Iris Knobloch: “A Cannes registe in aumento. Il cinema è politica, mai neutrale rispetto al potere”
dalla nostra inviata Arianna FinosCANNES– Quest’anno il festival del cinema Cannes, al via oggi, si preannuncia come una delle edizioni più forti e autoriali degli ultimi anni, con una selezione internazionale molto compatta e, per l’Italia, l’assenza dal concorso che continua a far discutere dopo quella già vista alla Berlinale. A guidare il festival è Iris Knobloch, prima donna presidente nella storia di Cannes, arrivata al vertice nel 2022 dopo una lunga carriera alla Warner. Sull’assenza italiana Knobloch non si esprime, ricordando che la selezione artistica è competenza del delegato generale Thierry Frémaux. La presidente insiste invece sull’idea di un festival che resti uno spazio libero e indipendente: “Il Festival nasce per sottrarsi alla politica e oggi deve restare uno spazio libero”, dice la manager tedesca, 63 anni, alla vigilia di un’edizione attraversata dai temi della guerra, della libertà creativa e delle trasformazioni tecnologiche.
Ha aperto la conferenza stampa ricordando che Cannes è nata nel 1939,…
CANNES– Quest’anno il festival del cinema Cannes, al via oggi, si preannuncia come una delle edizioni più forti e autoriali degli ultimi anni, con una selezione internazionale molto compatta e, per l’Italia, l’assenza dal concorso che continua a far discutere dopo quella già vista alla Berlinale. A guidare il festival è Iris Knobloch, prima donna presidente nella storia di Cannes, arrivata al vertice nel 2022 dopo una lunga carriera alla Warner. Sull’assenza italiana Knobloch non si esprime, ricordando che la selezione artistica è competenza del delegato generale Thierry Frémaux. La presidente insiste invece sull’idea di un festival che resti uno spazio libero e indipendente: “Il Festival nasce per sottrarsi alla politica e oggi deve restare uno spazio libero”, dice la manager tedesca, 63 anni, alla vigilia di un’edizione attraversata dai temi della guerra, della libertà creativa e delle trasformazioni tecnologiche.
Ha aperto la conferenza stampa ricordando che Cannes è nata nel 1939, in un momento di grande incertezza. È una metafora o una dichiarazione politica?
«È un richiamo alla sua origine. Cannes è nata nel 1939 perché il mondo si stava fratturando, perché il cinema aveva bisogno di uno spazio che la politica non potesse controllare. Quel momento fondativo non è storia lontana. È una definizione di intenti. Quando l’ho evocato oggi, non stavo facendo una metafora. Stavo dicendo: è per questo che esistiamo. Il festival esiste per dare ai film e a chi li realizza uno spazio in cui essere visti, senza interferenze. Questo non è cambiato. E non può cambiare».
Ha detto che il festival deve essere “un punto di riferimento nella tempesta, non una fortezza chiusa”. Quali sono oggi le pressioni più forti su questi valori?
«La pressione della velocità. Le reazioni sono diventate quasi istantanee e questo lascia pochissimo spazio alla complessità, al dubbio, a quel tipo di attenzione che il cinema richiede. C’è anche la pressione della standardizzazione, dell’ottimizzazione per il pubblico più vasto possibile. Questo restringe la gamma di ciò che viene realizzato e di ciò che viene visto. Cannes è, anche, una resistenza a entrambe queste cose. Rallenta il tempo. Crea uno spazio in cui un film iraniano, un film brasiliano e un film francese possano essere visti nella stessa settimana, alle stesse condizioni. Questo atto di coesistenza non è banale. È politico nel senso più nobile del termine».
Ha identificato la libertà di creazione artistica e la libertà di espressione come i pilastri di questa edizione. In un anno segnato dalla crescente autocensura, come si può difendere concretamente questa libertà?
«Proteggendo l’indipendenza della selezione. È questa la base. Il comitato di selezione lavora senza istruzioni da parte della Presidenza, del Consiglio o di qualsiasi pressione esterna. Il giudizio artistico appartiene soltanto a loro. Questo principio esiste da quasi ottant’anni e non è negoziabile. Ma l’indipendenza è strutturale, non soltanto teorica. Richiede una governance chiara, ruoli definiti, limiti definiti. Senza questa architettura l’indipendenza non può essere protetta. Difendiamo inoltre la libertà creativa includendo film che arrivano da contesti difficili, da Paesi in cui i registi lavorano sotto pressione, dove il film che si sta guardando può essere costato moltissimo al suo autore. Cannes offre a questi film un palcoscenico. Questa è già una forma di protezione».
"Amarga Navidad", il trailer del film di Pedro Almodóvar
Negli ultimi festival, da Berlino a Venezia, abbiamo visto crescere il numero di lettere aperte e prese di posizione pubbliche degli artisti, talvolta anche sul palco. In un contesto di tensioni politiche e conflitti globali, qual è oggi il ruolo di un festival come Cannes: dare spazio a queste voci o proteggere il cinema da esse?
«Il cinema non è neutrale. I film hanno punti di vista sul potere, sulla storia, su ciò che significa essere umani. Questo non è un problema. È il senso stesso del cinema. Il nostro ruolo non è filtrare tutto questo. È creare le condizioni affinché l’espressione degli artisti possa esistere liberamente e affinché il pubblico possa confrontarsi seriamente con essa».
Ha parlato di resistere alle pressioni politiche ed economiche. È ancora realistico, in un contesto segnato da instabilità e misure protezionistiche?
«Non è soltanto realistico, è necessario. E aggiungerei: è proprio la pressione a rendere significativa l’indipendenza. Ciò che dà credibilità a Cannes è la coerenza. Gli stessi principi applicati anno dopo anno. Questa coerenza è una garanzia che possiamo offrire ai registi di tutto il mondo che ci affidano il loro lavoro. Dunque sì: realistico, necessario e non negoziabile».
Ha detto che il cinema deve restare un’arte umana. Con l’intelligenza artificiale che entra nel processo creativo, dove traccia il confine tra uso legittimo e usurpazione creativa?
«Il confine è la creatività umana. Non come principio astratto, ma come impegno concreto: ciò che cerchiamo in un film è la presenza di una visione, il modo specifico di una persona di guardare il mondo. Questo non può essere generato. Può solo essere espresso. Il cinema ha sempre incorporato nuove tecnologie. Quello che non può fare è sostituire coloro che lavorano collettivamente per mesi alla creazione di un film. L’emozione che proviamo guardando un grande film nasce dalla fragilità, dalla particolarità, da ciò che è irriducibilmente umano. È questo che difendiamo».
Cannes dovrebbe adottare una politica chiara sull’intelligenza artificiale nei film in concorso, per esempio in termini di dichiarazione o limiti?
«Alla velocità con cui la tecnologia si sta muovendo, mi interrogo sull’efficacia delle regole. Anche perché gli utilizzi sono spesso invisibili. Ciò che ci guida è capire se un film porta il segno di un’intelligenza creativa e collettiva. Naturalmente affronteremo le situazioni specifiche man mano che si presenteranno».
Il sistema francese di sostegno al cinema viene spesso presentato come un successo rispetto ad altri paesi. Può diventare un modello europeo più ampio?
«Il modello francese funziona in Francia perché è stato costruito nel corso di decenni, con una volontà politica costante e con la consapevolezza che la cultura richiede un sostegno attivo, che il mercato da solo non produce diversità. Non è una posizione teorica. È un ecosistema: meccanismi di finanziamento, reti di distribuzione, infrastrutture per l’esercizio, tutto lavora insieme. Questa logica — proteggere la diversità come bene pubblico — è esportabile. Ma il modello in sé non può essere semplicemente trapiantato. Ogni Paese ha la propria storia industriale e il proprio rapporto tra Stato e cultura. Ciò che può viaggiare è la convinzione, non l’architettura specifica».
Nessun italiano in concorso nelle sezioni principali, quest’anno.
- «La selezione artistica dei film non è di mia competenza».
Il numero di registe in concorso ha avuto forti oscillazioni. Quest’anno sono cinque. La selezione dovrebbe puntare alla parità o restare rigorosamente cieca rispetto al genere? E comunque a monte ci sono i dati produttivi, ad esempio in Italia i tra i 22 film ammessi ai contributi selettivi c’era solo una co-regista.
«La selezione di un festival deve basarsi sulla qualità artistica dei film. È il fondamento della credibilità del festival. Ma rifiuto l’idea che qualità artistica e rappresentazione delle donne siano in tensione. Non lo sono. Quello che stiamo vedendo progressivamente è che, man mano che migliorano le condizioni per le registe — accesso ai finanziamenti, alle troupe, al sostegno istituzionale — i film arrivano. Quest’anno le registe rappresentano il 34% della selezione, contro il 26% del 2025. In Un Certain Regard abbiamo raggiunto la parità. Il festival non è il primo anello di questa catena. Il vero lavoro, quello che determina quali film vengono sottoposti al festival, avviene nell’industria, nelle scuole di cinema, nei luoghi del finanziamento. È lì che il cambiamento strutturale deve avvenire, ed è lì che sta avvenendo».
Women in Motion è un’iniziativa di sostegno e visibilità di donne nel cinema esiste da dieci anni. Che cosa ha cambiato concretamente nell’industria e nello stesso Cannes?
«Ha cambiato la conversazione. Quando Women in Motion è nato, la visibilità delle donne nel cinema — come registe, produttrici o soggetti di un’attenzione critica seria — semplicemente non era al centro dell’agenda dell’industria come lo è oggi. Il programma ha creato uno spazio affinché questa conversazione potesse avvenire al massimo livello, in un momento in cui tutto il mondo guarda».
Ha raccontato che suo padre fu liberato da Auschwitz poco prima della nascita del primo Festival di Cannes. Quanto questa storia personale influenza il suo modo di pensare il cinema, la memoria e il suo ruolo oggi?
«Sono cresciuta con una consapevolezza molto diretta del fatto che la storia non è astratta. Che ciò che è accaduto prima di te plasma il mondo in cui vivi. Questa consapevolezza è rimasta con me. Significa che prendo molto seriamente l’idea che Cannes non sia soltanto una piattaforma per il cinema contemporaneo. È un luogo in cui la memoria circola. Dove un film può recuperare qualcosa che rischiava di andare perduto o rendere visibile qualcosa che non era mai stato visto. Questa responsabilità — dare spazio a storie che contano, da qualsiasi luogo provengano — non è separata dalla mia storia personale. Nasce da essa. E concretamente: questo rafforza in me l’importanza dell’indipendenza. So cosa accade quando le istituzioni perdono la propria spina dorsale».
Prima di Cannes ha guidato Warner Bros. in Europa e sostenuto film come "The Artist” quando altri esitavano. Che cosa le ha insegnato quell’esperienza sul rischio, sull’intuizione e sul riconoscere qualcosa che ancora non rientra nel sistema?
«Mi ha insegnato a fidarmi dell’istinto più che del consenso. The Artist era, sulla carta, un progetto difficile: un film muto e in bianco e nero, nel 2011, senza grandi star americane. Ogni argomento convenzionale era contro il film. Ma io credevo in lui e nella visione di Michel Hazanavicius, nella sua intelligenza emotiva, e lo abbiamo sostenuto. Tutto l’ecosistema — festival, distributori, pubblico — dipende dalla disponibilità delle persone a scommettere su qualcosa che non rientra nel modello».
Come definirebbe questa edizione di Cannes? Quali sono le principali novità, gli spostamenti o persino le “rivoluzioni” che renderanno questa edizione diversa e più discussa?
«Ambizioso, radicato, capace di illuminare voci nuove e diverse. Park Chan-wook come presidente di giuria porta una straordinaria intelligenza artistica alla selezione. La sua prospettiva modellerà le conversazioni di questa edizione. Peter Jackson e Barbra Streisand, premiati dal festival, incarnano qualcosa di essenziale: l’idea che il più grande cinema non consista nello scegliere tra spettacolo e visione, tra ambizione ed emozione. Jackson ha mostrato, lungo una carriera di ampiezza straordinaria, che la tecnologia è interessante solo nella misura in cui serve la storia. Streisand ha dimostrato — e questo conta — che una donna può essere l’autrice completa del proprio lavoro, alle proprie condizioni, al massimo livello. Insieme rappresentano ciò che il cinema può essere quando rifiuta di scegliere tra audacia e umanità. Questo è lo spirito di questa edizione».