Stefano Rulli: “Matteo e gli altri, in un doc il viaggio di mio figlio autistico verso l’autonomia”

Stefano Rulli: “Matteo e gli altri, in un doc il viaggio di mio figlio autistico verso l’autonomia”

Lo sceneggiatore firma con Giovanni Piperno il documentario “Il figlio più bello”, presentato alla Festa di Roma

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Alla Festa del Cinema di Roma arriva Il figlio più bello, documentario di Giovanni Piperno e Stefano Rulli, prodotto da Angelo Barbagallo per Bibi Film. Il film racconta la storia di Matteo Rulli, 45 anni, autistico, e della convivenza con Marco Casodi, oggi direttore della Fondazione La Città del Sole, creata da Rulli e Clara Sereni per favorire l’inclusione di persone con fragilità psichica. Tra ricordi e presente, il documentario segue Matteo nel suo percorso di autonomia e il padre nel difficile confronto con il tempo, la perdita e l’eredità di un progetto – un sogno - che ha cambiato molte vite

Stefano Rulli, cominciamo dal titolo: Il figlio più bello.

"Sì, è una battuta del film. Clara Sereni, (scomparsa nel 2018 ndr) la madre di Matteo, parlando di suo figlio dice: ‘È il figlio più bello che ho. È l’unico’. C’è tutta l’ironia e l’autoironia di Clara in quella battuta. Mi sembrava così bella perché sembra una frase retorica, invece è amaramente autoironica, insomma”.

Questo film racconta un’esperienza che ha completamente trasformato la sua vita, in tanti modi

“Sicuramente. C’è una fase drammatica, quella in cui capisci che il problema ti accompagnerà per molto tempo, e poi per sempre. E devi capire come affrontarlo. Da un lato c’era il fatto che stava già cambiando un po’ la psichiatria grazie a Basaglia, cominciavano ad arrivare delle prime risposte, ma eravamo agli albori. Gli ospedali psichiatrici erano luoghi chiusi, pensati più per emarginare che per integrare. Siamo più o meno scappati da Roma perché era troppo grande, non ci permetteva di trovare risposte adeguate al problema di Matteo. A Perugia, invece, abbiamo cercato psichiatri disponibili, sul modello basagliano, e sono stati molto importanti per noi. Poi abbiamo costruito un progetto di vita per lui e per noi: non tanto mettere un operatore vicino a Matteo, ma creare una persona, una casa, una relazione. Quella persona è poi diventata Marco, oggi responsabile della Fondazione La Città del Sole. Così è nato questo piccolo progetto: una casa dove Matteo potesse vivere con due studenti fuorisede in cambio di un affitto gratuito. Da lì, il progetto è cresciuto: oggi ci sono dieci appartamenti costruiti in questo modo, con l’integrazione tra persone con problemi psichici e altre con difficoltà abitative. Matteo, invece, da molti anni vive con Marco, da venticinque anni ormai. Non so più dire che cosa sia per lui Marco: un secondo padre, o semplicemente una parte della sua vita”.

Lei ha scritto e scrive un pezzo importante della storia del cinema italiano. Come artista, questa esperienza l’ha cambiata?

“Mi ha fatto sentire ancora di più il problema di che cosa fai col cinema. Non è tanto l’impegno o la denuncia sociale, ma aiutare il pubblico a trovare un altro sguardo sulla realtà. In fondo è quello che ho dovuto fare per capire Matteo: vedere con i suoi occhi, capire che ogni gesto rispondeva a un bisogno reale. Lo stesso vale per il pubblico: non giudicarlo, ma capire cosa c’è dietro, offrirgli un punto di vista diverso. Ho fatto film sulla psichiatria o con risvolti psichiatrici, come La meglio gioventù, dove c’è un personaggio che incarna questo percorso. Lì dove è stato possibile, ho cercato di raccontare il mio viaggio personale attraverso i personaggi. Ma anche quando scrivo storie più quotidiane, mi chiedo sempre: è possibile un altro sguardo sulla realtà? Con Matteo ho capito che sì, è possibile".

Quanto è importante non essere separati ma vivere, lavorare con gli altri?

“Il lavoro è un momento molto importante per l’integrazione. Bisogna però capire quali lavori siano adatti a ciascuno, come per ognuno di noi. Non si può dire: ‘Lo metto in una fabbrica o a fare il parrucchiere’. Devi conoscere la persona, il suo rapporto col corpo, coi capelli, con gli amici. Noi, oltre agli appartamenti, abbiamo aperto un ristorante che si chiama Numero 0, dove i ragazzi con problemi lavorano insieme agli altri: metà e metà. Alcuni servono ai tavoli, altri stanno in cucina, altri si occupano delle consegne. A seconda delle loro caratteristiche. Questo, per me, è un modo concreto di affrontare la malattia mentale: non negandola, ma permettendo a chi la vive di avere un ruolo. Anche solo portare un piatto a tavola significa fare qualcosa di reale per gli altri. E loro lo capiscono perfettamente, se quella cosa serve davvero. Sono piccoli gesti, ma fondamentali, perché attraverso il lavoro acquisiscono consapevolezza, struttura, identità. Lo stesso spirito era nel film di vent’anni fa, Un silenzio particolare, dove avevamo creato un casale che ospitava famiglie di persone con problemi: garantivamo assistenza a tutti, non solo al paziente. Perché il periodo più difficile per una famiglia con problemi è l’estate: tutti vanno in vacanza e tu non sai dove andare. Nessuno ti affitta una casa se hai con te una persona con disturbi mentali. Allora abbiamo detto: creiamo un posto dove puoi fare vacanza insieme a tuo figlio. Sono piccoli modelli, meno noti delle grandi strutture, ma secondo me stanno cambiando il Paese: creano occasioni dove la persona con problemi mentali può trovare un ruolo”.

Quanto la società è indietro o avanti, oggi, su questo tema? E quanto è importante uscire dall’invisibilità e farne racconto collettivo?

“Credo che ci siano stati grandi progressi. Ricordo la prima volta che ho conosciuto la malattia mentale, nel 1974, quando con Bellocchio, Agosti e Petraglia girammo Matti da slegare. Entrai in un ospedale psichiatrico e la mia prima reazione fu mettermi con le spalle al muro: avevo paura che mi aggredissero da dietro. Mi tenevo lontano dai pazienti, non volevo che mi toccassero. Da quel sentimento lì, di paura e diffidenza, credo che siamo andati molto avanti. Oggi il problema non è più accettare che queste persone vivano insieme a noi — quello è già un grande passo — ma capire che esistono ambiti in cui possono trovare un senso, un ruolo dentro la realtà. Anche una persona che non sa leggere o scrivere, ma che può portare un piatto a tavola o fare la spesa, è una presenza normale nella società. Ognuno dà il suo contributo. Il problema è creare le condizioni perché ciò avvenga”.

È importante anche raccontarlo, attraverso il cinema, non solo nei contesti terapeutici.

“Sì, perché nel rapporto con queste persone ci sono anche reazioni di aggressività, che fanno parte del loro modo di essere. Bisogna saperlo. Non abbiamo davanti persone che cercano la benevolenza o la simpatia dell’altro, ma esseri umani che esprimono sofferenza”.

Ci momenti più difficili, per chi vive loro accanto.

“Sì, per me lo sono stati. Spesso dietro un atto violento c’è una domanda che non hai capito, una richiesta a cui non sai dare risposta. In quei momenti ti senti scoperto, vulnerabile. L’unica cosa che puoi fare è comunicare, se ci riesci, che sei disposto ad accogliere quella sofferenza, anche se non puoi risolverla”.

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