Prima l’appendicite, poi il tappeto rosso. A pochi giorni dalla presentazione di Cambogia alla Festa di Roma, Valerio Lundini è finito in ospedale per un intervento. Il debutto alla regia è salvo, nonostante i consigli del produttore Sydney Sibilia, che gli aveva suggerito di rimandare l’operazione. Del resto, come racconta Lundini, “Sydney ragiona un po’ sul corto periodo”.
Valerio Lundini debutta con "Cambogia": "Era nato in stile 'Digger', fortuna non l'ho fatto così"
Presentato nella sezione Freestyle, Cambogia, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema, arriverà nelle sale il 18 marzo con 01. Nel cast Benedetta Porcaroli, Gabriel Montesi, Giorgio Montanini, Andrea Di Maria e Sonia Bergamasco. Lundini interpreta due personaggi: Valerio De Nicolais, attore di una serie crime che finisce intrappolato nel mondo violento della fiction, e Tramezzino, il delinquente che prend…
Prima l’appendicite, poi il tappeto rosso. A pochi giorni dalla presentazione di Cambogia alla Festa di Roma, Valerio Lundini è finito in ospedale per un intervento. Il debutto alla regia è salvo, nonostante i consigli del produttore Sydney Sibilia, che gli aveva suggerito di rimandare l’operazione. Del resto, come racconta Lundini, “Sydney ragiona un po’ sul corto periodo”.
Valerio Lundini debutta con "Cambogia": "Era nato in stile 'Digger', fortuna non l'ho fatto così"
Presentato nella sezione Freestyle, Cambogia, prodotto da Groenlandia con Rai Cinema, arriverà nelle sale il 18 marzo con 01. Nel cast Benedetta Porcaroli, Gabriel Montesi, Giorgio Montanini, Andrea Di Maria e Sonia Bergamasco. Lundini interpreta due personaggi: Valerio De Nicolais, attore di una serie crime che finisce intrappolato nel mondo violento della fiction, e Tramezzino, il delinquente che prende il suo posto nella realtà. Tra pistole che cominciano a sparare davvero e criminali che scoprono i privilegi della celebrità, il film gioca con le convenzioni del genere.
Cominciamo dall’appendicite. Come è andata?
“Ho tolto l’appendice a pochi giorni dalla presentazione del film. Il produttore Sydney Sibilia, con grande premura, mi ha chiamato dicendo: ‘Non te la togliere’. Sicuramente avrebbe facilitato l’arrivo alla prima, perché non avrei avuto i punti, però magari tra un mese stavo in peritonite”.
Come ha vissuto questa disavventura?
“Una seccatura. Stai bene, poi hai il mal di pancia e ti devi togliere un pezzo di una cosa che non sapevi neanche di avere. Io scopro che le cose esistono quando mi si ammalano o me le devono togliere”.
L’intervento è andato bene?
“Sì, sì. Alla fine è la laparoscopia, una parola che ho imparato adesso. Due buchi, poi prendono la cosa, tipo il ristorante cinese. Mi spiace che queste cose non mi vengano mai restituite. Mi hanno tolto anche la tiroide”.
Vorrebbe conservarle?
“Anche solo per vedere come sono fatte, per capire che cosa ho dentro. Me le immagino simili a delle cose viscide”.
Quando e come è nata l’idea di Cambogia?
“Nasce dopo la bocciatura di due idee più complicate. Una riguardava il film dentro il film, l’altra due mondi paralleli. Poi ho pensato che dentro un film ci sono comunque due mondi paralleli. Così abbiamo preso queste idee e le abbiamo semplificate. Un po’ mi dispiace per quella che abbiamo abbandonato, perché ormai non posso più utilizzarla, è troppo simile a Cambogia”.
Che storia aveva immaginato?
“L’idea era nata vedendo Il branco di Marco Risi, un film su un atto molto violento avvenuto a Marcellina, il paese dei miei nonni. Mi ero informato sui colpevoli e avevo scoperto che, dopo tre anni di carcere, si lamentavano perché avevano fatto un film su quello che chiamavano uno sbaglio. Allora avevo immaginato un film in cui solo a metà si scopriva che la storia era stata raccontata dagli stessi criminali per passare per buoni. Una specie di lavaggio del cervello del pubblico. Poi con Matteo Tiberia abbiamo deciso di fare una cosa più semplice”.
Anche Cambogia ha un meccanismo piuttosto complicato.
“In fase di scrittura ci siamo impazziti dietro a dei dettagli. Per assurdo è tutto spiegato. Ci sono cose che lei potrebbe chiedermi e che potrei giustificare, ma sono premure inutili perché nessuno spettatore se le chiederà mai. È impossibile fare un sequel, perché dopo un po’ quel meccanismo si esaurisce”.
Perché il titolo Cambogia?
“Mi piaceva perché sembrava il titolo di una serie crime italiana. Sono sempre tre sillabe, spesso non c’entrano con il luogo in cui si svolge la storia. Gomorra, per esempio, non è ambientata nella Gomorra biblica, ma a Napoli. Cambogia è anche un vecchio modo di dire romano per indicare un macello, un gran caos. Anche se adesso credo sia un posto molto piacevole. La gente ci va in vacanza”.
Quali sono state le sue ispirazioni?
“Ho visto Suburra, Gomorra, anche serie spagnole. Mi colpiva che in Suburra si sparassero per delle sciocchezze, mentre quando qualcuno ammazzava il padre di un altro, la reazione era molto più tranquilla. Ma come? Ti hanno ammazzato papà! Ne ho parlato anche con Alessandro Borghi. Gli ho chiesto perché il suo personaggio non reagisse. Lui non si ricordava. Questo la dice lunga sull’importanza della famiglia in quelle serie. In Cambogia i padri non muoiono. Non ci sono padri”.
Ha sempre pensato di interpretare entrambi i protagonisti?
“Ho scritto il film pensando che avrebbe potuto farlo anche qualcun altro. Ho una salute abbastanza così così, sarebbe stato un peccato buttare la sceneggiatura una volta morto. Un attore più bravo avrebbe potuto farlo tranquillamente, forse anche meglio”.
Quale dei due personaggi le ha dato più difficoltà?
“Quello delinquenziale, Tramezzino. Con l’erre moscia che mi ritrovo avevo paura di non renderlo credibile. Non so se funziona o se funziona in maniera ridicola. Gabriel Montesi, che nel film interpreta anche lui due ruoli, sarebbe stato perfetto. Riesce a interpretare sia una bestia che sembra non aver fatto neanche l’asilo nido, sia una persona molto composta, elegante”.
Perché ha aspettato tanto prima di debuttare al cinema?
“Matteo e Sydney Sibilia mi avevano già proposto qualche anno fa di provare a fare qualcosa. Io ho posticipato perché il cinema è fatto di molte cose belle e lì vai a gareggiare con persone più brave. Perché devo fare questo sbaglio, quando posso fare cose dove sono più bravo degli altri? Quando ho fatto un programma comico in tv ero abbastanza sereno, perché gli altri programmi non mi piacevano. Invece ci sono film italiani che mi piacciono, quindi so che vado a competere con cose più belle”.
Una curiosa forma di modestia.
“È stata una grande prova di umiltà fare questo film, sapendo che non sarebbe stato Mezzogiorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks. È una forma d’arte per la quale ho molto rispetto. In uno sketch puoi fare cose nonsense, con un finale aperto, folle. Nel cinema deve tornare tutto, almeno secondo me”.
È soddisfatto del risultato? Come è andato il set?
“Molto bene, e spero sia la norma. Oppure, se sono stato molto fortunato, temo il prossimo set, sempre che ne faccia un altro. Magari si odiavano tra loro, ma me l’hanno tenuto nascosto in maniera eccellente. Sono soddisfatto del film nel complesso e soprattutto della durata. È il primo film degli ultimi vent’anni che dura meno di due ore e mezza. Questo secondo me lo renderà appetibile a molte persone”.
C’è qualcosa che avrebbe voluto fare diversamente?
“Mi è dispiaciuto tagliare dei pezzetti divertenti, ma altrimenti avrei dovuto sacrificare cose utili alla trama e il film non si sarebbe capito. C’è questo compromesso: la storia si deve capire, il film deve far ridere, ma non deve neanche durare il doppio. Devi scegliere: capire o ridere. E abbiamo cercato in montaggio di fare questo”.