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Jennifer Lawrence: “Ai miei figli insegno che la diversità va difesa e abbracciata”

(ansa)
Alla Festa di Roma è una madre con la depressione post partum in “Die my love”, in sala il 27 novembre con MUBI
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A trentacinque anni Jennifer Lawrence è più affascinante, affusolata, carismatica di quando ne aveva 17, esplosione di talento certificata dal Premio Mastroianni alla Mostra di Venezia. Figlia del Kentuky, ha vinto l’Oscar a 22 anni per Il lato positivo, è diventata un’icona globale con Hunger Games e collaborazioni con registi come David O. Russell e Darren Aronofsky, mentre sta per girare con Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio il film Cose che succedono di notte, dal romanzo di Peter Cameron.

(ansa)

Ha attraversato successi, scandali mediatici e una costante ricerca di autenticità, imponendosi come volto libero e anticonvenzionale di Hollywood.

Alla Festa di Roma l’attrice accompagna un film potente e una prova estrema e incisiva, Die my love, firmato di Lynne Ramsay, dal romanzo di Ariana Harwicz. Interpreta una scrittrice che, dopo il parto, scivola nella depressione, mentre il marito (Robert …

A trentacinque anni Jennifer Lawrence è più affascinante, affusolata, carismatica di quando ne aveva 17, esplosione di talento certificata dal Premio Mastroianni alla Mostra di Venezia. Figlia del Kentuky, ha vinto l’Oscar a 22 anni per Il lato positivo, è diventata un’icona globale con Hunger Games e collaborazioni con registi come David O. Russell e Darren Aronofsky, mentre sta per girare con Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio il film Cose che succedono di notte, dal romanzo di Peter Cameron.

(ansa)

Ha attraversato successi, scandali mediatici e una costante ricerca di autenticità, imponendosi come volto libero e anticonvenzionale di Hollywood.

Alla Festa di Roma l’attrice accompagna un film potente e una prova estrema e incisiva, Die my love, firmato di Lynne Ramsay, dal romanzo di Ariana Harwicz. Interpreta una scrittrice che, dopo il parto, scivola nella depressione, mentre il marito (Robert Pattinson) osserva senza capire che la maternità può non essere salvezza ma smarrimento.

L’attrice allo scorso Cannes ha raccontato di aver girato il film poco dopo essere diventata madre: “Il post partum ti fa sentire un’aliena”. È un isolamento totale".

Stavolta la incontriamo con un gruppo ristretto di giornalisti in un hotel con affaccio su Trinità dei Monti, maglia senza maniche di un dorato pallido, i lunghi capelli sciolti, poco trucco e un sorriso tranquillo. Il film uscirà nelle sale il 27 novembre distribuito da MUBI e di sicuro quello di Jennifer Lawrence è un nome che ritroveremo tra le candidature agli Oscar 2026.

La ricordo quando vinse il Premio Mastroianni a Venezia. Cosa ricorda di quella ragazza di allora?

«Era la prima volta che lasciavo l’America. Sono arrivata prima a Roma, immaginate a diciassette anni vedere per la prima volta un altro Paese, e poi andare a Venezia con la mia famiglia. Era come se i miei sogni stessero diventando reali. È stato incredibile. Quanto a quella ragazza… spero di essere diversa, più matura. Ho figli, sono sposata, faccio questo mestiere da molto più tempo. Ma ogni volta che torno qui c’è una nostalgia bellissima: non è più “la prima volta di tutto”, ma c’è la gioia di avere una storia da ricordare. Ho ancora amicizie solide, relazioni belle, amo il mio lavoro e la possibilità di esprimermi. Spero solo di essere maturata — e non riesco a immaginare quella Jennifer con due figli, sarebbe stato spaventoso».

Il tema della depressione post partum è ancora oggi qualcosa di nascosto, difficile da affrontare. Il film ne parla con grande forza. Come ha lavorato con Lynn Ramsay per dare corpo a questa esperienza?

«È un’esperienza davvero complessa, e anche se credo che come società abbiamo fatto grandi passi avanti nel riconoscerla e nel parlarne rispetto alle generazioni precedenti, Lynn ha voluto spingersi oltre. Nel film c’è la depressione post partum, ma anche il cambiamento nella relazione, la difficoltà di lui a comprendere, e il sentirsi non più desiderata. Lynn coglie benissimo il punto: per chi soffre — che sia di depressione o d’ansia — dare un nome alla cosa non basta. Non si sente “malata”, si sente nel giusto, e percepisce il mondo come sbagliato».

(afp)

Qual è stato il momento più intenso e quale il più difficile da girare?
«Ogni volta che c’è molta emozione c’è molta energia, può essere stancante ma anche esaltante, come una scarica di endorfine. La scena più difficile è stata quella in bagno: potevamo farla solo in un’unica ripresa, non si poteva ricostruire tutto. È stato emozionante e liberatorio, ma anche un po’ spaventoso, perché sapevo che avevamo una sola possibilità”.

(reuters)

È anche produttrice del film. Cosa l’ha spinta a esserlo e che tipo di storie vorrebbe raccontare?

«Avevo letto il libro e ne ero rimasta colpita. È un testo non lineare, non letterale, ma poetico. Quando ho capito che il film doveva essere una poesia, ho pensato subito a Lynn Ramsay. L’ho contattata e sono stata onorata quando ha accettato».
Lei è madre anche nella vita. In che modo la maternità ha cambiato il suo modo di essere attrice?
«Il cambiamento più grande è stato emotivo. Prima non avevo idea che esistesse un intero oceano di sentimenti — amore, paura — a cui attingere. E poi la maternità mi ha reso più efficiente: devo organizzare il tempo, ogni momento libero è prezioso e voglio usarlo bene».

È cambiato anche il suo modo di scegliere i ruoli?

“Sì. Il regista è sempre l’elemento più importante. A volte un film ha già un regista, e se è qualcuno con cui desidero lavorare accetto subito. In questo caso non c’era ancora nessuno, e trovare Lynn è stato decisivo. Mi ha attratta la scrittura: il modo in cui l’autrice descrive la mente della protagonista, la sua immersione nella depressione, la sensazione che non sia lei “sbagliata” ma il mondo intorno».

Nel film si mostra anche fisicamente, ci sono scene di nudo. Quanto è stato difficile?

«Non lo è stato. Capisco chi ha problemi con la nudità, ma per me non è un tema. Volevo che Lynn avesse libertà totale: se vedeva un’inquadratura che lo richiedeva, andava bene. Inoltre ero incinta: niente di meglio per non pensare alla vanità. Avevo cellulite, il seno enorme, la pancia — e stavo benissimo così».

Ha mai corso il rischio, come il suo personaggio, di perdere il controllo?

«Girare certi momenti è stata la parte più divertente. È come dare corpo ai pensieri impulsivi che normalmente reprimiamo. Quante volte nella vita vorremmo dire “puoi stare zitto?” O rovesciare tutto? È stato liberatorio interpretare qualcuno che non controlla le proprie reazioni».

Considera il film femminista?

«Se per femminismo intendiamo uguaglianza, allora sì. È un film femminista perché racconta una storia di donna, dal punto di vista di una donna, con parità di sguardo e di forza».

Il personaggio di Robert Pattinson è visto attraverso uno sguardo femminile. Com’è stato lavorare con lui?

«Molto bello. È un film centrato sui personaggi, e certe dinamiche nascono solo sul set. Rob ha dato una forza inaspettata al suo personaggio, e questo ha reso migliore anche la mia interpretazione. Non era un rapporto sbilanciato, c’era tensione reciproca, energia. E questo ha reso ancora più toccante la loro storia d’amore, quando lei va verso un luogo dove lui non può seguirla».

Molte attrici oggi passano alla regia. Lei ci ha mai pensato?

«Sì. Ho cominciato con registe donne — Lori Petty, poi Debra Granik, poi Jodie Foster — e ho capito fin da adolescente che era possibile. Da allora ho sempre cercato di imparare, osservare, fare domande. Molti registi mi hanno coinvolta anche nel montaggio. È qualcosa che voglio fare, perché recitare è raccontare una storia: vorrei solo ampliare il modo di farlo».

Il rapporto con la celebrità com’è cambiato?

«Ora vivo tutto con molta più serenità. Da giovane mi spaventava e mi faceva arrabbiare: pensavo di meritare privacy, e forse è vero, ma la realtà è questa. Ho un privilegio enorme: posso essere un’artista, esprimermi. Oggi ho accettato questa parte della mia vita con molta più pace, soprattutto per i miei figli».

Come guarda al futuro, cosa spera e cosa teme per i suoi figli?

«Spero nell’empatia e nella pace. Spero che impariamo ad apprezzare ciò che abbiamo, a prenderci cura del pianeta e degli altri. Voglio crescere i miei figli come persone rispettose. Temo, invece, la perdita dell’empatia, la paura di chi è diverso: la diversità è la parte più bella dell’essere umani, e sarebbe terribile averne paura».

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