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Susanna Nicchiarelli: “La libertà è capire chi sei e vivere secondo la tua natura”

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Con “Giorni felici” la regista trasforma in film la graphic novel di Zuzu con protagonista Carlotta Gamba. In concorso alla Festa di Roma
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Una ragazza che si trasforma in una creatura ingombrante, goffa, piena di piume. È il modo in cui prende forma il disagio di abitare il proprio corpo, il desiderio di essere amata e la difficoltà di riconoscere la violenza che può nascondersi nelle relazioni sentimentali. Giorni felici, il nuovo film di Susanna Nicchiarelli, alla Festa di Roma, è tratto dall’omonima graphic novel di Zuzu, pubblicata da Coconino Press.

Protagonisti Carlotta Gamba e Riccardo Scamarcio, in una storia che intreccia amore, memoria e ricerca di sé, dando corpo, letteralmente, alle inquietudini della protagonista. Il film (Vivo Film, Rai Cinema, in sala con Lucky Red) sceglie gli effetti artigianali e le protesi, anziché la computer grafica, per rendere concreta la metamorfosi.

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Una ragazza che si trasforma in una creatura ingombrante, goffa, piena di piume. È il modo in cui prende forma il disagio di abitare il proprio corpo, il desiderio di essere amata e la difficoltà di riconoscere la violenza che può nascondersi nelle relazioni sentimentali. Giorni felici, il nuovo film di Susanna Nicchiarelli, alla Festa di Roma, è tratto dall’omonima graphic novel di Zuzu, pubblicata da Coconino Press.

Protagonisti Carlotta Gamba e Riccardo Scamarcio, in una storia che intreccia amore, memoria e ricerca di sé, dando corpo, letteralmente, alle inquietudini della protagonista. Il film (Vivo Film, Rai Cinema, in sala con Lucky Red) sceglie gli effetti artigianali e le protesi, anziché la computer grafica, per rendere concreta la metamorfosi.

Quando e perché ha deciso di fare questo film?

“Mi sono innamorata del fumetto. Amo molto Zuzu, avevo amato anche il suo primo lavoro. Innanzitutto perché disegna questi corpi femminili molto goffi, questi nasi, queste braccia lunghe. Ho sempre pensato: io mi sono sempre sentita un po’ così. Mi ha conquistato lo spazio che queste donne occupano. E ho capito subito la trasformazione, questa sensazione di avere una parte di te che non controlli, che spaventa l’altro. Lo sguardo maschile quando improvvisamente dici qualcosa che lo destabilizza, che lo disturba, e quindi tu per prima ti senti diversa, strana. È la sensazione di avere un’animalità, una parte di te stessa che non riesci a controllare ma che al tempo stesso sei tu. E poi l’età che racconta Zuzu, quella a cavallo dei vent’anni, che io ho vissuto proprio così: cercare l’uomo giusto, ritrovarsi in rapporti violenti, rapporti nei quali sei a disagio. È un momento in cui ti stai formando una volontà. Ma secondo me quella fase non finisce mai, è un po’ come l’adolescenza, te la porti appresso”.

Quanto c’è di autobiografico nella storia di Zuzu?

“Scrivendo ha condiviso con me molte delle sue storie d’amore e io a mia volta le ho raccontato le mie, anche l’idea che avevamo dell’amore. Perché il senso del film è anche questo: cos’è un rapporto, cos’è lo stare insieme, cosa vuol dire guardarsi, vedersi. Da un certo punto in poi ha partecipato moltissimo anche Riccardo, che ha letto la sceneggiatura e ha portato la voce maschile. Anche Carlotta è arrivata al nostro incontro col fumetto sottobraccio e aveva le idee molto chiare. Il senso della trasformazione è estremamente ambiguo, difficile da spiegare. Gli altri la vedono? Non la vedono? È negli occhi degli altri o nei suoi? Eppure avevamo tutti molto chiaro cosa rappresentasse. Abbiamo condiviso molto sui rapporti d’amore e sui rapporti di forza che si creano all’interno di una relazione”.

Il film racconta con grande onestà anche la violenza che può nascondersi in un rapporto d’amore. Perché era importante?

“Perché noi viviamo una continua elaborazione dei rapporti che abbiamo avuto. Anche quando stiamo vivendo un rapporto felice e risolto ritornano i fantasmi dei rapporti precedenti. Siamo sempre perseguitati da quei fantasmi. Questa è la storia di una ragazza che è perseguitata dal fantasma di una relazione passata, che in qualche modo le impedisce di vivere fino in fondo il rapporto sano, bello, che ha trovato. Abbiamo riflettuto molto con Zuzu, Carlotta e Riccardo su quale sarebbe stato l’uomo che lei avrebbe trovato. Ma alla fine ci siamo detti che il punto è che trovi prima di tutto se stessa. Il senso del film è accettare se stessi, la propria storia, volersi bene. Poi il resto segue”.

Lo sguardo del film non è mai giudicante. Ma aiuta a riconoscere certe dinamiche, a dare un nome alle cose, soprattutto quando si è giovani e non si hanno ancora gli strumenti per comprenderle.

“Dare un nome alle cose, dare un’immagine, riconoscerle. Questo secondo me è molto interessante per il pubblico, anche per i ragazzi. È un film che può dire qualcosa a qualsiasi età. Ai più adulti permette di affrontare i fantasmi del passato, ai più giovani di dare un nome preciso ad alcune esperienze. E devo dire che loro hanno le idee molto più chiare di noi. Lavorando con Zuzu ho avuto l’impressione che lei sappia molto meglio di noi dove siamo come donne, cosa sia giusto combattere, cosa sia inaccettabile. Noi siamo più sfumate, più confuse. Scrivere con lei è stato un percorso importante anche per me come donna. Zuzu è più centrata di me, chiama le cose col nome giusto. È in grado di riconoscere un rapporto sbagliato, tossico, molto più di quanto lo fossi io”.

Questo confronto le ha fatto rileggere anche la sua esperienza personale?

“Sì. Rivedere con gli occhi di Zuzu il rapporto che lei ha vissuto e raccontato nel fumetto, naturalmente sublimato attraverso la trasformazione, mi ha fatto ripensare alle relazioni che ho avuto io. Rapporti che magari non avevo mai considerato tossici o violenti. Invece a posteriori mi sono resa conto di quanto lo fossero e di quanto me li sia portati dentro. Per questo è importante vedere, raccontare, spiegare queste cose. Penso a mia figlia, che ha dodici anni: questo film le dice cose importanti sul rapporto tra uomo e donna, sui rapporti d’amore in generale”.

Il film parte però da un’esperienza profondamente femminile, anche nel rapporto con il corpo e con il desiderio.

“Certo, dal rapporto che una donna ha col proprio corpo, con la propria animalità, con la propria sessualità. C’è la mestruazione, c’è la voglia di fare l’amore quando lui non ne ha voglia e ti respinge. Sono temi di cui non si parla mai. È rarissimo vedere una donna che vuole fare l’amore e un uomo che le dice di no. Eppure succede, anche il nostro desiderio può non essere riconosciuto. Così come è poco raccontato dal nostro punto di vista il momento in cui da ragazzina ti vengono le mestruazioni, diventi qualcos’altro, ti trasformi. E poi il disagio di capire come nell’altro puoi generare paura, inquietudine, come l’altro non sappia gestire le tue reazioni. Vedersi attraverso occhi sempre un po’ giudicanti. Questa per me era la forza del fumetto. Mi affascinava anche la sua libertà narrativa, quella grande scena centrale al bar, il dialogo intenso tra due persone che si sono lasciate e si ritrovano. Volevo riportare nel cinema quella libertà e anche la semplicità del linguaggio. Abbiamo fatto pochissimi movimenti di macchina, seguito il linguaggio del fumetto, il quadro, l’inquadratura, i carrelli laterali. Quasi mai facciamo qualcosa che non sarebbe possibile in un fumetto. Un linguaggio molto semplice per raccontare qualcosa di incredibilmente complesso”.

La parte animale della protagonista, per quanto difficile da gestire, è anche quella che le permette di volare. Quanto è importante liberare ciò che ci rende meno conformi, soprattutto per una donna che vuole creare?

“È quella parte che viene letta come aggressiva, come troppo. E che invece ci permette di essere creative, di essere qualcuno. Tante volte ci viene chiesto di stare in un angolo, di non esagerare, di non venire troppo fuori, di non metterci in mostra. Invece il lavoro del regista è proprio questo, l’espressione dei propri pensieri. C’è sempre una violenza nell’atto creativo, c’è la volontà di dare forma, di esserci, la volontà di esistere. E sembra che noi donne ci portiamo sempre appresso una timidezza. Il punto è superarla ed essere quello che siamo. Per questo ci tenevo che la creatura fosse anche buffa, goffa. Non è che lei diventa Catwoman, diventa un essere ingombrante, fa cadere le cose, non riesce a usare le mani. Perché anche la personalità è qualcosa di ingombrante, che viene fuori all’improvviso, che mette in imbarazzo gli altri. Però se la vivi fino in fondo sei libera. E cos’è la libertà? Non è fare quello che ti pare. È capire chi sei e vivere secondo la tua natura. Questa è la libertà”.

Come avete lavorato con Carlotta alla costruzione fisica della creatura?

“È stato un viaggio bellissimo. Carlotta è particolarmente generosa, non tutti gli attori lo sono. Per lei è stato molto faticoso, portava le protesi, abbiamo girato d’estate, ha sentito il caldo, il freddo, è stata appesa per girare il volo. Un lavoro molto fisico. Ma è una persona incredibilmente vitale, che ha capito esattamente il senso di quello che stavamo facendo. A volte avevo l’impressione che l’avesse capito più di me, in certi momenti ero io a seguire lei. Abbiamo costruito insieme la creatura, con Zuzu e Leonardo Cruciano. Nei primi disegni pensavo ai miei riferimenti infantili, al drago della Storia infinita, a Labyrinth di David Bowie, a quegli esseri così materici. Non abbiamo fatto ricorso al digitale. Volevo quella matericità un po’ vintage degli anni Ottanta, come E.T., esseri ingombranti, goffi, ai quali volevi bene perché erano dei pupazzoni. Volevo che anche lei avesse quella presenza fisica”.

Da Nico, 1988 a Chiara, passando per Miss Marx, c’è un filo che unisce le donne che ha raccontato e che arriva fino a questo film?

“Per me sì. Ho raccontato donne che spesso erano sconfitte. Penso che il racconto femminile abbia una forza rivoluzionaria, come diceva Virginia Woolf. Non avendo mai avuto il potere economico e politico, i nostri racconti sono sempre anticapitalisti, antisistema, perché sono racconti di persone che non hanno mai avuto il controllo del potere, del denaro, del sistema politico. Ma sono quasi sempre racconti di sconfitte. Tutte le donne che ho raccontato sono donne sconfitte, perché la lotta non è finita. Non sopporto i racconti edificanti di donne che hanno lottato e vinto. Mi innervosiscono perché non è vero, è una battaglia ancora in corso. Come tutte le battaglie per i diritti sociali, per i diritti degli ultimi. È un processo. Quello che dice Marx in Miss Marx è che la lotta è il punto. Io ho raccontato donne in lotta, che fossero sconfitte o meno, comunque non avevano smesso di lottare».

E questa protagonista rappresenta qualcosa di diverso?

“Questa ragazza è una donna del futuro. È stata questa l’emozione di lavorare con Zuzu, vedere quanto abbia le idee chiare, quanto sappia chi è. Penso alle ragazze nuove che si affacciano alla vita, penso a mia figlia. Cosa sarà mia figlia? Spero che non abbia tutte le paure che ho avuto io, gli imbarazzi, le insicurezze. Mi sembra che queste ragazze si vestano carine perché vogliono vedersi carine loro allo specchio, non perché debba vederle qualcun altro. Mi sembrano più centrate. Sicuramente sarà difficile anche per loro, però è uno sguardo verso il futuro. Per me quel finale rappresenta proprio questo”.

E qual è oggi la situazione delle donne nel cinema italiano, visto che parliamo di lotte e di spazi da conquistare?

“Ci sono, ci siamo e stiamo lottando per esserci sempre di più. Però dobbiamo lottare, non è facile. Io ci credo in questa lotta. Se uno vuole fare cose diverse, dire qualcosa di diverso, ribaltare un immaginario dominante che continua a essere dominante, per forza di cose è faticoso. Non viene mica facile. A volte anch’io mi faccio prendere dallo sconforto, però poi mi dico: questo ho voluto fare e quindi ci devo stare. Anche in questo vedo la forza di Zuzu, la sicurezza di quello che fa, il fatto che sappia che ha un valore. Ecco, io vorrei essere così. Però certo, la lotta è difficile”.

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