CANNES – Se gli artisti sono il termometro dello stato d’animo collettivo, al Festival di Cannes si misura una febbre di protesta altissima. Nella giornata di apertura della rassegna francese, il palco del Palais è stato, con gentilezza e fervore, “occupato” da emozionate ed emozionanti rivendicazioni, denunce e appelli, guidati da Robert De Niro, Palma alla carriera, che ha ricordato come “l’arte faccia paura ai fascisti”.Ma i temi e le denunce si moltiplicano, dentro e fuori la rassegna, come da tradizione storica per i festival cinematografici sin dai tempi del Maggio francese: le proteste a Cannes, le occupazioni delle sale da parte degli studenti con il sostegno di Jean-Luc Godard, François Truffaut, Roman Polanski, e poi la ribellione a Venezia, con in prima linea Citto Maselli, Bernardo Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Liliana Cavani.
Solo gli audaci dovrebbero fare film
L’attore Laurent Lafitte, chiamato a condurre la cerimonia, ha invitato i suoi colleghi a dimostrare impegno e coraggio, anche se per loro “ogni parola è un rischio” (perché “la grande tragedia di un attore è che è sostituibile”). “Spesso prendiamo in giro l’attore che parla, ma io vorrei celebrarlo”, ha continuato il maestro di cerimonia, citando le dichiarazioni pubbliche di James Stewart, Jean Gabin, Marlene Dietrich, Richard Gere, Isabelle Adjani, l’attrice iraniana Taraneh Alidoosti, Rock Hudson (per essere stato, a suo tempo, la prima star ad ammettere la propria sieropositività), Adèle Haenel e “l’attore diventato presidente” Volodymyr Zelensky. “Se chiediamo al cinema più parità, più inclusività, è perché può cambiare il mondo”, ha aggiunto. Prima di concludere: “Lunga vita all’umanità, nonostante tutto. E cerchiamo noi attori di essere all’altezza dei nostri personaggi, voi registi delle vostre opere e, tutti noi, di questa frase di Frank Capra: ‘Solo gli audaci dovrebbero fare film’”.
Durante il suo discorso, le telecamere di France 2 inquadravano il volto teso del delegato generale del festival Thierry Frémaux, che incontrando i giornalisti ha evitato di commentare direttamente l’idea dei dazi imposti da Trump, ma ha rivendicato il ruolo del festival come piattaforma culturale per dare voce a chi racconta la complessità del nostro tempo. Ha ricordato come il Festival di Cannes sia nato da un’alleanza franco-americana, in reazione alla Mostra veneziana di stampo fascista e alle pressioni politiche che guidavano l’assegnazione dei premi. L’edizione numero 78 parte con tre film sull’Ucraina. “Non facciamo politica estera, ma diamo spazio a chi rischia la propria libertà per raccontare la verità”, dice Frémaux. Sparsi nella selezione, moltissimi film politici e sociali restituiscono una fotografia di un presente incandescente.
Cinema senza terra
Quello dei festival è un palco che non si può censurare, anche se ci si prova. Lo scorso anno alla Berlinale erano scoppiate numerose polemiche per i discorsi politici sul palco, in particolare per le dichiarazioni dei registi – israeliani e palestinesi – del documentario poi vincitore agli Oscar No Other Land. Juliette Binoche, presidente di giuria, ha ricordato che “gli artisti hanno la possibilità di testimoniare per gli altri” e “fare della resistenza un’arte”. Prima di recitare una poesia di Fatma Hassona, la fotoreporter palestinese uccisa a Gaza lo scorso aprile con dieci membri della sua famiglia nel bombardamento della sua casa da parte dell’esercito israeliano, ha detto: “Avrebbe dovuto essere con noi stasera”. A Cannes è in proiezione il documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk, in cui Hassona è protagonista. Nella stessa giornata, l’attrice aveva commentato anche la condanna per violenza sessuale di Gérard Depardieu: “È figlia del coraggio delle donne che hanno testimoniato e, sì, anche del percorso del MeToo, che è passato attraverso questo festival”.
E poi ci sono le lettere, gli appelli. Più di 350 star internazionali hanno condannato le operazioni israeliane nella Striscia di Gaza e l’uccisione di Fatma Hassona. Tra i firmatari: Pedro Almodóvar, Ruben Östlund, Ralph Fiennes, Yorgos Lanthimos, Susan Sarandon, Alfonso Cuarón, David Cronenberg. Robert De Niro, una delle poche star americane a continuare a criticare apertamente Donald Trump dopo il ritorno del miliardario alla Casa Bianca, ha dedicato buona parte del suo discorso alla politica, quando ha ricevuto la Palma d’Oro onoraria dalle mani di un più cauto Leonardo DiCaprio. Ha definito Trump “un filisteo” e i suoi “attacchi inaccettabili” alla cultura e alle discipline umanistiche, in particolare al cinema, citando tra l’altro la minaccia di imporre dazi del 100% sui film non prodotti negli Stati Uniti. Poi ha lanciato un appello: “Dobbiamo agire oggi, senza violenza ma con passione e determinazione. È giunto il momento di protestare”.
La rivolta delle firme nel cinema italiano
La ribellione del cinema italiano è firmata da Marco Bellocchio, Nanni Moretti, Paolo Sorrentino, Gabriele Salvatores, Maura Delpero, Gianni Amelio, Pierfrancesco Favino, Matteo Garrone, Mario Martone, Valeria Golino e molti altri. Le firme sono già oltre un centinaio e in continuo aggiornamento. A scrivere l’appello è stato Andrea Segre, dopo le polemiche nate sul palco dei David di Donatello in seguito alla dichiarazione di Pupi Avati, che aveva proposto un confronto tra Schlein e Meloni per trovare una soluzione alla crisi profonda del cinema italiano: “Schlein e Meloni, telefonatevi”. La mattina stessa, al Quirinale, Elio Germano aveva espresso “fastidio” per il quadro roseo dipinto da Alessandro Giuli, sottolineando che il ministro “ha grosse responsabilità” nella crisi del settore.
Dopo la reazione di Giuli, che ha bollato le sue parole come “ciance di un isolato” e ha dichiarato che “alla sinistra sono rimasti solo i comici” – riferendosi anche a Geppi Cucciari – le reazioni non si sono fatte attendere. Da Claudio Santamaria a Michele Riondino, da Vittoria Puccini a Gabriele Muccino, molte le voci critiche. Poi la lettera: “Il correttivo del tax credit è una risposta incompleta e insufficiente”, le iniziative del cinema a tre euro non bastano, e si chiede di fermare “gli attacchi a chi, democraticamente, ha mosso critiche all’operato del ministero”.