Silvio Orlando: “Ho temuto di finire nel dimenticatoio. Al cinema questa volta il potere sono io”
di Arianna FinosROMA – In Dio ride di Giovanni Veronesi, in sala, Silvio Orlando è il Cardinale Vincenzo Maculani, chiamato dal Papa a reprimere la predicazione gioiosa di fra Leopoldo, Pierfrancesco Favino.
Cosa di Fra Leopoldo spaventa Maculani, che il frate abbia ragione o che sia più amato di lui?
«La Chiesa non ha mai visto di buon occhio chi le rubava la scena, in un’epoca in cui il verbo era tramandato solo attraverso organi ufficiali. Ciò che nasceva dal basso era guardato con sospetto. Maculani pensa di risolvere la questione del fraticello che parla ai contadini in mezzo pomeriggio. Invece incontra una creatura così piena di vita, gioia, amore che dopo niente sarà come prima».
Veronesi ha detto che Favino è una Ferrari e lei una Rolls-Royce.
«Lo ringrazio. Siamo attori diversi, anche nell’approccio, incarniamo due linee della recitazione italiana, Volonté e Mastroianni, un modo più irruento d’affrontare il personaggio e uno p…
ROMA – In Dio ride di Giovanni Veronesi, in sala, Silvio Orlando è il Cardinale Vincenzo Maculani, chiamato dal Papa a reprimere la predicazione gioiosa di fra Leopoldo, Pierfrancesco Favino.
Cosa di Fra Leopoldo spaventa Maculani, che il frate abbia ragione o che sia più amato di lui?
«La Chiesa non ha mai visto di buon occhio chi le rubava la scena, in un’epoca in cui il verbo era tramandato solo attraverso organi ufficiali. Ciò che nasceva dal basso era guardato con sospetto. Maculani pensa di risolvere la questione del fraticello che parla ai contadini in mezzo pomeriggio. Invece incontra una creatura così piena di vita, gioia, amore che dopo niente sarà come prima».
Veronesi ha detto che Favino è una Ferrari e lei una Rolls-Royce.
«Lo ringrazio. Siamo attori diversi, anche nell’approccio, incarniamo due linee della recitazione italiana, Volonté e Mastroianni, un modo più irruento d’affrontare il personaggio e uno più felpato. Io appartengo alla seconda categoria, fatte le distanze possibili da quel mondo di cinema che oggi forse non esiste più».
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Due modalità che si sfidano?
«Era la mia paura, che diventasse uno scontro di performance, il rischio dell’ego esiste. Invece abbiamo trovato una musica comune. Veronesi cercava di convincermi che Favino non fosse poi tanto più alto di me, ma alla fine lo ha messo in ginocchio: abbiamo trovato armonia d’inquadratura».
Dopo anni di uomini che subiscono il potere, ora intepreta chi lo esercita.
«Una cosa che mi sorprende e mi gratifica. Sono partito da un uomo a disagio in qualunque situazione. Negli ultimi anni, invece, sono io a creare imbarazzo. Credo sia una questione di credibilità conquistata con il il teatro e il sorrentiniano cardinale Voiello. Prima giocavo a nascondermi dietro gli altri, ora il carisma si è trasferito sulla faccia».
Avvolgiamo il nastro di 50 anni.
«La prima volta sul palco ero già un tutto ciò che sarei diventato: forte ironia, comicità e una nota di malinconia. Non ho fatto scuole, sono autodidatta, e scoprire che questo funzionava mi ha sorpreso. Ho cercato di conservare quel candore iniziale, ma esplorare le parti meno confessabili di me. Il pubblico mi ha sempre attribuito una certa bonarietà, simpatia, empatia. Io cercavo anche l’altra faccia, un lavoro impegnativo nel quale il teatro mi ha aiutato».
La perdita di sua madre ha segnato la sua infanzia.
«Non ero un bimbo estroverso, un chiacchierone. Non ero il leader del gruppo. Quella mancanza, quella ferita, è divenuta anche una sorta di orgoglio, una mia straordinarietà. Quando da bimbo vivi una cosa del genere ti senti anche un piccolo eroe, non vuoi perdere quella diversità, rifiuti perfino le cose che potrebbero addolcirla. Non ne ho parlato fino a 50 anni perché non volevo suscitare compassione o pietà. Ma sono anche un po’ la chiave del mio successo, specie presso il pubblico femminile. Forse le donne recepiscono queste cose in maniera più naturale».
E suo padre come ha vissuto la sua scelta di diventare attore?
«Con lui il rapporto è arrivato tardi. Ha fatto il padre con mio fratello maggiore, io l’ho trovato stanco. Aveva grande ironia. Mi guardava come a dire: prima o poi gli passerà, guarirà. Se mia madre fosse rimasta viva, se la famiglia non fosse stata così disintegrata da quella perdita, non sarei diventato attore».
Chi ha riconosciuto il suo talento?
«In una piccola recita scolastica, Pinocchio. La professoressa rimase colpita, era orgogliosa di me. Subito dopo mi affidò qualcosa di molto impegnativo e mi distrusse. Capii immediatamente i meccanismi di questo mestiere. Poi ci sono stati gli incontri decisivi. Gabriele Salvatores mi ha adottato quando sono andato a lavorare a Milano. E poi Nanni Moretti, fondamentale per la mia svolta cinematografica. Sono stati i miei due mentori».
Il titolo del film suggerisce che l’uomo fa progetti e Dio ne ride. Le sue grandi delusioni professionali?
«Gli anni Novanta sono stati il mio decennio. Poi tutto è rientrato in una normalità e ho avuto paura di finire nel dimenticatoio. Lo immagino come un pozzo con delle rane dentro, tutte in ammollo ad aspettare che qualcuno le tiri fuori. Per fortuna c’è sempre stato il teatro. Oggi la chiamerebbero decrescita felice, un’espressione che sembra quasi una presa in giro. Invece attraverso il teatro ho scoperto che potevo fare meno e fare meglio. Un lavoro serio, quotidiano, senza tutte quelle luci e quei coriandoli».
Con la sua compagnia ha costruito un mondo indipendente. Ma è sempre più difficile difenderlo?
«Siamo insieme da quattordici anni. Siamo un po’ eretici del sistema teatrale italiano, forse una delle ultime compagnie private veramente indipendenti. Il sistema vive di teatri stabili, di scambi tra piccoli potentati. Noi produciamo i nostri spettacoli e speriamo che vengano accolti. È bello, ma molto faticoso, logorante. Oggi il teatro gioca sempre più in difesa, si autotutela. Conta più possedere un teatro, avere le relazioni politiche giuste, che la qualità del prodotto. Da bambini bastava comprare il pallone per essere sicuri di giocare, anche se non eri bravo. Oggi succede qualcosa di simile».
Il teatro potrebbe avere una funzione ancora più importante nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
«È l’unica vera innocenza rimasta, senza possibilità di trucchi. Il teatro è legno e parole. Potrebbe tornare al centro del dibattito culturale, invece ha perso questa funzione. Forse bisognerà aspettare che il giocattolo si rompa, che il sistema vada in paralisi. Finché tutti riescono a sopravvivere, indipendentemente dal talento, non cambierà nulla».
Una volta l’ho vista a Trastevere, mano nella mano con sua moglie. Colpiva l’intimità che emanavate. Quanto conta questo legame nella sua vita?
«Mi commuove che lei mi dica questa cosa. Mi vengono gli occhi lucidi. Non so neppure se sia un rapporto sano, non lo consiglierei necessariamente. Forse per crescere servono coppie più libere. Ma noi siamo fatti così. Viviamo in una simbiosi totale, siamo due metà della stessa mela. Vale nel lavoro e nel modo di scherzare, giocare, arrabbiarsi, litigare, fare pace. È qualcosa che mi tocca profondamente. Perché poi nella vita tutte le cose finiscono, purtroppo. E l’idea che questa cosa possa finire per motivi indipendenti dalla nostra volontà è quella che mi turba di più».
In “La scuola” interpretava un professore alle prese con i ragazzi più difficili. Oggi guarda i giovani che scendono in piazza?
«La domanda che rende quel film ancora attuale è che cosa facciamo dell’ultimo della classe. Vale nella scuola, ma anche nella società. Che cosa facciamo di quei ragazzi che nascono già pregiudicati, con il marchio dell’inadeguatezza, considerati sbagliati soltanto perché vengono da certi quartieri o contesti sociali? Oggi tutti si preoccupano dei ragazzi che scendono in piazza. Sappiamo che nei cortei possono esserci infiltrazioni, violenze, persone che non hanno niente a che vedere con la protesta. Ma almeno quei ragazzi sono vivi, ci provano».
La preoccupano di più quelli che non protestano?
«Molto di più. Le centinaia di migliaia di ragazzi che non escono più di casa, che non ci provano neanche, che non si iscrivono all’università, abbandonano il liceo, non cercano lavoro. Si distruggono sul divano. Questa è la violenza più grande, al di là delle vetrine spaccate. Una generazione che rischia di passare come se non fosse mai esistita. Ragazzi che diventano autolesionisti, prendono pillole, farmaci di ogni tipo. E di loro non parla nessuno, proprio nessuno».
Ne “Il portaborse” raccontava la ribellione di un uomo davanti all’arroganza della politica. Oggi sembra più difficile perfino immaginare una ribellione.
«L’aria che si respira è apocalittica. Ieri sera sentivo mia moglie parlare seriamente con un’amica delle scatolette da mettere da parte nell’eventualità di un conflitto mondiale. Questa sensazione di apocalisse ci rende immobili, perplessi, incapaci di immaginare non dico un futuro, ma persino un’alternativa. Sembra che lo stesso potere ci dica: abbiamo messo in moto un meccanismo che non siamo più in grado di controllare. È qualcosa che ci annichilisce. Anche chi fa politica ci prova, ma sembra diventato una specie di casting. La sensazione è che gli stessi politici non credano più di avere la capacità di incidere davvero sulla realtà».