Il terzo Torino Film Festival di Giulio Base – due milioni e due di budget - si definisce in tre aggettivi scelti dal direttore: “Femminile, fedele, radicato”. Dal 24 novembre al 2 dicembre centoventi titoli, dodici Stelle della Mole, da John Travolta a Fanny Ardant, da Isabelle Huppert a Pamela Anderson, la retrospettiva di 24 film dedicata a Marilyn Monroe nel centenario della nascita e tre presidenti di giuria, Francesca Archibugi, Stefania Casini e Chiara Francini. L'inaugurazione sarà al Teatro Regio, con Ambra Angiolini co-conduttrice della cerimonia. Ma - sostiene Base - dietro la parata di stelle c'è soprattutto la volontà di conservare l'identità cinefila del festival, aprendola a nuovi sguardi generazionali.
Il primo aggettivo, femminile, “come Marilyn”, protagonista del manifesto attraverso una fotografia scattata da George Barris nel 1962, pochi mesi prima della morte, ma anche come le dieci registe sui sedi…
Il terzo Torino Film Festival di Giulio Base – due milioni e due di budget - si definisce in tre aggettivi scelti dal direttore: “Femminile, fedele, radicato”. Dal 24 novembre al 2 dicembre centoventi titoli, dodici Stelle della Mole, da John Travolta a Fanny Ardant, da Isabelle Huppert a Pamela Anderson, la retrospettiva di 24 film dedicata a Marilyn Monroe nel centenario della nascita e tre presidenti di giuria, Francesca Archibugi, Stefania Casini e Chiara Francini. L'inaugurazione sarà al Teatro Regio, con Ambra Angiolini co-conduttrice della cerimonia. Ma - sostiene Base - dietro la parata di stelle c'è soprattutto la volontà di conservare l'identità cinefila del festival, aprendola a nuovi sguardi generazionali.
Il primo aggettivo, femminile, “come Marilyn”, protagonista del manifesto attraverso una fotografia scattata da George Barris nel 1962, pochi mesi prima della morte, ma anche come le dieci registe sui sedici autori in concorso. Una presenza che Base rivendica come scelta artistica, non come questione di quote. “Non è che mi abbiano presentato dieci film diretti da donne e io li abbia presi tutti. Ne sono arrivati molti di più. Queste registe ci sono perché sono brave”. La questione è anche di sguardo generazionale: “Io ormai ho 62 anni, ho uno sguardo diverso. I miei sei selezionatori, tre maschi e tre femmine, tra i venti e i trent’anni, hanno una capacità di guardare oltre quello che vedo io. A volte assegno otto a un film e le ragazze gli danno tre, quattro, cinque. Poi mi spiegano cose che non avevo visto. E viceversa. È un confronto continuo, a volte quasi antropologico».
Il secondo aggettivo, fedele, riguarda lo spirito originario del Torino Film Festival, nato come CinemaGiovani. “Mi è stato affidato un gioiello. Volevo custodire quello spirito di ricerca, di scoperta, di autorialità, di cinefilia, di graffio, di voglia di cambiare il mondo”. Una fedeltà che passa anche dalla scelta di un programma relativamente contenuto. Base non risparmia qualche frecciata ai colleghi e alla tendenza dei grandi festival ad accumulare titoli. “Quasi tutti i festival del mondo sono diventati delle abbuffate. Io preferisco la galleria d'arte”. Eppure, in un calendario sempre più affollato, la concorrenza con Venezia e Roma è inevitabile. Come sono oggi i rapporti con la Mostra e con la Festa del Cinema di Roma? Base respinge l'idea di una guerra tra festival: “C'è posto per tutti. Mi sono promesso fin dal primo giorno che non avrei mai fatto la guerra per un film. E in tre anni non l'ho fatto. Se un autore o un produttore mi dice che vorrebbe aspettare Torino ma ha la possibilità di andare a Venezia, rispondo: vai pure. Noi ti aspettiamo tranquillamente”.
Il terzo aggettivo, radicato, è forse il più personale. Torino è la città dove Base è nato e cresciuto, e dove ogni angolo sembra conservare un pezzo della sua storia. “Il quartier generale del festival è di fronte alla palazzina Venturi, dove sono andato a scuola dalla prima elementare alla maturità. Tredici anni. Il mio primo giorno di lavoro ho attraversato la strada e sono entrato alla Rai per fare una comparsata. Poco più in là ho cominciato l'università, seguendo le lezioni di Rondolino. E al cinema Massimo ho dato il mio primo bacio. Ogni mattonella mi parla” . A quelle strade è legata anche la storia della sua famiglia, dei genitori arrivati dal Sud con la valigia di cartone, “mamma lavava le scale per pagare l'affitto, papà lavorava per mantenere anche i fratelli. Abbiamo vissuto nelle case di ballatoio, con il bagno in comune. Erano storie da Rocco e i suoi fratelli. Piano piano ce l'hanno fatta, con la forza di volontà, il lavoro”. Il padre era un appassionato di cinema, che Giulio trascinava alle proiezioni del festival. “Vedevamo insieme sei, sette film. Pensare che oggi dirigo quel festival che frequentavamo insieme mi commuove. Sarebbero di una felicità assurda”.
Anche la presenza di John Travolta, il nome più popolare tra gli ospiti internazionali, riporta Base alla sua adolescenza torinese. “Quando uscì La febbre del sabato sera al cinema Lux, sotto la galleria, tutti volevamo entrare al primo spettacolo. Ci furono quasi delle risse, arrivò la polizia. Io ero tra quelli che riuscirono a entrare”. All'epoca si poteva restare in sala per più proiezioni consecutive, “Chi entrava per primo poteva vedere il film cinque o sei volte. Avevo quasi lottato per vedere quello che allora era un dio. E oggi averlo con noi a Torino è una grande emozione”.
Base rimette al centro la rassegna, e se gli si chiede quali sono i film del concorso di cui il direttore è più orgoglioso ne sceglie tre diversi tra loro. Il primo è Thirteen in Gaza di Hosam Abu Dan, girato nei territori palestinesi. “È assolutamente sconvolgente, un film unico. Non è pietista, anzi, è poetico. Pensare che in mezzo a quella tragedia qualcuno abbia trovato la forza e il coraggio di fare arte è una cosa che mi tocca profondamente”. Il tema è incandescente, ma Base insiste sulla capacità del cinema di trasformare la realtà in racconto, senza rinunciare alla complessità.
Il secondo è Clarissa dei fratelli Arie e Chuko Esiri, girato in Nigeria e ambientato nell'alta società di Lagos. “È un film spiazzante. Dal cinema africano siamo abituati ad aspettarci storie di sopravvivenza, di battaglie per i diritti. Qui invece siamo nella società elegante di Lagos, con attrici e attori di una bellezza straordinaria”. Un film che per Base rompe le aspettative e gli stereotipi con cui spesso si guarda al cinema di quel continente.
Infine Truly Naked di Muriel d'Ansembourg, già presentato alla Berlinale. “È un gioiello assoluto”. Racconta di un ragazzo cresciuto sui set pornografici del padre, che si trova a dirigere come attore, e che alla prima esperienza sessuale scopre di non conoscere altro linguaggio che quello della pornografia. “Quando fa l'amore per la prima volta pensa che si debba fare così, tutto muscoli e gemiti. La ragazza scappa e lui non capisce cosa abbia sbagliato. È tenerissimo, divertente, commovente e straziante”. Il sesso, che un tempo alimentava scandali e discussioni nei festival, sembra essere diventato meno centrale nel cinema contemporaneo, “invece la sessualità in questo festival è molto forte, goduta, negata, trasformata”. Cita film che raccontano la scoperta del desiderio, l'identità di genere, i corpi esposti e le difficoltà dei rapporti. In Truly Naked il sesso è un'educazione sentimentale deformata, altrove diventa una questione di identità, di piacere o di sopravvivenza. “Il sesso è anche bellezza, è una delle cose piacevoli della vita. Ma può raccontare la disperazione di una parte delle nuove generazioni”.
Tra i documentari segnala Good People di Milcho Manchevski, sulla tragedia di una discoteca incendiata, che richiama il caso di Crans-Montana. “È sconvolgente ascoltare le testimonianze dei giovani sopravvissuti e di chi ha rischiato la vita per salvare gli altri”. Gaza, il sesso, i film fuori dagli stereotipi: quanto conta la volontà di spiazzare? “La qualità è il primo criterio, ma film come quello su Gaza, ti colpiscono per l'urgenza del tema ancora prima della visione. E certo se non ci fosse stato Crans-Montana, non so se Good People sarebbe stato così toccante”. E le pressioni? “Ne ho ricevute, sarei bugiardo a negarlo. Ma ho un antidoto. Chiedo se hanno visto il film che raccomandano, e metà delle richieste sparisce. Agli altri propongo di rivederlo insieme. E cala il silenzio”.