Daniel-Day Lewis: “Otto anni fa ho lasciato il cinema per la pressione. Ora ho voglia di continuare”
di Arianna Finos“Avevo pensato di smettere non perché non fossi più innamorato del cinema. Era un disagio legato all'aspetto pubblico del mio lavoro, non ho mai imparato ad affrontarlo con naturalezza. Ma dopo questa esperienza davvero felice, ora sono aperto all'idea di continuare". Ad Alice nella Città uno degli eventi più attesi: l’incontro con Daniel Day-Lewis e il figlio Ronan Day-Lewis, che presentano Anemone, opera prima di Ronan come regista e il ritorno dell’attore da tre oscar davanti alla macchina da presa dopo otto anni di silenzio.
Il film, in sala con Universal il 6 novembre è un dramma familiare cupo e visivamente ipnotico, ambientato in un’Irlanda ancora segnata dai fantasmi dei Troubles. Anni dopo la fine del conflitto, la violenza continua a riverberare nelle vite di chi l’ha vissuta. Jem (Sean Bean) decide di lasciare la moglie e il figlio per raggiungere il fratello Ray (Daniel Day-Lewis), un ex militante ormai recl…
“Avevo pensato di smettere non perché non fossi più innamorato del cinema. Era un disagio legato all'aspetto pubblico del mio lavoro, non ho mai imparato ad affrontarlo con naturalezza. Ma dopo questa esperienza davvero felice, ora sono aperto all'idea di continuare". Ad Alice nella Città uno degli eventi più attesi: l’incontro con Daniel Day-Lewis e il figlio Ronan Day-Lewis, che presentano Anemone, opera prima di Ronan come regista e il ritorno dell’attore da tre oscar davanti alla macchina da presa dopo otto anni di silenzio.
Il film, in sala con Universal il 6 novembre è un dramma familiare cupo e visivamente ipnotico, ambientato in un’Irlanda ancora segnata dai fantasmi dei Troubles. Anni dopo la fine del conflitto, la violenza continua a riverberare nelle vite di chi l’ha vissuta. Jem (Sean Bean) decide di lasciare la moglie e il figlio per raggiungere il fratello Ray (Daniel Day-Lewis), un ex militante ormai recluso in una capanna nei boschi. Il figlio adottivo Brian (Samuel Bottomley), vittima di bullismo per le colpe del presunto padre biologico, lotta con la rabbia e la paura di ripetere gli stessi errori. L’incontro tra i due fratelli diventa un confronto teso e doloroso: Jem vuole riportare Ray alla realtà, ma ciò che riemerge è un passato di violenza, colpa e rimozione.E’ stato un lavoro di scoperta, da parte del figlio verso il padre, racconta Ronan che incontra un piccolo gruppo di giornalisti nella sede romana della Universal: “Ho scoperto molto. Da bambino osservavo il suo lavoro da lontano, come qualcosa di misterioso. Vederlo invece da vicino, in un contesto così collaborativo e intimo, è stato completamente nuovo. Sapevo quanto si immerge nei personaggi, ma mi ha sorpreso la sua apertura, la sua disponibilità sul set. Non c’era nessun timore o distanza da mantenere: al contrario, il suo modo di lavorare aiutava tutti ad entrare più a fondo nel mondo del film”.
Daniel-Day Lewis, Anemone segna davvero il suo ritorno al cinema?
"È difficile pensare oltre quest’esperienza, siamo ancora immersi in essa. Ma è stata un’esperienza felice, dall’inizio alla fine: dall’idea di lavorare insieme fino alla realizzazione. Io non ho mai smesso di amare questo mestiere. Non l’ho mai lasciato per mancanza d’amore verso il lavoro, ma per difficoltà con la vita pubblica che gli gira intorno. Non ho mai imparato a essere a mio agio con quella parte. Non ho problemi con il lavoro, ma con il mondo che lo circonda”.
Lei e suo figlio appartenete a due generazioni diverse. Com’era lei a vent’anni?“
"È una grande domanda, contiene tante cose. Quando avevo l’età di Ronan ero completamente allo sbando. Ronan è un essere umano molto più evoluto di quanto io fossi allora. Ma facevo già l’attore: ero affamato di lavoro, ansioso — come lo sono spesso i giovani —, e già in lotta con il disagio che provavo per tutto ciò che di pubblico circonda questo mestiere. Pensavo che, con il tempo, mi sarei abituato a quell’aspetto, ma non è mai successo. È un paradosso strano: molte persone che fanno spettacolo sono piuttosto timide. Entrano in questo mondo per trovare un modo di esprimersi. La metafora più ovvia è quella della maschera — ma non come qualcosa da indossare, piuttosto come un modo interiore di esistere. Attraverso la maschera si esplora la vita, ma in uno spazio pubblico E naturalmente, quando fai questo lavoro, chiedi implicitamente attenzione. Non puoi accendere l’attenzione e poi spegnerla a comando. E se sei abbastanza fortunato da ottenerla, l’attenzione resta anche dopo. E allora arriva la domanda: come si vive, dopo? Quando il lavoro finisce e la luce resta accesa, come si vive? Io ho scelto una vita tranquilla, come un antidoto a tutto questo. Molti mi definiscono “un recluso”. Non è vero. Non sono un eremita. Semplicemente, non vivo dentro l’obiettivo. Non parlo a un microfono. Parlo alle persone, ma in modo diverso. Vivo tra la gente, solo in una maniera più silenziosa. E sì, avrei voluto avere la sua maturità quando avevo la sua età”.
E cosa ricorda del suo periodo vissuto in Italia, imparando a fare il ciabattino a Firenze?
"L’Italia per me è stata un’esperienza bellissima. Ho vissuto a Firenze per un anno, quando Ronan ha compiuto un anno: abitavamo in Piazza Santo Spirito. Poi sono stato otto mesi e mezzo a Roma per lavoro. Da allora, torniamo sempre quando possiamo. L’Italia è un Paese che amiamo molto, io, Rebecca (Miller ndr.) e i ragazzi. E, in un certo senso, c’è qualcosa nel modo in cui l’Italia accoglie lo straniero che mi tocca profondamente. In Irlanda abbiamo la stessa tradizione: l’ospitalità verso chi arriva da lontano. È una virtù antica, appartiene anche alla cultura greca — la xenía, l’accoglienza. È una delle cose più belle che un popolo possa avere”.
Nel film si dice: “La guerra era il crimine”. Come si collega questa frase al mondo di oggi?
“Sono un bambino del dopoguerra: sono nato negli anni Cinquanta. È strano rifletterci adesso, ma da bambino, ascoltando i racconti della Seconda guerra mondiale da parte dei miei genitori, del mio padrino, del mio patrigno — tutti avevano combattuto in teatri diversi di quel conflitto —, provavo una sensazione paradossale, quasi di romanticismo. ‘Romanticismo’ è una parola strana da usare in relazione a una guerra, ma in quel contesto significava che per loro era chiarissimo ciò per cui combattevano e contro chi combattevano. C’era questa immagine, un po’ illusoria ma potente, della piccola isola che resiste, che combatte una battaglia di retroguardia contro la tirannia. Da bambino, vedevo le macerie dei bombardamenti come un campo da gioco. Io sono cresciuto nel sud-est di Londra, vicino ai Docklands, che erano stati bombardati duramente durante la guerra. C’è un tunnel che passa sotto il Tamigi, vicino a dove abitavo, che porta a un luogo chiamato Isle of Dogs. Lì, ovunque, c’erano ancora resti dei bombardamenti. E per noi bambini quello era un paradiso: cercavamo maschere antigas, elmetti, bossoli. Passavamo giornate intere a giocare tra quelle rovine, e ci sembrava un’avventura. Quella era la mia infanzia. Poi sono cresciuto, e ho avuto amici da entrambe le parti del conflitto nordirlandese. Alcuni miei cari amici irlandesi nazionalisti credevano nella lotta — non erano necessariamente coinvolti nella lotta armata, ma credevano profondamente in un’Irlanda unita, come ci credo anch’io. Ma avevo anche amici nell’esercito britannico, perché sono cresciuto a Londra. E allora inizi a vedere tutto da un’altra prospettiva. Era un conflitto sporco, crudele. E, alla fine, da qualunque parte della barricata ti trovassi, erano sempre ragazzi della classe operaia — in uniforme o senza — che combattevano e morivano. I soldati britannici erano spesso ragazzi che si arruolavano per lavorare, prendevano la paga del re, indossavano una divisa, senza sapere che sarebbero stati mandati in un inferno come quello dell’Irlanda del Nord, dove non sapevano se sarebbero tornati vivi. Dall’altra parte, per i miei amici irlandesi, era come vedere i britannici di nuovo nelle strade, armati, in divisa, dopo cinquecento anni di dominazione. Per loro era una ferita aperta. Era — ed è — una situazione sporca, crudele, senza redenzione. Qualunque sia la tua posizione, è sempre la stessa bruttezza che ritorna. Col tempo, la prospettiva su questi conflitti cambia. Ma resta una verità: la guerra, tutta la guerra, è un crimine”.
L’altra faccia dei rapporti è l’isolamento. Nel film e nella vita di oggi, l’isolamento è una fuga o una forma di protezione?
“Forse tutto il nostro lavoro creativo è una forma di fuga. Creiamo altri mondi, sospendiamo il tempo. Ma l’immaginazione, anche quando ci salva, ci mette comunque davanti a noi stessi”.
Il film parla anche di padri sbagliati, di violenza e distanza. Quanto avete pensato al rapporto padre-figlio nella vostra vita?
“Non ho mai pensato consapevolmente al mio rapporto con Ronan mentre lavoravamo. Quando c’è armonia, non serve rifletterci sopra. Solo ora, parlando del film, mi accorgo che inevitabilmente tocca anche questo tema. Mio padre (il poeta Cecil Day-Lewis ndr) era una persona distante — non per colpa sua, ma per carattere e per epoca. È morto presto, e così tutte le mie conversazioni con lui sono state con un’assenza. Chi perde un genitore da giovane resta in una sorta di dialogo a senso unico per tutta la vita. Forse una parte di questo è finita nel film”.
Questo film parla anche del ruolo del silenzio nella fratellanza. Quando il silenzio è la scelta giusta e quando invece è sbagliata, nel mondo di oggi?
“Esistono tanti tipi di silenzio. C’è un silenzio di complicità tra due persone in armonia, ed è una cosa bellissima. Un vecchio amico mio, che ha ispirato il personaggio di Jem, è qualcuno con cui ho condiviso spesso questo tipo di silenzio: abbiamo passato molto tempo insieme in Irlanda, camminando per le colline, e a volte per giorni non dicevamo una parola. Era un tacito e profondo accordo tra noi. Ma nel caso di Ray e Jem è diverso: da bambini erano quasi come gemelli, Jem era il fratello maggiore ma dipendevano molto l’uno dall’altro. Poi sono passati vent’anni e non sanno più chi è l’altro. Quel silenzio ha un peso, è un silenzio pieno. Rispetto alla seconda parte della domanda: sì, a volte bisogna parlare, dire la propria. Ma il problema è il contesto: puoi parlare con sincerità, ma non puoi controllare come verranno usate le tue parole. Oggi qualcuno può estrapolarne cinque e usarle contro di te”.
Quanto è difficile perdonare gli altri o sé stessi?
“Nel caso di Ray, tutta la sua vita è vissuta come un atto perpetuo di contrizione. Non è pronto a perdonarsi, forse non lo sarà mai. Vive nel rimorso, come se fosse l’unico modo che conosce per stare al mondo. È ironico: dei due fratelli, è quello che si è allontanato dalla religione, vive quasi come un pagano selvatico, ma il legame con la vergogna e con la colpa rimane fortissimo. Jem, invece, scopre cose sul fratello che lo fanno sentire colpevole per non averlo saputo sostenere da bambino — anche se era solo un bambino lui stesso. Ma quella colpa ti accompagna per tutta la vita.
In "Anemon”e sembra che Ray attraversi due viaggi: tornare fratello e diventare padre. Come avete lavorato su questa idea?
“Molto di ciò che abbiamo fatto è nato in modo inconscio. Non avevamo una struttura precisa: seguivamo i personaggi, lasciando che ci guidassero. Il finale non è una vera risoluzione, è solo la possibilità di una risoluzione. Potrebbe andare male, non lo sappiamo. Ma volevamo lasciare almeno un seme di speranza”.