insorti, mentre l’ultima attribuì espressamente i poteri di attuazione al Congresso, e non all’esecutivo né al potere giudiziario.
Il film esamina il decennio della Ricostruzione radicale, il breve momento in cui una democrazia multirazziale funzionò davvero sul suolo del Sud. Oltre mille uomini black ricoprirono cariche pubbliche come sindaci, direttori di uffici postali e deputati. Fiorirono scuole pubbliche, università, chiese. Arriva la rivelazione centrale, e più amara, dell’arco storico del doc: la Ricostruzione non fallì per incompetenza interna, fu distrutta con la violenza dal terrorismo suprematista bianco. Tra il 1865 e il 1877 oltre duemila linciaggi documentati e massacri a opera di bande armate alimentarono una campagna di terrore nata in patria. Alla fine dell’Ottocento una Corte Suprema reazionaria svuotò i poteri di attuazione dell’emendamento e fece sprofondare il Paese nell’era di Jim Crow. Solo il Movimento per i diritti civili ne avrebbe riattivato il nucleo giuridico.
14th racconta poi come la sconfitta militare sia stata trasformata in propaganda culturale attraverso la mitologia della Causa Perduta. La campagna, guidata negli anni Novanta dell’Ottocento dalle United Daughters of the Confederacy, modificò i libri di testo scolastici per rappresentare la Guerra civile come una nobile difesa dei diritti degli Stati anziché come una lotta per preservare la schiavitù. Migliaia di monumenti confederati furono innalzati nelle piazze per occupare lo spazio pubblico e imporre la propria versione della storia. Intere generazioni hanno assorbito nel tempo questo suprematismo bianco “soft” attraverso la cultura popolare. DuVernay contrappone quel sottile indottrinamento alle battaglie odierne sulla rimozione dei monumenti, tra cui lo smantellamento - ad altissima sicurezza - della statua di Robert E. Lee a Richmond. A eseguirlo fu l’impresa Team Henry, sotto minacce di morte e con tiratori scelti a fare da guardia.
DuVernay intreccia immagini d’archivio dei cliché hollywoodiani, come la vita idealizzata nelle piantagioni di Via col vento o la disinvolta nostalgia ribelle della bandiera confederata dipinta sul cofano del General Lee in Hazzard. In questo modo rivela come il cinema di finzione abbia insegnato a milioni di spettatori a recepire e far propri i simboli della supremazia bianca come innocuo folclore americano. Nella sua svolta strutturale più potente, 14th traccia una linea diretta tra la Causa Perduta e l’odierno movimento Maga, collegando il revisionismo del passato alle sollevazioni politiche contemporanee. Il 6 gennaio 2021, centocinquantotto anni dopo l’emanazione del Proclama di Emancipazione di Lincoln durante la Guerra civile, la bandiera confederata ha fatto irruzione nella Rotonda del Campidoglio degli Stati Uniti per la prima volta nella storia americana. DuVernay denuncia due gravi fallimenti costituzionali legati a quell’evento. Il primo è il rifiuto di applicare la Sezione 3 per escludere figure chiave dalla corsa a cariche pubbliche. Il secondo, la violazione della Sezione 4 attraverso la grazia presidenziale concessa a oltre millecinquecento imputati del 6 gennaio, insieme alla proposta di stanziare un fondo da 1,776 miliardi di dollari di denaro dei contribuenti per risarcirli. Una parte dell’emendamento, appunto, riguarda il debito pubblico e stabilisce che il denaro dei contribuenti, sia a livello federale che statale, non può essere usato per saldare i debiti di coloro che si ribellano contro gli Stati Uniti.
Questa crisi costituzionale, che travalica gli schieramenti, porta voci inattese tra gli intervistati del film. L’ex senatore repubblicano dell’Arizona Jeff Flake, presente nel panel, racconta perché ha scelto di partecipare al documentario nonostante le pressioni del suo partito: “Vengo dall’Arizona, e quando ho sentito il nostro attuale presidente dire ‘mi sbarazzerò del XIV Emendamento’, ho pensato: ‘Ma noi siamo il partito di Lincoln’. Voglio essere una voce per la tradizione del partito”. Applauso in platea. DuVernay ci dice, inoltre, che il suo team ha contattato oltre trecento parlamentari conservatori per garantire la presenza di un ampio ventaglio politico: “Sono offesa da chi mi ha snobbata (ride). Per me la cosa principale era trovare persone che conoscessero la questione e che sapessero raccontarla al pubblico in un modo comprensibile”.
A sostenere la tesi del film è un mosaico straordinario di testimonianze. DuVernay evita la trappola del soliloquio di parte mettendo a confronto figure agli antipodi del Congresso - dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez alla conservatrice Anna Paulina Luna, fino al senatore Alex Padilla e allo stesso Flake - dimostrando come la febbre costituzionale contagi l’intero arco politico. Il rigore giuridico è affidato ad alcune delle menti legali più acute del Paese, oltre a Sherrilyn Ifill, Robert S. Chang (professore di diritto e titolare della cattedra presidenziale Sylvia Mendez per i diritti civili) e la giurista e attivista Stacey Abrams, che sezionano il testo normativo per rivelarne le ricadute sulla vita reale. Ma la forza di 14th sta anche nella sua capacità di dialogare con la contemporaneità e con i linguaggi della cultura pop: le ricostruzioni del passato si alternano ai commenti dello storico conservatore Donald T. Critchlow e alle provocazioni del commentatore politico Hasan Piker. È proprio questo scontro di prospettive a trasformare l’opera in una mappa viva del dibattito americano.
Riflettendo sul proprio percorso tra cinema di finzione e documentario, DuVernay condivide con noi la sua filosofia guida: “È il film a dirti che cosa vuole diventare, e tu speri solo di avere il coraggio di seguirlo”. Non a caso, 14th non si chiude nella rassegnazione, ma con una necessità: un’alfabetizzazione civica radicale. Giuristi e commentatori ricordano al pubblico che un attacco a un solo pilastro del XIV Emendamento è in grado di minacciare i diritti civili di ogni cittadino. Una volta concesso al potere governativo di togliere diritti a un gruppo vulnerabile, il precedente giuridico per toglierli a chiunque è ormai stabilito. Vale a dire: non si torna indietro. Nel suo appello finale, il documentario sostiene che difendere la democrazia impone ai cittadini di disimparare una storia subita passivamente e di calarsi nei panni dei Secondi Padri Fondatori del 1866. La missione, oggi, è diventare gli artefici di qualunque forma assumerà la prossima versione della democrazia americana. “Il mio film ha il suono di una campana di un incontro di boxe” conclude DuVernay. “Voglio che le persone lottino. Voglio che ne escano vigili, consapevoli e con la voglia di battersi per la libertà”.